Public Speaking Evolution. Nuova edizione 9-10-11 febbraio 2017

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Il parlare in pubblico (Public Speaking) è a tutti gli effetti una disciplina che richiede comprensione, applicazione, discernimento e grande costanza. Si tratta di un cammino personale fatto di perfezionamento delle proprie energie di base al fine di raggiungere un alto stato di vitalità e vigore psico-fisico. Questa nuova condizione consente al relatore di essere magnetico, centrato e produttore di interesse.

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Il relatore capace ed evoluto, riesce a sviluppare un forte collegamento tra chi parla e chi ascolta. Purtroppo questa condizione non è prerogativa di tutti. Non sempre riusciamo a generare un contatto efficace con la nostra platea e ad ottenere un feedback positivo.

L’ansia di dimostrare qualcosa è la peggiore nemica di un relatore così come lo sono la paura del pubblico, il desiderio di prevalere su chi ascolta, l’arroganza e l’ingratitudine. Tutte queste caratteristiche, decisamente negative, si manifestano molto spesso con intensità diverse e mix articolati contribuendo alla disconnessione tra le intenzioni dell’audience e quelle del public speaker.

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Il metodo Good Vibes, frutto di molti anni di esperienza sul campo, osservazione e pratica costante, ci ha consentito di sviluppare un approccio al Public Speaking totalmente innovativo e rivoluzionario. Parliamo di un metodo basato sulla gestione del profilo energetico del relatore, una nuova visione in grado di spostare tutta la struttura degli atteggiamenti e del comportamento dal sembrare all’essere, favorendo la naturale connessione ed un forte e persistente legame con il pubblico.

Migliorare noi stessi per migliorare il mondo in cui viviamo, ispirando momenti di ottimismo e felicità per permettere a tutti di poter fare la differenza.

“Nell’oratoria la più grande arte è nascondere l’arte”

Jonathan Swift

Michele Micheletti

Nel teatro i segreti di ogni relatore efficace

Il teatro è forse una delle forme d’arte più difficili, poichè si devono ottenere contemporaneamente e in perfetta armonia tre connessioni: i legami tra l’attore e la sua vita interiore, i suoi compagni ed il pubblico                                                                             (Brook P., La porta aperta, 1994, Milano, Anabasi)

Il relatore (attore) mediocre preferisce non correre rischi, ed è per questo che è convenzionale. Tutto quello che è mediocre è legato a questa paura. Il relatore (attore) convenzionale mette un sigillo sul proprio lavoro, e il sigillare è un atto di difesa. Per proteggersi, si “costruisce” e si “sigilla”. Per aprirsi, bisogna abbattere i muri (Carlo Presotto – Alfabeti teatrali 2005).

Questi muri si abbattono a partire da una presa di consapevolezza di se stessi, una profonda maturazione della propria presenza all’essere e del proprio ruolo nel mondo. Il metodo Good Vibes (Public Speaking Revolution) si fonda proprio su questi principi e cerca di delineare una strada per rendere un relatore come “ESSERE” e portarlo a destinazione lontano dal ruolo del “SEMBRARE”. Il primo passo è quindi la consapevolezza, il secondo passo è l’allenamento continuo.

6-7 maggio

https://michelemicheletti.com/2016/03/14/public-speaking-revolution-6-7-maggio/

Ognuno di noi ha un corpo unico ed irripetibile, fatto di ossa, muscoli, nervi, organi e di un modo altrettanto unico ed irripetibile di farli stare insieme e proiettarli nello spazio.
Lo scopo dell’allenamento non è quello di trasformare questo corpo, di modellarlo facendolo aderire ad un modello. Si tratta invece di raggiungere una condizione che possiamo chiamare “della prontezza”. Rendere cioè il nostro corpo, magro o grasso, agile o lento, in grado di reagire agli stimoli interni ed esterni in modo da renderlo lo strumento e non la gabbia delle nostre emozioni.

In tutto il lavoro dell’allenamento si scopre che il principale limite delle nostre possibilità espressive viene da noi stessi, dalla nostra paura, dalla nostra insicurezza, dalla nostra presunzione. L’allenamento ci viene in aiuto portandoci vicini ai nostri limiti, in uno stato di grazia che raramente fa parte della nostra vita quotidiana.  Quando si sfiora il limite, anche il più banale, salta la separazione virtuale tra corpo e mente, e torniamo ad essere un’unica realtà che si confronta con se stessa. Quando si supera il limite, in alcuni rari stati di grazia, si entra in quella condizione che gli psicologi chiamano “del flusso”, che accomuna i mistici estatici delle varie religioni, gli sportivi, gli artisti, gli scienziati. Una condizione in cui, dopo avere a lungo remato, il vento gonfia la vela e la barca sembra partire da sola, proiettandoci al di là dei nostri limiti in una condizione dove, forse, percepiamo la purezza e la semplicità della verità.

Il teatro è questo: l’arte di vedere noi stessi, l’arte di vedere noi stessi!
(Augusto Boal)

Noi utilizziamo il nostro corpo in maniera sostanzialmente differente nella vita quotidiana e nelle situazioni di “rappresentazione”. A livello quotidiano abbiamo una tecnica del corpo condizionata dalla nostra cultura, dal nostro stato sociale, dal nostro mestiere. Ma in una situazione di “rappresentazione” esiste un’utilizzazione del corpo che è totalmente differente. Si può quindi distinguere una tecnica quotidiana da una tecnica extraquotidiana.

Le tecniche quotidiane non sono consapevoli: ci muoviamo, ci sediamo, portiamo i pesi, baciamo, indichiamo, annuiamo e neghiamo con gesti che crediamo naturali e che invece sono culturalmente determinati.
Le differenti culture insegnano diverse tecniche del corpo secondo se si cammini o no con le scarpe, se si portino i pesi sulla testa o in mano, se si baci con la bocca o con il naso. Il primo passo per scoprire quali possono essere i principi del bios scenico dell’attore e del danzatore, la sua “vita” consiste, allora, nel comprendere che alle tecniche quotidiane del corpo si contrappongono delle tecniche extraquotidiane, cioè delle tecniche che non rispettano gli abituali condizionamenti dell’uso del corpo.

The Hibbing, Minnesota high school auditorium was modeled after the Capitol Theatre in New York City.

A queste tecniche extraquotidiane fanno ricorso coloro che si pongono in una situazione di rappresentazione. Spesso in Occidente non è evidente e consapevole la distanza che separa le tecniche quotidiane del corpo da quelle extraquotidiane che caratterizzano il comportamento dell’uomo nel teatro, palcoscenico o podio da relatore in un congresso.

Le tecniche quotidiane del corpo sono in genere caratterizzate dal principio del minimo sforzo: cioè il conseguimento della massima resa con il minimo impiego di energia. Le tecniche extraquotidiane si basano, al contrario, sullo spreco dell’energia. A volte sem- brano addirittura suggerire un principio speculare rispetto a quello che caratterizza le tecniche quotidiane del corpo: il principio del massimo impiego di energia per un mini- mo risultato (Eugenio Barba – Nicola Savarese, L’arte segreta dell’attore, Argo 1996).

Non andare a teatro è come far toeletta senza uno specchio.
(Arthur Schopenauer)

 

Michele Micheletti

 

 

Essere ciò che siamo. Parlare in pubblico senza stress.

Alla base c’è un’insicurezza che riguarda i rapporti con gli altri in generale: la strada per uscirne non è invocare più forza, ma valorizzare ciò che si ha, timidezza compresa (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html).                                                                                                             L’inizio di questo articolo di Riza psicosomatica ci è  piaciuto e nell’ambito ristretto della nostra esperienza ne abbiamo immediatamente colto la valenza: è vero, accade proprio questo.

La sofferenza legata alla cosiddetta “fobia sociale” (la difficoltà ad avere normali relazioni di scambio con gli altri) non dipende dalla timidezza o dal carattere, ma dal giudizio negativo che la persona dà della propria timidezza e del proprio carattere (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Temiamo pericolosamente il giudizio degli altri, l’attività di parlare in pubblico passa attraverso i complessi schemi dell’accettazione sociale: fare bella figura, piacere, sedurre, essere accettati in una certa cerchia, appartenenza. Abbiamo già parlato in altri articoli delle trappole dell’ego e di come queste possano influenzare negativamente una performance ed in senso molto più esteso la nostra stessa esistenza (https://michelemicheletti.com/2015/08/07/parlare-in-pubblico-ansie-paure-tecniche-vanita-e-superego-diamoci-una-regolata/), ma adesso vorremo riflettere sul come noi giudichiamo la nostra adeguatezza ad una certa situazione, sul come giudichiamo il nostro comportamento di fronte ad una prova.

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L’inadeguatezza e la non accettazione producono in noi uno stato di sofferenza al quale dobbiamo in qualche modo porre rimedio se decidiamo di affrontare delle platee: non è possibile piacere a tutti. Ognuno è quello che è, perché dovrebbe soffrirne? Soffre la pecora per essere pecora, l’aquila per esser aquila, il calabrone per essere calabrone? Soffrirebbero se non fossero quello che sono! Se la pecora non è una buona pecora ma si mette in testa di essere un lupo, allora sì che sono guai! (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Voler essere qualcosa che non siamo, voler sembrare qualcosa che per noi rappresenta l’essenza di cosa vorremmo essere ci porta inevitabilmente alla sofferenza. Il giudizio che diamo della nostra condizione crea tensione e stress che fatalmente si risolve in un processo di disistima e fallimento. Il giudice interno (noi stessi) ed il giudice esterno (gli altri) fanno parte dello stesso processo in questa logica della sofferenza autoimposta.

Possiamo porre rimedio in modo definitivo a questo circolo della non accettazione/sofferenza tramite tre (non)semplici mosse.                                           1- Scoprire se stessi e proporre il proprio essere in tutto e per tutto come portatore di serenità e felicità.                                                                                                                    2- Ridurre la potenza del giudice interno perfezionando il dialogo interno con affermazioni positive come: “Io sono preparato”, “Le cose che ho imparato posso spiegarle perfettamente”, “Ho tutto per essere felice”.                                                                           3- Essere effettivamente ben preparati ed organizzati per l’intervento in pubblico che abbiamo programmato di fare.

Di seguito una esaustiva ed esauriente infografica riassuntiva relativa alle varie fasi di preparazione e risoluzione di un intervento in pubblico.

PublicSpeaking (1)

http://www.briantracy.com/blog/public-speaking/27-useful-tips-to-overcome-your-fear-of-public-speaking/

Un’ultima cosa, se l’esperienza che state affrontando per voi è fonte di stress, ansie e paure lo sarà anche per il vostro pubblico. Il vostro disagio verrà inevitabilmente percepito da tutti ed il vostro intervento non desterà alcun favore. I presenti non vedranno l’ora che finiate per potersi liberare di voi e della vostra presenza seminatrice di tensione e camicie sudate. Stay tuned.

Michele Micheletti