La dieta del Public Speaker. L’importanza degli stati d’animo.

L’uomo è ciò che mangia

Ludwig Feuerbach

In base a ciò che l’uomo mangia di conseguenza pensa, il pensiero determina gli atteggiamenti profondi della persona che si manifestano a loro volta attraverso la loro parte visibile costituita dai comportamenti. Ciò che entra nel nostro organismo attraverso l’alimentazione, l’acqua, l’aria, il pensiero degli altri e tanto altro, costruisce il nostro organismo psico-fisico-comportamentale.

Hai deciso di parlare in pubblico. Ti piace sentire il contatto con il pubblico, lo scroscio dell’applauso al termine della tua performance, gli occhi interessati delle persone che ti guardano mentre spieghi. Hai un dovere, essere interessante. Per poterlo diventare necessiti di uno stato d’animo produttivo che possa orientarti verso un comportamento empatico. Questo territorio della psiche coincide con quello della felicità, della serenità interiore e della coscienza realizzata.

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Siamo così facilmente influenzabili: il clima, il tempo atmosferico, le opinioni degli altri. Anche il cibo che mangiamo influenza il nostro umore, ma anche lo stato d’animo può influenzare la scelta dei cibi che andremo a consumare. Il mangiare una grande varietà di ortaggi, frutta fresca e secca, semi oleaginosi, cereali integrali, legumi, pesci di piccole dimensioni e occasionalmente delle uova, per esempio, è associato ad una diminuzione degli sbalzi d’umore, depressione e ansia. E il contrario vale per una dieta basata su cibi ricchi di zucchero raffinato, farine raffinate, elevati livelli di zuccheri e grassi in associazione(dolci o pasticcini), peggiorata magari da un elevato consumo di caffeina o alcool.

I nutrienti presenti nei cibi sani sembrano lavorare in sinergia per indurre il cervello a produrre ormoni favorevoli come la serotonina,  associata a un miglioramento dell’umore e a sensazioni di relax. Mangiare cibi che mantengono un livello costante di zucchero nel sangue entro la gamma appropriata, come i cereali integrali, aiuta a stabilizzare l’umore. Le persone con uno stato mentale negativo sono più propense a scegliere cibi zuccherati, grassi o salati – indulgenza o comodità – rispetto a quelli nutrienti.

La maniera in cui si digerisce decide quasi sempre del nostro modo di pensare.
(Voltaire)

Gli effetti positivi degli alimenti consolatori hanno effetti fugaci possono aumentare l’energia e migliorare l’umore a breve termine. Per alcune persone, tali effetti possono spesso essere seguiti da sensi di colpa (sappiamo benissimo cosa ci fa bene e cosa ci arreca danno) e un conseguente calo di umore. Questo può innescare un maggiore consumo di cibi non buoni e creare un circolo vizioso.

Ma alla fine è il consumo di cibi particolari a portare al cambiamento di umore o è il nostro stato d’animo il fattore predominante nel determinare il cibo che scegliamo di mangiare?  Quello che possiamo dire con sicurezza è che una dieta equilibrata può conferire benefici per la salute non solo fisica, ma anche una migliore salute mentale attraverso un miglioramento dell’umore. Provate a mangiare diversamente e meglio, il vostro pubblico vi ringrazierà e sarete molto più performanti.

Michele Micheletti

Public Speaking Evolution. Nuova edizione 9-10-11 febbraio 2017

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Il parlare in pubblico (Public Speaking) è a tutti gli effetti una disciplina che richiede comprensione, applicazione, discernimento e grande costanza. Si tratta di un cammino personale fatto di perfezionamento delle proprie energie di base al fine di raggiungere un alto stato di vitalità e vigore psico-fisico. Questa nuova condizione consente al relatore di essere magnetico, centrato e produttore di interesse.

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Il relatore capace ed evoluto, riesce a sviluppare un forte collegamento tra chi parla e chi ascolta. Purtroppo questa condizione non è prerogativa di tutti. Non sempre riusciamo a generare un contatto efficace con la nostra platea e ad ottenere un feedback positivo.

L’ansia di dimostrare qualcosa è la peggiore nemica di un relatore così come lo sono la paura del pubblico, il desiderio di prevalere su chi ascolta, l’arroganza e l’ingratitudine. Tutte queste caratteristiche, decisamente negative, si manifestano molto spesso con intensità diverse e mix articolati contribuendo alla disconnessione tra le intenzioni dell’audience e quelle del public speaker.

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Il metodo Good Vibes, frutto di molti anni di esperienza sul campo, osservazione e pratica costante, ci ha consentito di sviluppare un approccio al Public Speaking totalmente innovativo e rivoluzionario. Parliamo di un metodo basato sulla gestione del profilo energetico del relatore, una nuova visione in grado di spostare tutta la struttura degli atteggiamenti e del comportamento dal sembrare all’essere, favorendo la naturale connessione ed un forte e persistente legame con il pubblico.

Migliorare noi stessi per migliorare il mondo in cui viviamo, ispirando momenti di ottimismo e felicità per permettere a tutti di poter fare la differenza.

“Nell’oratoria la più grande arte è nascondere l’arte”

Jonathan Swift

Michele Micheletti

INTERAZIONE TESTA E CUORE

Fin dagli antichi Greci, pensiero e sentimento, o intelletto ed emozione, sono state considerate funzioni separate spesso dipinte in una battaglia costante tra loro per il controllo della psiche umana. Nella visione di Platone, le emozioni erano come cavalli selvaggi che dovevano essere frenate dall’intelletto. Naturalmente, le emozioni non sono sempre negative e non fungono sempre da antagoniste al pensiero razionale.

Il neurologo Antonio Damasio nel suo libro “Errore di Cartesio”, sottolinea l’importanza delle emozioni nel processo decisionale. Nel libro “Intelligenza Emotiva”, Daniel Goleman sostiene che la visione che predilige l’intelletto è troppo stretta, perché ignora una serie di capacità umane che portano uguale, se non maggior peso, nel determinare i nostri successi nella vita.

Le neuroscienze confermano che emozione e cognizione possono essere meglio considerate come funzioni o sistemi sì separati ma interagenti, ognuna con la propria intelligenza.

Tradizionalmente, lo studio dell’interazione e della comunicazione tra la “testa” e il cuore è stato affrontato da una prospettiva piuttosto unilaterale, con gli scienziati concentrati principalmente sulle risposte del cuore ai comandi del cervello. Ora si sa che la comunicazione tra il cuore e il cervello è in realtà un dialogo dinamico e bilaterale sempre in corso, dove entrambi gli organi influenzano reciprocamente le rispettive funzioni. Tra l’altro i messaggi che il cuore invia al cervello sono in quantità nettamente superiori rispetto a quelli inviati dal cervello al cuore.

Lo studio mostra che l’attività del cervello è naturalmente sincronizzata con quella del cuore, e conferma che alterando intenzionalmente il proprio stato emotivo, attraverso particolari e semplici tecniche, generando coerenza cardiaca, si modifica l’elaborazione delle informazioni da parte del cervello.

È stata trovata una correlazione significativa tra il grado di coerenza del ritmo cardiaco e i tempi di reazione cognitiva (miglioramento delle prestazioni). È stato anche dimostrato che i soggetti che hanno una maggior variabilità della frequenza cardiaca, affrontano meglio le situazioni di stress. La comunicazione che avviene tra cuore e cervello, caratterizzata da un colloquio interiore intenso e sereno, permette l’omeostasi psichica, condizione ideale per il raggiungimento e il mantenimento della felicità.

Ma ora vediamo come avviene questa comunicazione. La ricerca ha dimostrato che il cuore comunica con il cervello e il corpo in quattro modi principali:

  • Comunicazione neurologica (attraverso la trasmissione degli impulsi nervosi)
  • Comunicazione biofisica (attraverso le onde pressorie)
  • Comunicazione biochimica (attraverso ormoni e neurotrasmettitori)
  • Comunicazione energetica (attraverso campi elettromagnetici)

La comunicazione neurologica
Alcune ricerche effettuate nel campo della neurocardiologia dimostrano, ormai da circa trent’anni, che questo “cervello del cuore”, sofisticato sistema di cellule nervose, è in grado di registrare direttamente le informazioni che provengono dal sistema ormonale e da altri sistemi e di tradurle in impulsi nervosi, elaborando così direttamente l’informazione che riceve. Dopodiché, l’informazione circola in direzione del cervello, lungo un circuito nervoso, che utilizza il nervo vago e i nervi posti lungo la colonna vertebrale. L’informazione raggiunge poi il cervello limbico, per arrivare infine alla corteccia cerebrale, dove hanno sede i centri di percezione superiore.

Questa specifica rete nervosa permette al cuore di agire direttamente sulle funzioni stesse del cervello, il quale riceve indubbiamente una quantità enorme di informazioni provenienti da tutti gli organi, ma riceve dal cuore più informazioni di quante a sue volta gliene invii. Il cuore sembra essere l’unico organo del corpo fisico ad avere questa proprietà.

Grazie a questo inaspettato percorso, il cuore ha la capacità d’inibire o attivare, a seconda della sua scelta e in base alle circostanze, determinate parti del cervello. Il cervello del cuore può dunque influenzare il cervello della testa, cioè il nostro modo di pensare, di vedere le cose, la nostra percezione della realtà, quindi le nostre reazioni di fronte alla realtà, in particolare le nostre reazioni emozionali.

Un nuovo modo per governare le emozioni, che non proverrebbe da una mente programmata, né da una mente razionale intelligente, ma probabilmente da un altro tipo d’intelligenza. La ricerca continua…

 La comunicazione biochimica
Questo tipo di comunicazione avviene essenzialmente, grazie agli ormoni prodotti dal cuore.

Nel 1986, due ricercatori del Quebec, Cantin e Genest, dopo aver scoperto l’ormone ANF (Atrial Natriuretic Factor, il fattore natriuretico atriale), sono stati i primi a ridefinire il cuore al di là delle sue funzioni cardiovascolari, portando alla luce il ruolo importante e indipendente svolto da quest’organo, nella produzione e nella gestione di alcuni ormoni.

In particolare, hanno messo in evidenza che è il cuore a produrre l’ANF, un ormone che assicura un equilibrio generale conosciuto con il nome di “omeostasi”. In particolare, uno dei suoi effetti è quello di inibire la produzione di ormoni dello stress, specialmente il cortisolo, chiave essenziale, per far fronte al crescente stress del nostro mondo moderno.

Il cuore secerne pesino la propria adrenalina, quando ne ha bisogno. Sintetizza da solo anche altri ormoni che si pensava fossero prodotti unicamente dal cervello e che hanno un’influenza diretta sul comportamento emozionale. Produce fra gli altri l’ossitocina, o “ormone dell’amore”, che viene liberata in grandi quantità dal cuore stesso, quando una persona prova amore per qualcuno. E’ quindi possibile che le nostre reazioni emozionali non utilizzino unicamente i circuiti che hanno sede nel cervello della testa, ma prenda un’altra strada, passando direttamente per il cervello del cuore.

 La comunicazione biofisica
Il cuore, infaticabile pompa, invia ad ogni battito una potente pressione sanguigna in tutto il corpo. Ora, si è riusciti a rilevare che l’attività elettrica del cervello è molto sensibile all’attività del cuore e che esiste una relazione diretta tra l’arrivo al cervello delle onde di pressione sanguigna provenienti dal cuore e l’attività delle onde cerebrali. Si è osservata, in particolare, una relazione diretta tra le pressione sanguigna, la respirazione e alcuni ritmi del sistema nervoso autonomo. Sembra che il ritmo cardiaco e le sue variazioni siano per il cuore un mezzo privilegiato per inviare i suoi messaggi non solo al cervello, ma anche direttamente a tutto il resto del corpo, senza aver bisogno del “permesso” del cervello. Questo fenomeno può essere misurato.

 La comunicazione energetica
Il cuore possiede un campo elettromagnetico, cinquemila volte più forte di quello del cervello e di fatto più potente di quello di tutti gli altri organi. Il cuore produce da quaranta a sessanta volte più bioelettricità del cervello, organo collocabile solo in seconda posizione in questo campo. Questa energia elettrica pervade tutte le cellule del corpo fisico, creando un legame particolare tra esse. Tale interazione magnetica ha permesso ai ricercatori di spiegare in modo più preciso il complesso effetto dell’attività cardiaca sulle onde cerebrali, che non poteva essere spiegata dagli altre tre tipi di comunicazione. È interessante che l’aspetto di questo campo reagisca agli stati emozionali: si è osservato che, quando si è turbati (paura, stress, frustrazione, ecc.), il campo diventa caotico e disordinato. In termini scientifici, si parla allora di uno “spettro incoerente”. Invece, quando si provano stati di apprezzamento gratitudine, compassione, perdono, il campo assume un aspetto molto più ordinato. Si ottiene il cosiddetto “spettro coerente”.

La ricerca ha constatato che i segnali elettromagnetici generati dal cuore hanno la capacità di influenzare le altre persone intorno a noi. I dati di IHM indicano che il segnale del cuore di una persona può influenzare le onde cerebrali degli altri, e che quando due persone interagiscono può avvenire una sincronizzazione cuore-cervello. Infine, sembra che gli individui che aumentano la propria coerenza psicofisiologica, diventano più sensibili ai segnali elettromagnetici sottili comunicati da coloro che li circondano. Presi insieme, questi risultati suggeriscono che la comunicazione cardio-elettromagnetica può essere una fonte (poco nota) di scambio di informazioni tra le persone, e che questo scambio è fortemente influenzato dalle nostre emozioni. Quando le persone si toccano o si trovano in prossimità, il segnale del battito cardiaco di una persona è registrato nelle onde cerebrali dell’altro.

Il concetto di scambio energetico tra individui è centrale per molte tecniche di guarigione. Questo concetto è stato spesso contestato dalla scienza occidentale a causa della mancanza di un meccanismo plausibile che spiegasse la natura di questa energia o come potesse influenzare o agevolare il processo di guarigione. Il fatto che il cuore generi il campo elettromagnetico più forte prodotto dal corpo, insieme ai risultati che indicano che questo campo si modifichi e raggiunga armonia e coerenza nel momento in cui le persone risiedono in uno stato di amore e cura, ha spinto la ricerca ad indagare sulla possibilità che il campo generato dal cuore possa contribuire significativamente a questo scambio di energia.

Il riconoscimento da parte della comunità scientifica di una tale forma di comunicazione profonda, rappresenta un ulteriore passo nella scoperta delle basi fisiologiche sottili ed energetiche che intercorrono tra le persone. I risultati hanno innumerevoli implicazioni, e invitano ad una continua esplorazione scientifica del rapporto tra emozioni, fisiologia e interazioni umane.

Claudia Galli

Allegato da scaricare science_of_the_heart

Fonte: http://www.claudiagalli.it/1/interazioni_testa_cuore_9458942.html

Public Speaking Revolution 6-7 maggio

Corso di Public Speaking avanzato per il SETTORE ODONTOIATRICO.

Il corso si terrà nei giorni 6-7 maggio 2016 a Pisa nella fantastica cornice della ex Tenuta Presidenziale di San Rossore.

Due giorni di intensa attività di pratica e teoria lavorando con il metodo Good Vibes, per quanto riguarda la parte relativa alle qualità del relatore, e con il metodo Slide Design, per quanto riguarda la composizione e la realizzazione di slide dall’alto impatto visivo.

 

Orari delle due giornate:

9.30-11.00    Attività

11.00-11.15   Coffee Break

11.15-13.00   Attività

13.00-14.00  Lunch

14.00-17.30  Attività

 

Disponiamo di soli 2 posti

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Kung Fu e Public Speaking? Tutta questione di equilibrio.

Un relatore sembrerà tanto più sicuro ed efficace nella misura in cui egli sarà tanto più sicuro ed efficace.

Siete di quelli che pensano ancora che un relatore debba stare dietro al leggio che gli viene messo a disposizione? Bene, allora dovete leggere questo articolo.

La presenza scenica (presence) è parte fondamentale della comunicazione e del mestiere del relatore. Questa dote la possiamo acquisire con la pratica, l’allenamento e la concentrazione. Essere coinvolgenti e magnetici è un risultato frutto di disciplina e uno dei requisiti principali per trasmettere questo tipo di suggestione è quello di essere in grande equilibrio, sia dentro che fuori. Occorre infatti un equilibrio mentale necessario ma anche un equilibrio dinamico che ci consentirà di essere così inimitabilmente a nostro agio sulle assi di un palcoscenico davanti ad un pubblico incantato e partecipe.

“…L’equilibrio è il fulcro dell’Universo”.

I parallelismi tra Kung Fu e Public Speaking sono veramente molti, basti pensare che la traduzione letterale del vocabolo Kung Fu significa “abilità acquisita con sacrificio”. Niente di più vero anche per il parlare in pubblico, come ben sappiamo l’adagio recita “non si può parlare in pubblico senza parlare in pubblico”, proprio a testimoniare il fatto che anche questa arte necessita di un lungo periodo di apprendistato e di perfezionamento continuo caratterizzato dal sacrifico.

Il praticante di questa antichissima arte marziale ha come ultimo fine la ricerca dell’equilibrio e dell’armonia con tutto quello che lo circonda, un’armonia che si dispiega non solo nella disciplina fisica ma anche nell’arte, nella filosofia, nell’equilibrata crescita marziale e spirituale. Molti potrebbero pensare che la disciplina del Kung Fu possa essere rivolta meramente all’aspetto tecnico, al combattimento. Non funziona in questo modo. Il fine ultimo è la propria crescita, il perfezionamento e non vi è crescita se la focalizzazione è incentrata sull’avversario e sulla sua sconfitta.

Il Kung Fu, come il Public Speaking, possono essere praticati a vari livelli in base alle scelte che l’individuo vuole fare per la sua esistenza. Il ruolo del “maestro” è veramente molto importante per permettere agli allievi di apprendere senza tensioni e distorsioni la materia in oggetto. La ricerca dell’equilibrio, vera via delle due discipline, passa attraverso l’acquisizione e il raggiungimento della marzialità: un modo di essere e di vivere con consapevolezza la propria dimensione di praticante di Kung Fu ma anche di Public Speaker. La marzialità si acquisisce con l’assidua frequentazione della materia e anche se, per quanto riguarda il parlare in pubblico, il concetto potrebbe sembrare leggermente esagerato, possiamo tranquillamente e senza ombra di dubbio poter testimoniare che non è affatto così. La marzialità è un contesto di dignità e stato di coscienza consapevole che si raggiunge con la pratica fisica e del pensiero, si tratta di una struttura psicofisica che ci permette di contenere il rispetto, la conoscenza, la gratitudine, il senso del limite, l’ideale di perfezione, l’armonia e la presenza a se stessi.

Il valore atletico del Kung Fu si ritrova nell’educazione e nell’affinamento dei movimenti che devono risultare comunque fluidi, morbidi ed eleganti nella loro veloce e spesso complessa successione di movimenti nei quali la centralità e l’equilibrio del corpo è fondamentale. Se avete seguito uno dei nostri corsi sapete bene che mettiamo molta attenzione nel far capire che un relatore ottiene un effetto professionale, basato sull’ingaggio emozionale del pubblico, solo quando la sua dinamica corporea è affrancata dai condizionamenti di rigidità e formalismo imposti dalle credenze sociali più diffuse. La fluidità dei movimenti  e l’eleganza dell’incedere e dello spostarsi passano attraverso la qualità della respirazione per  arrivare alla scioltezza e alla naturale padronanza dello spazio a disposizione sul palcoscenico. Il risultato che ne conseguirà sarà quello di essere  pienamente in situazione, padroni dello spazio, consapevoli di se stessi in quello spazio e pienamente sintonizzati con gli ascoltatori. La dote principale dell’esplicazione di queste caratteristiche trova le sue profonde radici in un unico concetto: l’equilibrio. Questo ha una duplice caratterizzazione, è sia interno (psicologico) sia esterno (fisico-dinamico). I due ambienti sono strettamente connessi e la loro comprensione è in grado di suggerirci nuovi orizzonti. Abbiamo già trattato dell’importanza del Grounding in questo articolo di cui alleghiamo il link (https://michelemicheletti.com/2015/11/05/il-relatore-cha-fa-la-differenza-e-ben-radicato-considerazioni-sul-grounding-nel-public-speaking/),  ma in questa nuova trattazione  vogliamo sottolineare come in realtà la sicurezza nello stare in una situazione di dialogo con un pubblico passa attraverso dei principi ben evidenziati ed espressi nelle basi della tradizione delle arti marziali ed in questo caso nel Kung Fu.

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Alessio Mazzanti insegnate di Wing Chun della scuola Yong Chun Gung Fu di Pisa

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Ognuno di noi ha un corpo unico ed irripetibile, fatto di ossa, muscoli, nervi, organi e di un modo altrettanto unico ed irripetibile di farli stare insieme e proiettarli nello spazio.
Lo scopo dell’allenamento non è quello di trasformare questo corpo, di modellarlo facendolo aderire ad un modello. Si tratta invece di raggiungere una condizione che possiamo chiamare “della prontezza”. Rendere cioè il nostro corpo, magro o grasso, agile o lento, in grado di reagire agli stimoli interni ed esterni in modo da renderlo lo strumento e non la gabbia delle nostre emozioni. In tutto il lavoro dell’allenamento si scopre che il principale limite delle nostre possibilità espressive viene da noi stessi, dalla nostra paura, dalla nostra insicurezza, dalla nostra presunzione. L’allenamento ci viene in aiuto portandoci vicini ai nostri limiti, in uno stato di grazia che raramente fa parte della nostra vita quotidiana.

Quando si sfiora il limite, anche il più banale, salta la separazione virtuale tra corpo e mente, e torniamo ad essere un’unica realtà che si confronta con se stessa. Quando si supera il limite, in alcuni rari stati di grazia, si entra in quella condizione che gli psicologi chiamano “del flusso”, che accomuna i mistici estatici delle varie religioni, gli sportivi, gli artisti, gli scienziati. Una condizione in cui, dopo avere a lungo remato, il vento gonfia la vela e la barca sembra partire da sola, proiettandoci al di là dei nostri limiti in una condizione dove, forse, percepiamo la purezza e la semplicità della verità (Appunti di lavoro per i laboratori teatrali nel contesto educativo di Carlo Presotto)

Consapevolezza corporea

Alessio Mazzanti Yon Chun Gung Fu

Consapevolezza corporea

 

Michele Micheletti

 

 

Il relatore cha fa la differenza è ben “radicato”. Considerazioni sul grounding nel Public Speaking

Uno degli aspetti di un relatore che maggiormente infastidiscono gli spettatori durante la sua performance riguarda l’ incapacità di “prendere e mantenere la scena”. La presenza scenica è ciò che fa la differenza e che permette di catturare le attenzioni del pubblico, al di là delle doti specifiche e del talento individuale. Il comportamento di rimanere immobile al centro del palco è ormai considerato da principianti, opportuno è, invece, muoversi a ritmo, occupare tutto lo spazio disponibile, in modo da rivolgersi all’universo platea, non solo a quella centrale o nelle prime file. Mettere in atto tutto questo è molto difficile e necessita di un percorso che comincia dall’interno per arrivare poi all’espressione esteriore.

La presenza, in senso antropologico, è intesa come la capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per rispondere in modo adeguato ad una determinata situazione storica, partecipandovi attivamente attraverso l’iniziativa personale e andandovi oltre attraverso l’azione. La presenza significa dunque esserci come persone dotate di senso, in un contesto dotato di senso (Wikipedia). 

Ogni volta che si sale su un palco (situazione storica) lo facciamo sempre dotati di un senso e lo sforzo per un relatore è concentrarsi nell’esserci perché l’ansia da prestazione da palco tende a portarci fuori dall’esserci come rapiti dentro una gabbia che trattiene le nostre emozioni per la paura del giudizio. Se diamo alla paura e il suo significato ben ristretto e definito, non le daremo la forza di governarci. Abitualmente consideriamo la paura come un nemico, un elemento tra i più difficili da accettare ma dal quale possiamo imparare moltissimo. La paura necessita del massimo del rispetto perché  vuole insegnarci qualcosa. Se il nostro atteggiamento sarà quello del conflitto e dell’opposizione, l’azione di innalzare lo scudo contro i timori darà come conseguenza inevitabile  il blocco del diaframma, responsabile dell’accoglimento dell’emozioni, percepito come tensione che incapsula il senso di inferiorità (Gisela Rohmert – Metodo Funzionale), generando il tipico stato di agitazione da palco che sconfina nello smarrimento che conduce fuori dal senso.     Tutto questo ha a che fare con il nostro inconscio. Prima di arrivare alla parte scenica, quindi, è essenziale risolvere la questione psiche ecco perchè diventa determinante compiere un viaggio in grado di attraversarci. Dobbiamo ritrovare dentro noi stessi quelle qualità necessarie alla percezione degli altri.

Per questi fini abbiamo visto essere estremamente utile il concetto di GROUNDING. Questo si inserisce a pieno titolo all’interno del concetto bioenergetico e si tratta di una concettualizzazione che riesce ad essere di grande beneficio per l’individuo.

“Noi esseri umani siamo come gli alberi radicati al suolo con un’estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti sono le nostre radici terrene. Se sradichiamo un albero, le foglie muoiono; se sradichiamo una persona, la sua spiritualità diventa un’astrazione senza vita”. (Alexander Lowen)

Al di là della postura, o meglio, prima e dentro alla postura, c’è lo stare all’interno della propria verità interiore, l’accettazione di quello che è capitato nella propria esistenza. Il punto è: capire dove si è. In un parola: collocarsi. 

Questa identità (che non è identificazione) è “radicata nella terra, identificata con il proprio corpo, consapevole della propria sessualità, tesa verso il piacere. Qualità che mancano invece nella persona che vive tra le nuvole o tutta nella testa, anziché nei piedi”.

Il grounding è un’attività relativa alla bioenergetica. Questa si definisce come una tecnica psicocorporea che utilizza modalità respiratorie, specifici esercizi fisici, posizioni e contatti corporei, associati a un’analisi psicologica e caratteriale del soggetto. La bioenergetica consente l’integrazione tra corpo e mente, aiutando il soggetto a sciogliere i blocchi energetici e i meccanismi difensivi creatisi a livello fisico e psicoemotivo, causa di molte inibizioni.

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Lo scopo della bioenergetica è quello di rilassare le contrazioni muscolari permettendo così di far affiorare alla coscienza le emozioni che hanno provocato questi blocchi e di restituire alla persona uno stato di naturale carica energetica. La bioenergetica è stata ideata da Alexander Lowen, allievo di Whilhelm Reich, padre storico delle terapie incentrate sul corpo. Reich, neuropsichiatra austriaco nonché allievo di Sigmun Freud, elaborò le scoperte della psicoanalisi, definendo il concetto di energia orgonica, una modalità di energia vitale che trova la sua massima espressione nella sessualità, scorrendo liberamente lungo tutto il corpo. Stando a Reich, la capacità di desiderare e di godere viene spesso repressa da pressioni esterne e attraverso pressioni interne intrapsichiche, sotto forma di angoscia, inibizioni e blocchi. Queste modalità difensive sono costituite a livello fisico da rigidità corporee (corazza muscolare) e a livello psicologico da atteggiamenti caratteriali e dalla mancanza di contatto emozionale. Lowen riprese il concetto di energia vitale e sviluppò la terapia bioenergetica,  servendosi di alcune posizioni fisiche in grado allentare le tensioni e i blocchi. Un relatore rigido, cerebrale, viene percepito come distante. Lo abbiamo detto molte volte, il primo lavoro di coloro che vogliono parlare in pubblico è quello di riuscire (essere in grado) di stabilire una potente connessione con la propria audience sin dai primi istanti dalla presa del podio. La scioltezza e la presenza scenica, la facoltà di riempire lo spazio a disposizione derivano da un’azione di ritrovamento interiore, dallo scavare verso il proprio radicamento.

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Come si lavora sul grounding

La base di partenza è sentire il contatto con il terreno, la sensazione di contatto col suolo. Questo permette di accendere la percezione e orientarla a una corrente di eccitazione che scorre nel corpo, attraverso le gambe, fino ai piedi e al terreno. Radicarsi significa ritrovarsi in uno stato bilanciato, diritto, saldo; l’energia scorre liberamente e anche gli occhi sono più chiari e brillanti e la vista è migliore. 

Lowen spiegava chiaramente che per ritrovarsi di nuovo radicati si deve fare i conti con l’evoluzione dell’uomo: quanto si punta sull’aspetto intellettuale piuttosto che sull’ascolto di se stessi? L’ambire con la mente, l’immaginare, il vedere oltre, il preoccuparsi sono stati che riguardano i livelli alti del corpo e, se portati all’eccesso, sradicano. E osservare quanto ci si sta sradicando è il primo punto. Quindi si tratta di riscoprire la propria natura animale nelle nostre funzioni di base. In Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica, Manuale di esercizi pratici (Astrolabio, Roma 1979) si evince che lavorare sul grounding significa tornare a lavorare su qualità di ritmo e grazia. Anche autonomamente, si può sentire il libero fluire della parte inferiore del corpo, osservare di nuovo cosa accade quando ci si spinge in alto. Il centro è nel basso ventre ed è lì che si può andare per compiere azioni precise, forti (http://www.cure-naturali.it/tecniche-energetiche/2846/grounding-in-bioenergetica-come-funziona-e-a-cosa-serve/5709/a).

Nel linguaggio del corpo avere i piedi per terra significa essere in contatto con la realtà; significa che la persona non opera sotto l’influsso di una illusione. In senso letterale tutti hanno i piedi per terra, in senso energetico però le cose non stanno sempre così…in alcune situazioni l’energia viene ritirata dai piedi e dalle gambe e si dirige verso l’alto, verso la testa. Questo spostamento dell’energia produce uno stato dissociato tra la mente e il corpo (Lowen).

Il groundig implica che una persona sia disponibile a “scendere”, che abbassi il suo centro di gravità e che si senta più vicina alla terra. Il risultato immediato è un aumento del senso di sicurezza. Questo processo è associato al respiro: infatti se il respiro è bloccato la percezione del corpo al di sotto di quel punto è bloccata o ridotta.

La propria casa è il proprio corpo. Non essere connessi in modo sensibile con il proprio corpo vuol dire essere uno spirito disconnesso che fluttua attraverso la vita senza alcun senso di appartenenza. Tutti i pazienti con cui ho lavorato sentono, in misura maggiore o minore, questa separazione e solitudine, ed è un modo di essere tragico. L’obiettivo del mio lavoro terapeutico è aiutare le persone a ritrovare il loro senso di connessione con la vita e con gli altri, e radicarsi è l’unico modo per farlo” (A.Lowen , Onorare il corpo)

Le diverse situazioni che causano il ritiro dell’energia dalla parte inferiore del corpo determinando la perdita del senso di radicamento e di connessione, portano la persona ad essere “fissata” (appesa, “hung-up), bloccata; senza poter contare su un solido appoggio, l’individuo  si ritrova a “non avere i piedi per terra“, a vivere in base ad illusioni disancorate dalla realtà (“con la testa tra le  nuvole“) e a valori propri  più dell’ego (successo, ricchezza, potere) piuttosto che in sintonia con i bisogni del suo corpo (essere radicati, il piacere, l’accettazione di sè, la connessione con gli altri). Spesso le persone compensano il senso di sradicamento e insicurezza che deriva dalla debolezza delle loro gambe, sviluppando l’ego in modo eccessivo  e cercando in tutti i modi posizioni di potere in cui possono comportarsi “come se” fossero sicuri. Ben diversa è la situazione di una persona che acquisisce potere personale a partire dal suo senso di radicamento e lo gestisce, nelle varie situazioni in cui si viene a trovare, in modo integrato e connesso con la realtà fisica ed emotiva del suo corpo.

Nella sua esperienza, Lowen ideò e sperimentò molte tecniche per favorire il processo di grounding nei suoi pazienti. La posizione base è flettere leggermente le ginocchia rimanendo eretti, respirando con naturalezza. Questo semplice esercizio può produrre notevoli cambiamenti nel corpo, inducendo un’onda di vibrazione che dai piedi attraversa tutto l’organismo, facendoci sentire più connessi al terreno, approfondendo la nostra respirazione e rendendo più nitida la visione oculare. In altri casi possono essere utilizzati strumenti per sciogliere le tensioni muscolari nella pianta dei piedi e nelle gambe  che bloccano il libero fluire dell’energia e ripristinare il contatto con il terreno.

Il bend-over (piegati in avanti, ginocchia flesse) approfondisce la respirazione e aiuta a rilassare le tensioni della schiena, tensioni che si presentano anche a causa dell’abitudine a tenere le ginocchia serrate: le ginocchia, che sono gli ammortizzatori del corpo, quando si è sottoposti a forti pressioni, si piegano facendo passare lo stress attraverso il corpo e nel terreno. Se però le ginocchia sono rigide, la pressione viene intrappolata nel fondo della schiena creando una condizione di stress permanente che darà origine ai dolori nella zona lombo-sacrale, di cui tante persone  soffrono.

Bend-over

La posizione dell‘arco permette di percepire le tensioni che sono presenti nella parte inferiore del corpo e nel ventre, approfondisce  la respirazione e induce delle vibrazioni nella parte anteriore  e nelle gambe che possono arrivare  ad interessare tutto il corpo.

Arco

Il grounding è la chiave del lavoro bioenergetico. Se siete ben radicati il vostro corpo sarà naturalmente bilanciato, diritto e saldo. La vostra energia scorrerà liberamente e  la visione migliore. Più vi lasciate scendere dentro di voi, più profonda è la vostra respirazione” (A.Lowen, Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica).

Inconsciamente, ci “teniamo su” di continuo: abbiamo imparato ad associare all’esperienza dello “scendere” le qualità connesse alla “caduta“, cioè sensazioni di debolezza, vulnerabilità, mancanza di sostegno, solitudine, umiliazione. Le nostre tensioni muscolari ci mantengono rigidi e ci danno l’illusione di essere forti, mentre in realtà ci rendono insensibili e ci privano della possibilità di fare contatto con il terreno e con la nostra realtà, impedendo l’unica esperienza che realmente ci può fornire il sostegno e la sicurezza di cui abbiamo bisogno per muoverci nel mondo come essere radicati e connessi, liberi di respirare, di sentire e di protenderci verso il piacere (http://spaziopsiche.altervista.org/pagina-771653.html).

Lo scopo primario consiste nel radicare l’individuo nella realtà del suo corpo e della terra. Nella nostra cultura la gente ha un grande bisogno di “lasciarsi andare”. Non dovremmo aver paura di arrenderci, perchè ci arrendiamo ai nostri corpi, alla terra e alla vita. Ci abbandoniamo alla sola forza che in ultima analisi possa sostenerci. ” (A. Lowen, La depressione e il corpo)

Arti marziali

Al nostro relatore consapevole di se stesso interesserà sapere che moltissime arti marziali fondano i loro principi sulla disciplina del grounding. Durante le nostre sessioni di training facciamo molto spesso correlazioni in merito all’equilibrio e alla centratura corporea utilizzando le basi del kung fu (Alessio Mazzanti, istruttore arti marziali Yong Chun Gung Fu e difesa personale).  Le posizioni di guardia offrono ampi spunti per riflettere su questa argomentazione. Un buon radicamento agevola nell’individuo il rilassamento delle tensioni del corpo e della mente, avvicinando il centro di gravità verso il basso, più vicino alla terra: il risultato immediato sarà un maggior senso di sicurezza sia fisicamente sia psicologicamente. Infatti, quando siamo troppo carichi energeticamente (eccitati o in ansia) fisicamente abbiamo la sensazione di sollevarci da terra, quasi ci mancasse il terreno sotto i piedi, psicologicamente abbiamo la sensazione di perdere il controllo sia di noi stessi sia della realtà esterna. Al contrario, quando siamo troppo scarichi energeticamente (depressi) ci sentiamo sia fisicamente sia emotivamente incapaci di reagire. Attraverso la pratica delle arti marziali è possibile ottenere un buon radicamento sin dai primi tempi di pratica studiando la posizione di guardia, tenendo in considerazione almeno due fattori:

1. Il modo con il quale l’atleta usa i propri piedi                                                                    2. La sensibilità con la quale gestisce la propria postura.

Due elementi dai quali non si può prescindere per ottenere un buon grounding.  Nella formazione marziale, controllare e valutare negli atleti le caratteristiche dei piedi e la loro qualità d’appoggio al terreno è un passaggio fondamentale per fornire una buona impostazione di base che conferisce solidità tanto al corpo quanto alla mente. Il modo in cui si presentano i nostri piedi, è spesso segno indicativo del modo in cui ci adattiamo alla realtà.

1. Piede piatto

2. Piede ad artiglio

3. Piede a maglio

4. Piede normale

Dei piedi è necessario analizzare non solo la conformazione, ma anche il modo con il quale si poggiano sul terreno e come si muovono. Il modo con il quale il piede prende contatto con il suolo, durante il movimento, è indicativo della modalità con la quale l’individuo usa il proprio corpo e gestisce la relazione con la realtà. Contatto del piede con il suolo

1. Contatto troppo radicato

2. Contatto saltellante

3. Contatto sbilanciato

4. Contatto a forbice

Un buon grounding non si limita ad agevolare nell’atleta il radicamento al terreno, ma gli consente un buon radicamento in tutte le capacità d’azione e di percezione del proprio corpo. Ogni struttura muscolare e ad ogni distretto corporeo sono deputati all’espressione di una o più emozioni. Nei primi anni di vita del bambino, quando l’espressione di determinati comportamenti sono ripetutamente bloccati da chi si prende cura di lui, si crea una sorta di tensione cronica del muscolo deputato all’espressione di quel determinato comportamento. Di tale tensione l’individuo non è consapevole, sente solamente a livello comportamentale di non essere portato o capace di attuare quel determinato comportamento. La postura è dunque determinata da fattori fisici, psichici e di relazione. Fattori psichiche es: se una persona è depressa si presenterà inevitabilmente con le spalle ricurve, gli occhi spenti ed abbassati ai lati, poca energia nell’azione. Fattori di relazione es.: se una persona è timorosa dell’autorità manterrà, standole di fronte, un atteggiamento corporeo dimesso e ritratto. Insomma guardando il corpo ed il modo di muoversi dell’altro possiamo intuire sempre qualcosa delle sue qualità e delle sue difficoltà.

Nella pratica delle arti marziali la sensibilità ai segnali del corpo, il lavoro di conoscenza, correzione e gestione della postura sono parti fondamentali d’ogni programma. Questo studio si pratica solitamente sin dalle prime fasi di pratica, quando s’imposta la posizione di guardia. Le posizioni di guardia, di quasi tutte le arti marziali, hanno tra loro alcuni punti in comune che hanno come comune denominatore il fine di procurare una condizione di buon radicamento fisico e psichico. Posizione di guardia statica

1. Scarico del peso corporeo verso il terreno.

2. Adeguato appoggio sui piedi.

3. Semiflessione delle articolazioni delle caviglie e delle ginocchia.

4. Allineamento dei distretti corporei.

5. Gestione dell’attività respiratoria.

6. Spinta del respiro verso il basso, con particolare attenzione al distretto del bacino (hara), zona di produzione e di scarica dell’energia (Dott: Rosa Maria Distefano Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport Responsabile).

Bene, il relatore sul palco se non è in uno stato di grounding lo si vede da lontano. Il suo movimento sarà impacciato, il suo peso si sposterà di continuo da un piede all’altro sbilanciando il corpo per tutta la durata della relazione e lanciando messaggi sottili di inadeguatezza alla situazione nella quale si sta trovando. Difficilmente chi non ha praticato un certo lavoro su se stesso, utilissimi a questo proposito i seminari di teatro, riuscirà a compiere delle transizioni di palco (attraversamenti longitudinali o diagonali) disponendo in modo comodo e sensibile di tutto lo spazio a disposizione. Ci sono piccoli accorgimenti che possono aiutarci a rimanere a contatto con noi stessi e le nostre emozioni una volta saliti sul palco. Percepiamo lo spazio del palco con i nostri piedi. Respiriamo sempre sentendo il petto che si solleva e si abbassa con un ciclo lungo ma naturale e regolare. E la pancia, come sta? Proviamo a sentire gli addominali, se sono contratti, buttiamo un po’ in fuori la pancia per de-contrarli. La contrazione avviene al momento del sostegno del diaframma. Quindi ricordiamo le tre P: Piedi, Petto e Pancia.
Dopodiché testimoniate la vostra ‘presenza scenica’ dando senso al Vostro sentire.             (http://www.mikilu.it/pdf/presenza_scenica.pdf)

Michele Micheletti

Public Speaking Dynamics

Tutti possono fare una buona performance affrontando il pubblico di una platea più o meno vasta? Senza ombra di dubbio possiamo dire tranquillamente SI! Chiaramente per raggiungere il Linguaggio della Leadership occorre coltivare le proprie capacità innate, molto diversificate ma tutte estremamente utili ed utilizzabili (SWOT), affrontare quante più platee possibili e lavorare su se stessi senza esclusione di colpi.

DYNAMIC PUBLIC SPEAKING

Il parlare in pubblico è quindi un’arte che possiamo imparare partendo dai requisiti di base con i quali ci presentiamo da zero a noi stessi ed agli altri. Vogliamo lasciarvi con un interessante articolo da leggere riguardante le 5 principali caratteristiche del Public Speaking Dinamico secondo Nancy Daniels, ecco il link http://www.selfgrowth.com/articles/The_5_Secrets_of_Dynamic_Public_Speaking.html.

Stay Rock

Michele Micheletti

Risonanza Empatica. Sintonizzarsi sugli altri.

Il nostro cervello è una struttura indubbiamente complessa, il suo sistema di comunicazione, costituito da circa 100 miliardi di neuroni interconnessi in una ragnatela di fibre nervose lunga almeno 160 km, è in grado di gestire la memoria, la vista, l’apprendimento, il pensiero, la coscienza e molte altre attività. Tramite impulsi elettrochimici controlla comportamenti volontari e consapevoli ma anche molti comportamenti involontari  regolando le funzioni di ghiandole ed organi interni.

Le informazioni viaggiano a diverse velocità a seconda dei diversi tipi di neuroni. Non tutti i neuroni sono uguali, ne esistono alcuni in grado di trasportare informazioni alla velocità di 0.5 metri al secondo e altri che invece arrivano fino a 120 metri al secondo. Il nostro cervello in funzione sviluppa un’energia pari a quella di una lampadina da 10 watt, non male per un organo costituito per l’80% da acqua.

In realtà disponiamo di ben due cervelli riuniti in un unico organo. I due emisferi lavorano in concerto per permettere tutte le nostre attuali capacità cognitive. Lo studio della struttura cerebrale finora ha portato alla conclusione che i due emisferi abbiano caratteristiche specifiche seppur complementari. Negli ultimi anni, grazie soprattutto all’avanzamento delle tecniche di MRI (Magnetic Resonance Imaging), i ricercatori hanno cominciato a identificare con maggiore precisione le funzionalità delle differenti aree cerebrali. Scoprendo come in effetti l’emisfero sinistro sia funzionale al pensiero sequenziale e analitico, mentre il destro a quello emotivo e sintetico. L’emisfero sinistro è specializzato nella percezione-traduzione e rappresentazione del mondo circostante e utilizza una codifica elaborativa di tipo logico-analitica. Esso è specializzato nelle funzioni linguistiche e di pensiero analitiche: leggere, scrivere con relative regole grammaticali e sintattiche oltre alla concettualizzazione analogica. Le funzioni dell’emisfero destro invece sono principalmente di tipo analogico, esso è specializzato nella percezione di figure, strutture e contesti nella loro globalità.

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I due emisferi lavorano in stretto contatto anche se separati dal “corpo calloso”. Prendiamo ad esempio la parola “albero” e cerchiamo di capire come questa viene interpretata dal nostro cervello utilizzando il rimbalzo tra i due emisferi. L’informazione di partenza è la parola “albero” che una volta decodificata dall’emisfero sinistro attiva un processo di “ricerca transderivazionale” che genera l’immagine di un albero nell’emisfero destro (rappresentazione interna). Ovviamente in ogni persona la rappresentazione interna dell’albero sarà differente, ciascuno attingerà alle proprie immagini interiori (pino, abete, quercia, arancio, molti rami, pochi rami, molte foglie, poche foglie, grande, piccolo, con sfondo, senza sfondo, etc…….) in base al proprio vissuto sensoriale.

Molto spesso ci troviamo in un qualche stato di coscienza dettato dal nostro cervello. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all’incessante attivita’ elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso “onde elettromagnetiche”: le onde cerebrali. La frequenza di tali onde, calcolata in ‘cicli al secondo’, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attivita’ in cui il cervello e’ impegnato e puo’ essere misurata con apposite strumentazioni. Comunemente le onde vengono suddivise in “quattro bande”, che corrispondono a quattro fasce di frequenza e che riflettono le diverse “attivita’ del cervello”.

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Dagli studi sulla “risonanza” dei pendoli ad opera del fisico e matematico olandese Christiian Huygens (1665) siamo giunti a quelli sulla risonanza sonoro per cui allo stesso modo e per lo stesso principio, se si percuote un diapason, che produce onde alla frequenza fissa di 440 Hz, e lo si pone vicino a un secondo diapason ‘silenzioso’, dopo un breve intervallo quest’ultimo comincia anch’esso a vibrare. La risonanza puo’ essere utilizzata anche nel caso delle onde cerebrali. Se il cervello e’ sottoposto a impulsi (visivi, sonori o elettrici) di una certa frequenza, la sua naturale tendenza e’ quella di sintonizzarsi. Il fenomeno e’ detto ‘risposta in frequenza’. Per esempio, se l’attivita’ cerebrale di un soggetto e’ nella banda delle onde beta (quindi, nello stato di veglia) e il soggetto viene sottoposto per un certo periodo a uno stimolo di 10 Hz (onde alfa), il suo cervello tende a modificare la sua attivita’ in direzione dello stimolo ricevuto.

Ebbene, esiste una frequenza esterna, una vibrazione elettromagnetica che ci accompagna, ci avviluppa sin dalla nostra nascita, anzi, dovrebbe essere sempre stata presente. E’ la risonanza di Schumann, un gigantesco fenomeno planetario di risonanza magnetica, che deve il suo nome al fisico Winfried Otto Schumann, che lo previde matematicamente nel 1952. La superficie della Terra e la ionosfera interagiscono come due armature di un gigantesco condensatore, dove la Terra è la parte negativa e la ionosfera la parte positiva. Questo spazio-condensatore viene caricato dall’azione dei fulmini la cui carica di potenziale ne determina la risonanza.

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Così si apprende dal sito della NASA

“At any given moment about 2,000 thunderstorms roll over Earth, producing some 50 flashes of lightning every second. Each lightning burst creates electromagnetic waves that begin to circle around Earth captured between Earth’s surface and a boundary about 60 miles up. Some of the waves – if they have just the right wavelength – combine, increasing in strength, to create a repeating atmospheric heartbeat known as Schumann resonance. This resonance provides a useful tool to analyze Earth’s weather, its electric environment, and to even help determine what types of atoms and molecules exist in Earth’s atmosphere.” (http://www.nasa.gov/mission_pages/sunearth/news/gallery/schumann-resonance.html)

Sin da quando Schumann pubblicò i risultati delle sue ricerche, vi fu chi, come il medico dottor Ankermueller, ha collegato immediatamente la risonanza di Schumann con il ritmo alfa del cervello (circa 8 Hz!). Lo scienziato Herbert König (successore di Schumann all’università di Monaco di Baviera) ha dimostrato che effettivamente esiste una correlazione fra le frequenze di risonanza di Schumann ed i ritmi del cervello. Le interferenze con questo tipo di frequenza stanno dimostrandosi talmente tanto gravi che la NASA utilizza degli strumenti che sono una sorta di imitazione artificiale delle onde di Schumann per la difesa dei cervelli degli astronauti nello spazio, là dove le frequenze di Schumann svaniscono o entrano in grave conflitto con le onde elettromagnetiche inviate dal sole e dal cosmo.

Ris Emp

Avviciniamo questo fantastico contesto della risonanza e della vibrazione delle frequenze prese in esame ai concetti della comunicazione e dell’empatia. Spesso ci capita di sentire di stare bene con qualcuno semplicemente standogli vicino, frequentandolo. Probabilmente avvertiamo di essere compatibili, di vibrare alla stessa lunghezza d’onda. Questo contatto di sintonia è in definitiva il funzionamento dell’empatia. «Quando si parla di empatia, vi associo l’espressione “risonanza empatica” –evidenzia Ersilia di Fonzo, musicista, insegnante e musicoterapeuta – Intorno a noi tutto è vibrazione. La vibrazione è un’entità concreta, un’onda di pressione, che si avverte fisicamente. Spesso mi chiedo: è possibile fingere di essere empatici? La risposta è la differenza tra un bravo esecutore e un artista: l’uno esegue un pezzo in maniera perfetta, l’altro fa qualche errore, ma emoziona il pubblico e da quest’ultimo ha un ritorno, perché se ne sente sostenuto emotivamente».

Ecco quindi l’enorme differenza tra un ottimo relatore ed uno mediocre, tra un ottimo venditore ed un altro con scarsi risultati, tra un bravo insegnante ed un erogatore di concetti. La capacità di avere risonanza empatica, riuscire immediatamente a vibrare negli accordi di coloro che ci stanno di fronte è una facoltà che può essere perfezionata e potenziata, dovrebbe rientrare nei nostri stili di vita. Non vi sembra possibile? Provateci!

Anatomia Sottile – Atlante di Terapia Energo-Vibrazionale – Macro Edizioni

Fisiologia Sottile – Alla scoperta  dell’anatomia segreta del corpo d’energia – Macro Edizioni