Kung Fu e Public Speaking? Tutta questione di equilibrio.

Un relatore sembrerà tanto più sicuro ed efficace nella misura in cui egli sarà tanto più sicuro ed efficace.

Siete di quelli che pensano ancora che un relatore debba stare dietro al leggio che gli viene messo a disposizione? Bene, allora dovete leggere questo articolo.

La presenza scenica (presence) è parte fondamentale della comunicazione e del mestiere del relatore. Questa dote la possiamo acquisire con la pratica, l’allenamento e la concentrazione. Essere coinvolgenti e magnetici è un risultato frutto di disciplina e uno dei requisiti principali per trasmettere questo tipo di suggestione è quello di essere in grande equilibrio, sia dentro che fuori. Occorre infatti un equilibrio mentale necessario ma anche un equilibrio dinamico che ci consentirà di essere così inimitabilmente a nostro agio sulle assi di un palcoscenico davanti ad un pubblico incantato e partecipe.

“…L’equilibrio è il fulcro dell’Universo”.

I parallelismi tra Kung Fu e Public Speaking sono veramente molti, basti pensare che la traduzione letterale del vocabolo Kung Fu significa “abilità acquisita con sacrificio”. Niente di più vero anche per il parlare in pubblico, come ben sappiamo l’adagio recita “non si può parlare in pubblico senza parlare in pubblico”, proprio a testimoniare il fatto che anche questa arte necessita di un lungo periodo di apprendistato e di perfezionamento continuo caratterizzato dal sacrifico.

Il praticante di questa antichissima arte marziale ha come ultimo fine la ricerca dell’equilibrio e dell’armonia con tutto quello che lo circonda, un’armonia che si dispiega non solo nella disciplina fisica ma anche nell’arte, nella filosofia, nell’equilibrata crescita marziale e spirituale. Molti potrebbero pensare che la disciplina del Kung Fu possa essere rivolta meramente all’aspetto tecnico, al combattimento. Non funziona in questo modo. Il fine ultimo è la propria crescita, il perfezionamento e non vi è crescita se la focalizzazione è incentrata sull’avversario e sulla sua sconfitta.

Il Kung Fu, come il Public Speaking, possono essere praticati a vari livelli in base alle scelte che l’individuo vuole fare per la sua esistenza. Il ruolo del “maestro” è veramente molto importante per permettere agli allievi di apprendere senza tensioni e distorsioni la materia in oggetto. La ricerca dell’equilibrio, vera via delle due discipline, passa attraverso l’acquisizione e il raggiungimento della marzialità: un modo di essere e di vivere con consapevolezza la propria dimensione di praticante di Kung Fu ma anche di Public Speaker. La marzialità si acquisisce con l’assidua frequentazione della materia e anche se, per quanto riguarda il parlare in pubblico, il concetto potrebbe sembrare leggermente esagerato, possiamo tranquillamente e senza ombra di dubbio poter testimoniare che non è affatto così. La marzialità è un contesto di dignità e stato di coscienza consapevole che si raggiunge con la pratica fisica e del pensiero, si tratta di una struttura psicofisica che ci permette di contenere il rispetto, la conoscenza, la gratitudine, il senso del limite, l’ideale di perfezione, l’armonia e la presenza a se stessi.

Il valore atletico del Kung Fu si ritrova nell’educazione e nell’affinamento dei movimenti che devono risultare comunque fluidi, morbidi ed eleganti nella loro veloce e spesso complessa successione di movimenti nei quali la centralità e l’equilibrio del corpo è fondamentale. Se avete seguito uno dei nostri corsi sapete bene che mettiamo molta attenzione nel far capire che un relatore ottiene un effetto professionale, basato sull’ingaggio emozionale del pubblico, solo quando la sua dinamica corporea è affrancata dai condizionamenti di rigidità e formalismo imposti dalle credenze sociali più diffuse. La fluidità dei movimenti  e l’eleganza dell’incedere e dello spostarsi passano attraverso la qualità della respirazione per  arrivare alla scioltezza e alla naturale padronanza dello spazio a disposizione sul palcoscenico. Il risultato che ne conseguirà sarà quello di essere  pienamente in situazione, padroni dello spazio, consapevoli di se stessi in quello spazio e pienamente sintonizzati con gli ascoltatori. La dote principale dell’esplicazione di queste caratteristiche trova le sue profonde radici in un unico concetto: l’equilibrio. Questo ha una duplice caratterizzazione, è sia interno (psicologico) sia esterno (fisico-dinamico). I due ambienti sono strettamente connessi e la loro comprensione è in grado di suggerirci nuovi orizzonti. Abbiamo già trattato dell’importanza del Grounding in questo articolo di cui alleghiamo il link (https://michelemicheletti.com/2015/11/05/il-relatore-cha-fa-la-differenza-e-ben-radicato-considerazioni-sul-grounding-nel-public-speaking/),  ma in questa nuova trattazione  vogliamo sottolineare come in realtà la sicurezza nello stare in una situazione di dialogo con un pubblico passa attraverso dei principi ben evidenziati ed espressi nelle basi della tradizione delle arti marziali ed in questo caso nel Kung Fu.

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Alessio Mazzanti insegnate di Wing Chun della scuola Yong Chun Gung Fu di Pisa

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Ognuno di noi ha un corpo unico ed irripetibile, fatto di ossa, muscoli, nervi, organi e di un modo altrettanto unico ed irripetibile di farli stare insieme e proiettarli nello spazio.
Lo scopo dell’allenamento non è quello di trasformare questo corpo, di modellarlo facendolo aderire ad un modello. Si tratta invece di raggiungere una condizione che possiamo chiamare “della prontezza”. Rendere cioè il nostro corpo, magro o grasso, agile o lento, in grado di reagire agli stimoli interni ed esterni in modo da renderlo lo strumento e non la gabbia delle nostre emozioni. In tutto il lavoro dell’allenamento si scopre che il principale limite delle nostre possibilità espressive viene da noi stessi, dalla nostra paura, dalla nostra insicurezza, dalla nostra presunzione. L’allenamento ci viene in aiuto portandoci vicini ai nostri limiti, in uno stato di grazia che raramente fa parte della nostra vita quotidiana.

Quando si sfiora il limite, anche il più banale, salta la separazione virtuale tra corpo e mente, e torniamo ad essere un’unica realtà che si confronta con se stessa. Quando si supera il limite, in alcuni rari stati di grazia, si entra in quella condizione che gli psicologi chiamano “del flusso”, che accomuna i mistici estatici delle varie religioni, gli sportivi, gli artisti, gli scienziati. Una condizione in cui, dopo avere a lungo remato, il vento gonfia la vela e la barca sembra partire da sola, proiettandoci al di là dei nostri limiti in una condizione dove, forse, percepiamo la purezza e la semplicità della verità (Appunti di lavoro per i laboratori teatrali nel contesto educativo di Carlo Presotto)

Consapevolezza corporea

Alessio Mazzanti Yon Chun Gung Fu

Consapevolezza corporea

 

Michele Micheletti

 

 

Le 7 regole d’oro del public speaking

E’ sempre più richiesta la capacità di parlare in pubblico. E non è facile saperlo fare bene. Ecco come riuscirci con qualche piccolo trucco

 

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Se un tempo saper parlare in pubblico e incantare le folle era un valore aggiunto, oggi è un asset indispensabile. Lo è per chi fa business, come per il politico, per il giornalista, per lo sportivo. Nell’era della comunicazione tutto passa attraverso la capacità di saper trasmettere informazioni, di saper coinvolgere gli interlocutori e di saper lasciare il segno con i propri discorsi. Dalla politica alla religione, dal business alla giustizia, dallo spettacolo (nella foto sopra, Sharon Stone in uno dei suoi toccanti discorsi per Amfar) alle professioni, il public speaking oggi può fare la differenza. Ma perché saper coinvolgere il pubblico può contare così tanto nel proprio lavoro? Vediamo le tre situazioni di business in cui il saper parlare in modo efficace alla platea conta.

Il public speaking per il manager
Partiamo da chi lavora in una organizzazione e ha compiti manageriali (ma tanto vale anche per chi è impiegato). Quali saranno le occasioni di parlare in pubblico? Beh, la considerazione da cui muovere è che ci troveremo di fronte ad una situazioni di public speaking ogni qual volta parleremo a più di un interlocutore. Ecco che il primo caso che ci viene in mente sono le riunioni con i colleghi e i collaboratori. Spesso si da per scontata questa situazione e la si sottovaluta. Ma facciamo attenzione, perché è proprio in ufficio che gli skills del public speaking possono fare la differenza nella vostra carriera. Se vi hanno delegato delle attività, per esempio, e dovete relazionare al vostro team, saperlo fare in modo efficace, sintetico, accattivante, lascerà tutti impressionati e farà sì che possiate essere notati da eventuali capi presenti. L’alternativa potrebbe essere fare quelle tremende riunioni infinite, senza un capo e una coda, dove un fiume di parole inonda la sala e ciascuno dopo pochi minuti si dedica ad altre cose (sms, mail, telefonate). Se poi siete il team leader che deve organizzare le attività del proprio gruppo di lavoro, oppure il capo che deve motivare i propri ragazzi, o ancora il manager che deve costruire il proprio carisma, ecco che il saper parlare in pubblico diventa un momento decisivo per il vostro ruolo. Anche qui, l’alternativa sarà fare riunioni dove le deleghe sono date male, i collaboratori passano bona parte del proprio tempo a giustificare e trovare alibi e scuse, i toni di voce spesso si alzano oltre misura per cercare di farvi ascoltare e la sensazione di non avere la situazione in mano si fa sempre più forte.

Il public speaking per l’imprenditore
Passiamo al secondo caso, il public speaking per chi fa impresa. Necessariamente l’imprenditore dovrà avvalersi di una squadra per realizzare il proprio progetto di business. Saper condividere la propria vision diventa importante, come lo sarà il saper motivare la propria organizzazione. L’imprenditore non deve necessariamente essere “buono” con i propri collaboratori, ma sicuramente dovrà essere percepito come “giusto”, “in gamba”, determinato. L’imprenditore è il capitano di una nave e chi vi è imbarcato sopra vuole avere la sensazione di essere nel posto giusto per due motivi: prima di tutto per se stesso, quindi per le prospettive di crescita; in secondo luogo per la solidità del progetto imprenditoriale a cui sta prendendo parte. E come si fa a comunicare tale progetto? Come si fa a coinvolgere le persone della propria organizzazione? Come si può avere da ciascuno il meglio e non solo il minimo sindacale? Facendoli sentire parte attiva di un progetto, facendoli sentire importanti ciascuno nel proprio ruolo, facendoli sentire parte di un tutto. E per fare ciò bisogna saper comunicare bene, bisogna saper parlare ai singoli come al gruppo nel suo insieme. Comunicare vuol dire “mettere in comune”. Ecco, il bravo imprenditore sa mettere in comune con i suoi la sua visione, qualcosa di entusiasmante, di bello da costruire, di utile per tutti. Anche qui, l’alternativa quel può essere? Tenere nella propria testa il progetto e far sentire gli altri della squadra estranei allo stesso. Il rischio, neanche a dirlo, è di sentirsi solo al comando e con una squadra poco consapevole, affiatata e motivata. Il rischio è di mettere insieme in gruppo di lavoratori-mercenari, che lavorano solo per soldi e del resto non importa nulla.

Il public speaking per il professionista
Ed eccoci all’ultima situazione di business in cui il public speaking segna la differenza. Siamo nel mondo delle professioni – architetti, ingegneri, avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, notai, giornalisti, medici e potremmo continuare. Per un professionista le occasioni di parlare in pubblico potrebbero essere molteplici: dalle docenze nel mondo accademico, alla partecipazioni a tavole rotonde, convegni, seminari, udienza, riunioni con i clienti oppure in studio con i propri collaboratori. Saper trasmettere i contenuti attraverso lo storytelling, saper gestire il linguaggio del corpo in riunione, saper coinvolgere la platea come relatore può fare la differenza? Nelle situazioni di business sarà un tassello determinante nell’engagement di nuova clientela e nelle situazioni istituzionali o di studio contribuirà a costruire credibilità e leadership. In conclusione, saper parlare in pubblico ed essere memorabili vi darà quella marcia in più nel vostro business sia internamente all’organizzazione che con i clienti. Alla classica domanda: “ma è una dote di natura o si può apprendere?” ci sentiamo senza indugio di poter rispondere che come tutte le abilità si può apprendere e coltivare. Certo, chi è già “portato” naturalmente farà minor fatica e probabilmente raggiungerà risultati maggiori, ma sappiate che tutti i grandi speaker della storia hanno studiato e applicato le tecniche e i principi del public speaking.

 

Le 7 regole del Public Speaking

1.
Inserisci i contenuti che vuoi trasmettere in una o più storie e racconti (storytelling), invece che limitarti a trasmettere mere informazioni.

2.
Coinvolgi il tuo pubblico con domande, invece di fare monologhi.

3.
Usa un po’ di humor intelligente e adeguato, per sciogliere la tensione e per avvicinare a te il pubblico.

4.
Se puoi parla in piedi, invece che seduto dietro un tavolo e il computer.

5.
Mantieni il contatto visivo con tutto il pubblico, abbraccialo con il tuo sguardo.

6.
Apri il tuo speech anticipando i punti della relazione, poi affrontali e infine fai una sintesi dei punti importanti (dirò-dico-ho detto).

7.
Fai la sintesi di quanto è stato detto prima di passare ad un nuovo argomento.

Diceva J.F. Kennedy: «I migliori oratori danno l’impressione di improvvisare, ma in realtà si preparano tutto». Nella gallery, le sette regole d’oro per parlare in pubblico.

Articolo tratto da:http://www.vanityfair.it/mybusiness/news/16/01/16/public-speaking-parlare-in-pubblico?utm_source=facebook&utm_medium=cpc&utm_campaign=MYBUSINESS_parlarePubblico

Mario Alberto Catarozzo Coach

Creare realtà. Algoritmo Transurfing Vivo

La verità è semplice.

Viviamo tuttavia in un mondo complicato, pieno di false necessità create per vendere prodotti che la maggior parte delle persone poi insegue come obiettivi personali.

Abbiamo preparato un’infografica riassuntiva, così come proposto dallo stesso Zeland, relativa all’algoritmo di azione orientativa per le tecniche di Transurfing. Si tratta di un cammino per chi conosce già qualcosa di questo approccio alla realtà, quindi se non si padroneggiano terminologie e strutture la lettura di questo documento potrebbe risultare decisamente astrusa.

Il successo del Transurfing risiede proprio nella nuova prospettiva che suggerisce al lettore, un modo completamente innovativo di gestire la vita quotidiana. Il Transurfing non aiuta a lottare contro i problemi e nemmeno a risolverli, aiuta semplicemente a evitare di incontrarli.

ALGO

Consigliamo di approcciare in modo organico questa “disciplina” in modo da avere ben chiare tutte le sfumature proposte dall’autore Vadim Zeland, in qualche modo ne vale sempre la pena.

http://www.transurfing.it/

Algoritmo transurfing vivo

Buona vita!

Michele Micheletti

Il caso non esiste… (settima legge ermetica)

Quante volte lo avrai sentito dire?! Non esiste caso, per tutto c’è un motivo! Per quanto tu possa maledire o benedire il destino per ciò che accade, la verità è che tu sei stato l’artefice della gran parte dei fatti della tua vita. No, non tutti i fatti, ma molti si. E le coincidenze che […]

http://blog.esserefelici.org/2015/12/14/il-caso-non-esiste-settima-legge-ermetica/

La nostra mente è come Google!

We are all now connected by the internet, like neurons in a giant brain.

Stephen Hawking

Possiamo definire il nostro cervello in molti modi, tra questi possiamo descriverlo come uno strumento per essere simultaneamente in luoghi separati e diversi tra di loro. Capisco che tutto questo possa risultare leggermente naïf, cerchiamo di spiegare.

Abbiamo già avuto modo di parlare di struttura e funzionamento dei nostri emisferi cerebrali e quindi non ci dilungheremo su questo, in questa occasione ci focalizzeremo sulle possibilità offerte da quello di cui disponiamo.

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Il nostro cervello sinistro (Io sono)

Il cervello sinistro funziona in modo “tridimensionale” ed è concentrato sulle cose che possiamo vedere, sentire, toccare e misurare. Grazie alle funzionalità di quest’organo  siamo in grado di sapere che la persona che ci risiede accanto è proprio li in quella specifica posizione e che è un essere umano proprio come noi. Senza l’ausilio del nostro cervello sinistro non saremo in grado di misurare e percepire la “realtà” e di avere un’esperienza umana. Perderemo la nostra IDENTITÀ.

L’identità è collegata alle strutture del nostro EGO e questo è a sua volta collegato ad una potente sovrastruttura che potremo chiamare destino o KARMA. Quando il nostro emisfero sinistro si sviluppa in modo particolare ci capita di credere che il nostro corpo sia il nostro vero noi, ci identifichiamo integralmente con il nostro corpo. Ho fatto questo test con i miei figli chiedendo loro separatamente: “Tu hai un corpo?”. La risposta è stata tempestiva, decisa e rivolta all’affermazione positiva. Ho poi nuovamente chiesto loro: “Tu sei il tuo corpo?”. La risposta è stata altrettanto veloce: “No”. Non si tratta ovviamente di una risoluzione scientifica ma è ovvio che le strutture del pensiero dei bambini, non dominate dal principio deterministico di causa ed effetto, ragionino in modo più libero rispetto alle nostre euristiche e ai nostri schemi comportamentali. Uno sviluppo considerevole del cervello sinistro ci porta ad identificarci con il nostro corpo perchè i suoi strumenti di percezione della “realtà” sono una serie di strumenti analogici (in senso figurativo) costituiti dai  5 sensi.

Il nostro cervello destro (Noi siamo)

Cosa completamente diversa è la costituzione della struttura del nostro cervello destro. La sua connessione al mondo circostante non avviene in modo analogico tramite i sensi ma tramite una sorta di wi-fi collegato ovunque ad una sorta di sovrastruttura che potremmo immaginare come una vera rete universale. Questa parte di noi ha la capacità di connettersi a qualsiasi aspetto dell’universo e a tutti quelle situazioni che hanno a che fare con la non quantificazione e l’invisibile, il problema è che noi non ne abbiamo consapevolezza. Il nostro cervello destro ha quindi una capacità di percezione per piani aumentati che potremmo chiamare 4D+ per indicare la coesistenza di dimensioni maggiori rispetto al 3D del cervello sinistro.

Il cervello destro è direttamente connesso alla nostra vera essenza, a qualcosa che in termini metafisici potremmo definire semplicemente SPIRITO ma che in altri contesti potrebbe anche essere descritto come coscienza. Lo spirito è il “chi siamo noi” con attenzione alla sfumatura di linguaggio: mentre il cervello sx parla in termini di identità e di IO, il cervello destro si esprime in termini di pluralità intesa come NOI. Non si identifica come singolarità perchè è già integrato in un sistema di collegamento molto vasto la cui dimensione è quella che molti illustri studiosi hanno definito come Inconscio Collettivo (Assagioli) (Jung).

La Persona è il modo in cui il soggetto è visto dal mondo. L’Anima[…] come viene vista dall’inconscio collettivo.

Carl Gustav Jung (La struttura dell’inconscio)

 

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Il problema è che non ci è data la possibilità di misurare ciò che accade nel cervello destro, servono strumenti molto diversi rispetto a quelli utilizzati dalla scienza. L’accesso al nostro stato di connessione universale è in realtà, teoricamente, molto semplice: potete chiedere a qualsiasi persona dedita alla meditazione ad un certo livello e la risposta sarà diretta ed univoca… meditare! Quando si è in stato di meditazione profonda il nostro cervello di sinistra si spegne. In quel preciso momento si attiva la nostra connessione al sistema Google universale e abbiamo accesso a tutta l’informazione disponibile.

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Trovo interessante segnalare l’esperienza della dottoressa Jill Bolte Taylor ricercatrice in neuroscienze presso la Harvard University e qualificata come una delle 100 persone più influenti del 2008 dalla rivista Time. Il 10 Dicembre 1996, quando aveva 37 anni, si trovava nel suo appartamento a Boston, quando  improvvisamente sentì un forte mal di testa dietro l’occhio: una problematica cerebrovascolare (CVA) le aveva colpito il lobo sinistro del  cervello. Jill racconta che poco dopo l’incidente, cominciò a sentire una tranquillità mentale che non aveva mai provato. Le sue preoccupazioni cessarono, l’intenso rumore dei suoi pensieri si placò. L’auto-consapevolezza che tutti noi abbiamo, che ci porta a giudicare e criticare costantemente era scomparsa lasciando il posto ad una pace indescrivibile. Potete seguire il racconto della sua incredibile esperienza cliccando su questo link https://www.youtube.com/watch?v=UyyjU8fzEYU.

A questo livello di coscienza siamo tutti connessi ed è quindi necessario fare attenzione proprio come lo è nel corrispettivo ambiente digitale che usiamo per sostenere la nostra analogia. È necessario allenarsi all’ottenimento di questa possibilità, è necessario disimparare e poi apprendere di nuovo. Per i bambini muoversi in questo ambiente è proporzionalmente più semplice, i sogni e gli incubi ricorrenti e molto articolati ne sono una forte dimostrazione. Si tratta di un “potere” importante per dirla in termini descritti da David Hawkins (Power vs Force), anche se non sanno ancora come gestire  questa loro potenzialità riescono a fare esperienza di coscienza molto forti. Crescendo interverranno le strutture ed i modelli di condizionamento che pian piano ci faranno dimenticare la potenzialità universale del nostro cervello destro e sarà quindi necessario disimparare e ripartire.

Il KARMA è semplicemente una conseguenza delle nostre azioni. Esistono almeno tre tipi di karma ma per capirci immediatamente con un esempio pratico possiamo dire questo: se io ti do una sberla e tu come reazione diretta me la rendi…ecco, questo è una manifestazione di karma “istantaneo”. Il collegamento del nostro ego all’equilibrio degli eventi è diretto, dobbiamo in qualche modo liberarci di questo aspetto o riequilibrare il tutto grazie alla funzione del nostro cervello destro. Nel Google universale ci sono tutte le informazioni necessarie per recuperare il nostro vero essere, il nostro vero NOI.

Fonte “Roy Martina”

Stay Tuned!

Michele Micheletti

 

 

Il relatore cha fa la differenza è ben “radicato”. Considerazioni sul grounding nel Public Speaking

Uno degli aspetti di un relatore che maggiormente infastidiscono gli spettatori durante la sua performance riguarda l’ incapacità di “prendere e mantenere la scena”. La presenza scenica è ciò che fa la differenza e che permette di catturare le attenzioni del pubblico, al di là delle doti specifiche e del talento individuale. Il comportamento di rimanere immobile al centro del palco è ormai considerato da principianti, opportuno è, invece, muoversi a ritmo, occupare tutto lo spazio disponibile, in modo da rivolgersi all’universo platea, non solo a quella centrale o nelle prime file. Mettere in atto tutto questo è molto difficile e necessita di un percorso che comincia dall’interno per arrivare poi all’espressione esteriore.

La presenza, in senso antropologico, è intesa come la capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per rispondere in modo adeguato ad una determinata situazione storica, partecipandovi attivamente attraverso l’iniziativa personale e andandovi oltre attraverso l’azione. La presenza significa dunque esserci come persone dotate di senso, in un contesto dotato di senso (Wikipedia). 

Ogni volta che si sale su un palco (situazione storica) lo facciamo sempre dotati di un senso e lo sforzo per un relatore è concentrarsi nell’esserci perché l’ansia da prestazione da palco tende a portarci fuori dall’esserci come rapiti dentro una gabbia che trattiene le nostre emozioni per la paura del giudizio. Se diamo alla paura e il suo significato ben ristretto e definito, non le daremo la forza di governarci. Abitualmente consideriamo la paura come un nemico, un elemento tra i più difficili da accettare ma dal quale possiamo imparare moltissimo. La paura necessita del massimo del rispetto perché  vuole insegnarci qualcosa. Se il nostro atteggiamento sarà quello del conflitto e dell’opposizione, l’azione di innalzare lo scudo contro i timori darà come conseguenza inevitabile  il blocco del diaframma, responsabile dell’accoglimento dell’emozioni, percepito come tensione che incapsula il senso di inferiorità (Gisela Rohmert – Metodo Funzionale), generando il tipico stato di agitazione da palco che sconfina nello smarrimento che conduce fuori dal senso.     Tutto questo ha a che fare con il nostro inconscio. Prima di arrivare alla parte scenica, quindi, è essenziale risolvere la questione psiche ecco perchè diventa determinante compiere un viaggio in grado di attraversarci. Dobbiamo ritrovare dentro noi stessi quelle qualità necessarie alla percezione degli altri.

Per questi fini abbiamo visto essere estremamente utile il concetto di GROUNDING. Questo si inserisce a pieno titolo all’interno del concetto bioenergetico e si tratta di una concettualizzazione che riesce ad essere di grande beneficio per l’individuo.

“Noi esseri umani siamo come gli alberi radicati al suolo con un’estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti sono le nostre radici terrene. Se sradichiamo un albero, le foglie muoiono; se sradichiamo una persona, la sua spiritualità diventa un’astrazione senza vita”. (Alexander Lowen)

Al di là della postura, o meglio, prima e dentro alla postura, c’è lo stare all’interno della propria verità interiore, l’accettazione di quello che è capitato nella propria esistenza. Il punto è: capire dove si è. In un parola: collocarsi. 

Questa identità (che non è identificazione) è “radicata nella terra, identificata con il proprio corpo, consapevole della propria sessualità, tesa verso il piacere. Qualità che mancano invece nella persona che vive tra le nuvole o tutta nella testa, anziché nei piedi”.

Il grounding è un’attività relativa alla bioenergetica. Questa si definisce come una tecnica psicocorporea che utilizza modalità respiratorie, specifici esercizi fisici, posizioni e contatti corporei, associati a un’analisi psicologica e caratteriale del soggetto. La bioenergetica consente l’integrazione tra corpo e mente, aiutando il soggetto a sciogliere i blocchi energetici e i meccanismi difensivi creatisi a livello fisico e psicoemotivo, causa di molte inibizioni.

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Lo scopo della bioenergetica è quello di rilassare le contrazioni muscolari permettendo così di far affiorare alla coscienza le emozioni che hanno provocato questi blocchi e di restituire alla persona uno stato di naturale carica energetica. La bioenergetica è stata ideata da Alexander Lowen, allievo di Whilhelm Reich, padre storico delle terapie incentrate sul corpo. Reich, neuropsichiatra austriaco nonché allievo di Sigmun Freud, elaborò le scoperte della psicoanalisi, definendo il concetto di energia orgonica, una modalità di energia vitale che trova la sua massima espressione nella sessualità, scorrendo liberamente lungo tutto il corpo. Stando a Reich, la capacità di desiderare e di godere viene spesso repressa da pressioni esterne e attraverso pressioni interne intrapsichiche, sotto forma di angoscia, inibizioni e blocchi. Queste modalità difensive sono costituite a livello fisico da rigidità corporee (corazza muscolare) e a livello psicologico da atteggiamenti caratteriali e dalla mancanza di contatto emozionale. Lowen riprese il concetto di energia vitale e sviluppò la terapia bioenergetica,  servendosi di alcune posizioni fisiche in grado allentare le tensioni e i blocchi. Un relatore rigido, cerebrale, viene percepito come distante. Lo abbiamo detto molte volte, il primo lavoro di coloro che vogliono parlare in pubblico è quello di riuscire (essere in grado) di stabilire una potente connessione con la propria audience sin dai primi istanti dalla presa del podio. La scioltezza e la presenza scenica, la facoltà di riempire lo spazio a disposizione derivano da un’azione di ritrovamento interiore, dallo scavare verso il proprio radicamento.

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Come si lavora sul grounding

La base di partenza è sentire il contatto con il terreno, la sensazione di contatto col suolo. Questo permette di accendere la percezione e orientarla a una corrente di eccitazione che scorre nel corpo, attraverso le gambe, fino ai piedi e al terreno. Radicarsi significa ritrovarsi in uno stato bilanciato, diritto, saldo; l’energia scorre liberamente e anche gli occhi sono più chiari e brillanti e la vista è migliore. 

Lowen spiegava chiaramente che per ritrovarsi di nuovo radicati si deve fare i conti con l’evoluzione dell’uomo: quanto si punta sull’aspetto intellettuale piuttosto che sull’ascolto di se stessi? L’ambire con la mente, l’immaginare, il vedere oltre, il preoccuparsi sono stati che riguardano i livelli alti del corpo e, se portati all’eccesso, sradicano. E osservare quanto ci si sta sradicando è il primo punto. Quindi si tratta di riscoprire la propria natura animale nelle nostre funzioni di base. In Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica, Manuale di esercizi pratici (Astrolabio, Roma 1979) si evince che lavorare sul grounding significa tornare a lavorare su qualità di ritmo e grazia. Anche autonomamente, si può sentire il libero fluire della parte inferiore del corpo, osservare di nuovo cosa accade quando ci si spinge in alto. Il centro è nel basso ventre ed è lì che si può andare per compiere azioni precise, forti (http://www.cure-naturali.it/tecniche-energetiche/2846/grounding-in-bioenergetica-come-funziona-e-a-cosa-serve/5709/a).

Nel linguaggio del corpo avere i piedi per terra significa essere in contatto con la realtà; significa che la persona non opera sotto l’influsso di una illusione. In senso letterale tutti hanno i piedi per terra, in senso energetico però le cose non stanno sempre così…in alcune situazioni l’energia viene ritirata dai piedi e dalle gambe e si dirige verso l’alto, verso la testa. Questo spostamento dell’energia produce uno stato dissociato tra la mente e il corpo (Lowen).

Il groundig implica che una persona sia disponibile a “scendere”, che abbassi il suo centro di gravità e che si senta più vicina alla terra. Il risultato immediato è un aumento del senso di sicurezza. Questo processo è associato al respiro: infatti se il respiro è bloccato la percezione del corpo al di sotto di quel punto è bloccata o ridotta.

La propria casa è il proprio corpo. Non essere connessi in modo sensibile con il proprio corpo vuol dire essere uno spirito disconnesso che fluttua attraverso la vita senza alcun senso di appartenenza. Tutti i pazienti con cui ho lavorato sentono, in misura maggiore o minore, questa separazione e solitudine, ed è un modo di essere tragico. L’obiettivo del mio lavoro terapeutico è aiutare le persone a ritrovare il loro senso di connessione con la vita e con gli altri, e radicarsi è l’unico modo per farlo” (A.Lowen , Onorare il corpo)

Le diverse situazioni che causano il ritiro dell’energia dalla parte inferiore del corpo determinando la perdita del senso di radicamento e di connessione, portano la persona ad essere “fissata” (appesa, “hung-up), bloccata; senza poter contare su un solido appoggio, l’individuo  si ritrova a “non avere i piedi per terra“, a vivere in base ad illusioni disancorate dalla realtà (“con la testa tra le  nuvole“) e a valori propri  più dell’ego (successo, ricchezza, potere) piuttosto che in sintonia con i bisogni del suo corpo (essere radicati, il piacere, l’accettazione di sè, la connessione con gli altri). Spesso le persone compensano il senso di sradicamento e insicurezza che deriva dalla debolezza delle loro gambe, sviluppando l’ego in modo eccessivo  e cercando in tutti i modi posizioni di potere in cui possono comportarsi “come se” fossero sicuri. Ben diversa è la situazione di una persona che acquisisce potere personale a partire dal suo senso di radicamento e lo gestisce, nelle varie situazioni in cui si viene a trovare, in modo integrato e connesso con la realtà fisica ed emotiva del suo corpo.

Nella sua esperienza, Lowen ideò e sperimentò molte tecniche per favorire il processo di grounding nei suoi pazienti. La posizione base è flettere leggermente le ginocchia rimanendo eretti, respirando con naturalezza. Questo semplice esercizio può produrre notevoli cambiamenti nel corpo, inducendo un’onda di vibrazione che dai piedi attraversa tutto l’organismo, facendoci sentire più connessi al terreno, approfondendo la nostra respirazione e rendendo più nitida la visione oculare. In altri casi possono essere utilizzati strumenti per sciogliere le tensioni muscolari nella pianta dei piedi e nelle gambe  che bloccano il libero fluire dell’energia e ripristinare il contatto con il terreno.

Il bend-over (piegati in avanti, ginocchia flesse) approfondisce la respirazione e aiuta a rilassare le tensioni della schiena, tensioni che si presentano anche a causa dell’abitudine a tenere le ginocchia serrate: le ginocchia, che sono gli ammortizzatori del corpo, quando si è sottoposti a forti pressioni, si piegano facendo passare lo stress attraverso il corpo e nel terreno. Se però le ginocchia sono rigide, la pressione viene intrappolata nel fondo della schiena creando una condizione di stress permanente che darà origine ai dolori nella zona lombo-sacrale, di cui tante persone  soffrono.

Bend-over

La posizione dell‘arco permette di percepire le tensioni che sono presenti nella parte inferiore del corpo e nel ventre, approfondisce  la respirazione e induce delle vibrazioni nella parte anteriore  e nelle gambe che possono arrivare  ad interessare tutto il corpo.

Arco

Il grounding è la chiave del lavoro bioenergetico. Se siete ben radicati il vostro corpo sarà naturalmente bilanciato, diritto e saldo. La vostra energia scorrerà liberamente e  la visione migliore. Più vi lasciate scendere dentro di voi, più profonda è la vostra respirazione” (A.Lowen, Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica).

Inconsciamente, ci “teniamo su” di continuo: abbiamo imparato ad associare all’esperienza dello “scendere” le qualità connesse alla “caduta“, cioè sensazioni di debolezza, vulnerabilità, mancanza di sostegno, solitudine, umiliazione. Le nostre tensioni muscolari ci mantengono rigidi e ci danno l’illusione di essere forti, mentre in realtà ci rendono insensibili e ci privano della possibilità di fare contatto con il terreno e con la nostra realtà, impedendo l’unica esperienza che realmente ci può fornire il sostegno e la sicurezza di cui abbiamo bisogno per muoverci nel mondo come essere radicati e connessi, liberi di respirare, di sentire e di protenderci verso il piacere (http://spaziopsiche.altervista.org/pagina-771653.html).

Lo scopo primario consiste nel radicare l’individuo nella realtà del suo corpo e della terra. Nella nostra cultura la gente ha un grande bisogno di “lasciarsi andare”. Non dovremmo aver paura di arrenderci, perchè ci arrendiamo ai nostri corpi, alla terra e alla vita. Ci abbandoniamo alla sola forza che in ultima analisi possa sostenerci. ” (A. Lowen, La depressione e il corpo)

Arti marziali

Al nostro relatore consapevole di se stesso interesserà sapere che moltissime arti marziali fondano i loro principi sulla disciplina del grounding. Durante le nostre sessioni di training facciamo molto spesso correlazioni in merito all’equilibrio e alla centratura corporea utilizzando le basi del kung fu (Alessio Mazzanti, istruttore arti marziali Yong Chun Gung Fu e difesa personale).  Le posizioni di guardia offrono ampi spunti per riflettere su questa argomentazione. Un buon radicamento agevola nell’individuo il rilassamento delle tensioni del corpo e della mente, avvicinando il centro di gravità verso il basso, più vicino alla terra: il risultato immediato sarà un maggior senso di sicurezza sia fisicamente sia psicologicamente. Infatti, quando siamo troppo carichi energeticamente (eccitati o in ansia) fisicamente abbiamo la sensazione di sollevarci da terra, quasi ci mancasse il terreno sotto i piedi, psicologicamente abbiamo la sensazione di perdere il controllo sia di noi stessi sia della realtà esterna. Al contrario, quando siamo troppo scarichi energeticamente (depressi) ci sentiamo sia fisicamente sia emotivamente incapaci di reagire. Attraverso la pratica delle arti marziali è possibile ottenere un buon radicamento sin dai primi tempi di pratica studiando la posizione di guardia, tenendo in considerazione almeno due fattori:

1. Il modo con il quale l’atleta usa i propri piedi                                                                    2. La sensibilità con la quale gestisce la propria postura.

Due elementi dai quali non si può prescindere per ottenere un buon grounding.  Nella formazione marziale, controllare e valutare negli atleti le caratteristiche dei piedi e la loro qualità d’appoggio al terreno è un passaggio fondamentale per fornire una buona impostazione di base che conferisce solidità tanto al corpo quanto alla mente. Il modo in cui si presentano i nostri piedi, è spesso segno indicativo del modo in cui ci adattiamo alla realtà.

1. Piede piatto

2. Piede ad artiglio

3. Piede a maglio

4. Piede normale

Dei piedi è necessario analizzare non solo la conformazione, ma anche il modo con il quale si poggiano sul terreno e come si muovono. Il modo con il quale il piede prende contatto con il suolo, durante il movimento, è indicativo della modalità con la quale l’individuo usa il proprio corpo e gestisce la relazione con la realtà. Contatto del piede con il suolo

1. Contatto troppo radicato

2. Contatto saltellante

3. Contatto sbilanciato

4. Contatto a forbice

Un buon grounding non si limita ad agevolare nell’atleta il radicamento al terreno, ma gli consente un buon radicamento in tutte le capacità d’azione e di percezione del proprio corpo. Ogni struttura muscolare e ad ogni distretto corporeo sono deputati all’espressione di una o più emozioni. Nei primi anni di vita del bambino, quando l’espressione di determinati comportamenti sono ripetutamente bloccati da chi si prende cura di lui, si crea una sorta di tensione cronica del muscolo deputato all’espressione di quel determinato comportamento. Di tale tensione l’individuo non è consapevole, sente solamente a livello comportamentale di non essere portato o capace di attuare quel determinato comportamento. La postura è dunque determinata da fattori fisici, psichici e di relazione. Fattori psichiche es: se una persona è depressa si presenterà inevitabilmente con le spalle ricurve, gli occhi spenti ed abbassati ai lati, poca energia nell’azione. Fattori di relazione es.: se una persona è timorosa dell’autorità manterrà, standole di fronte, un atteggiamento corporeo dimesso e ritratto. Insomma guardando il corpo ed il modo di muoversi dell’altro possiamo intuire sempre qualcosa delle sue qualità e delle sue difficoltà.

Nella pratica delle arti marziali la sensibilità ai segnali del corpo, il lavoro di conoscenza, correzione e gestione della postura sono parti fondamentali d’ogni programma. Questo studio si pratica solitamente sin dalle prime fasi di pratica, quando s’imposta la posizione di guardia. Le posizioni di guardia, di quasi tutte le arti marziali, hanno tra loro alcuni punti in comune che hanno come comune denominatore il fine di procurare una condizione di buon radicamento fisico e psichico. Posizione di guardia statica

1. Scarico del peso corporeo verso il terreno.

2. Adeguato appoggio sui piedi.

3. Semiflessione delle articolazioni delle caviglie e delle ginocchia.

4. Allineamento dei distretti corporei.

5. Gestione dell’attività respiratoria.

6. Spinta del respiro verso il basso, con particolare attenzione al distretto del bacino (hara), zona di produzione e di scarica dell’energia (Dott: Rosa Maria Distefano Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport Responsabile).

Bene, il relatore sul palco se non è in uno stato di grounding lo si vede da lontano. Il suo movimento sarà impacciato, il suo peso si sposterà di continuo da un piede all’altro sbilanciando il corpo per tutta la durata della relazione e lanciando messaggi sottili di inadeguatezza alla situazione nella quale si sta trovando. Difficilmente chi non ha praticato un certo lavoro su se stesso, utilissimi a questo proposito i seminari di teatro, riuscirà a compiere delle transizioni di palco (attraversamenti longitudinali o diagonali) disponendo in modo comodo e sensibile di tutto lo spazio a disposizione. Ci sono piccoli accorgimenti che possono aiutarci a rimanere a contatto con noi stessi e le nostre emozioni una volta saliti sul palco. Percepiamo lo spazio del palco con i nostri piedi. Respiriamo sempre sentendo il petto che si solleva e si abbassa con un ciclo lungo ma naturale e regolare. E la pancia, come sta? Proviamo a sentire gli addominali, se sono contratti, buttiamo un po’ in fuori la pancia per de-contrarli. La contrazione avviene al momento del sostegno del diaframma. Quindi ricordiamo le tre P: Piedi, Petto e Pancia.
Dopodiché testimoniate la vostra ‘presenza scenica’ dando senso al Vostro sentire.             (http://www.mikilu.it/pdf/presenza_scenica.pdf)

Michele Micheletti

Public Speaking Revolution. Salerno 26-27 novembre 2015

Programmato per il giorno 26-27 novembre 2015 il corso Biomax spa PUBLIC SPEAKING REVOLUTION incentrato sull’approccio M2.

Public Speaking Revolution

Per informazioni Nicola Mozzillo 333 8546677                                                                                                   Dario Di Grazia  335 451090

Come (nell’Arte) tutto ebbe inizio: Lascaux

Perché da una parte bisogna iniziare. E allora meglio partire dall’inizio: Lascaux, (oggi) Francia – Paleolitico superiore, 17000 a.C., annetto più annetto meno: l’Arte da quel momento non potrà più essere esattamente ciò che era. Ecco appunto, ma cosa era, diciassette – e più – mila anni fa, l’Arte? C’è stato un tempo abbastanza lungo in cui […]

https://aiemraffaele.wordpress.com/2015/10/19/come-nellarte-tutto-ebbe-inizio-lascaux/

La visualizzazione. Possiamo fare l’impossibile?

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”, questo ci diceva l’inarrivabile San Francesco d’Assisi agli inizi del 1200.

Certo che l’impossibile per un uomo del medioevo dovrebbe essere alquanto diverso, almeno in termini di contenuti, dall’impossibile di un uomo moderno. Potrebbero non cambiare le costanti, in valore assoluto, del desiderio e dell’impossibile in se come concetto indeterminato, ma lo studio degli oggetti  sarebbe davvero interessante.                          Comunque ai nostri fini non interessa la dissertazione filosofica, pur riconoscendone l’affascinante incedere, quanto piuttosto la parte pratica, il che cosa è possibile fare e come farlo.

Nel trascorrere della nostra esistenza tutti noi sperimentiamo, più o  meno consapevolmente, diversi “stati di coscienza”: livelli diversificati di possibilità mentale in cui il nostro cervello produce e quantifica onde, dati ed esperienze.                                        Dal punto di vista neurologico la coscienza è caratterizzata da due componenti: la vigilanza e la consapevolezza.

  • La vigilanza: è caratterizzata da uno stato di veglia che non necessariamente è associata alla consapevolezza di ciò che accade nel mondo che ci circonda.
  • La consapevolezza: consiste nella consapevolezza del mondo che ci circonda e, nella condizione più evoluta, del proprio essere.

Lo stato di coscienza è stabilito dal buon funzionamento delle due componenti e può avere un’ampia gamma di livelli che non sono classificati in modo univoco. Alcuni esempi possono corrispondere allo stato di veglia, di coma, di meditazione, di sonno, di dormiveglia, di alterazione di coscienza (Partha Mitra, Prove di misure di coscienza, Le Scienze, 10 gennaio 2014. URL consultato il 4 maggio 2014) (Wikipedia). 

Nell’arco di una giornata attraversiamo diversi stati di coscienza passando dalle fasi diurne a quelle notturne caratterizzate dai diversi cicli del sonno. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all’ attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso “onde elettromagnetiche”: le onde cerebrali.
La frequenza di tali onde, calcolata in ‘cicli al secondo’, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello e’ impegnato e può essere misurata con delle apposite attrezzature. Comunemente le onde di emissione cerebrale vengono suddivise in quattro bande di frequenza che riflettono le diverse attività del cervello.

Onde cerebrali

Onde DELTA: frequenza tra 0,5 e 4 Hz. Sono associate al più profondo rilassamento psicofisico. Sono quelle proprie della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell’abbandono totale. Vengono prodotte durante i processi inconsci di autoguarigione.

Onde THETA: frequenza tra i 4 ed i 8 Hz. Mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa. Tendono ad essere prodotte durante la meditazione profonda. Il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (cioe’, quando si sogna). Nelle attivita’ di veglia le onde theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacita’ immaginativa radicata nel profondo. Genericamente vengono associate alla creativita’ e alle attitudini artistiche.

Onde ALFA: frequenza tra 8 e 14 Hz. Stato di coscienza vigile, ma rilassata. La mente, calma e ricettiva, è concentrata sulla soluzione di problemi esterni, o sul raggiungimento di uno stato meditativo leggero. Le onde alfa dominano nei momenti introspettivi, o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Sono tipiche, per esempio, dell’attività cerebrale di chi è impegnato in una seduta di meditazione.

Onde BETA: frequenza tra 14 e 30 Hz. Sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni. Le onde beta sono alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda. Nei momenti di stress o di ansia le beta ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione e dare  soluzione ai problemi.(http://www.marcostefanelli.com/subliminale/onde.htm).

Detto questo andiamo ad analizzare la questione relativa alla visualizzazione vera e propria. La visualizzazione è la capacità di immaginare e costruire col pensiero in maniera voluta e cosciente. Avrete presente un attore che ripassa la sua parte, un atleta che ripercorre i movimenti della sua rincorsa prima di dover spiccare un salto, un relatore che visualizza e”materializza” la scena del suo intervento  immaginando il pubblico che lo applaude o un artista che crea quel mondo immaginario che poi rappresenterà nella propria opera.  La visualizzazione creativa si è rivelata  un ottimo metodo per esplorare nuove realtà e realizzare obiettivi e desideri. E’ uno strumento utile per eliminare comportamenti non desiderabili, come dipendenze affettive o mancanza di fiducia in se stessi. Si e’ rivelata inoltre utile per apportare dei cambiamenti personali a comportamenti, credenze e retaggi del passato.

Possiamo quindi immaginare come saremo e sintonizzarci in modo da poterlo essere? Gli autori che studiano i campi quantici affermano che questo è possibile, anzi, certo. Più difficoltose appaiono le tecniche necessarie da applicare affinché questo possa accadere. La visualizzazione creativa è una tecnica  fondamentale nel sistema di insegnamenti e pratiche del pensiero positivo e accompagna  teorizzata dagli esponenti del movimento fin dalla fine dell’Ottocento e uno dei primi autori a parlarne è stato Wallace Wattles. La differenza tra la visualizzazione creativa e il sogno ad occhi aperti consiste nel fatto che nell’atto di fantasticare la persona crea un’immagine o una scena mentale di cui è spettatore dall’esterno, mentre nell’atto della visualizzazione creativa colui che visualizza è al centro stesso della propria visualizzazione, la sperimenta in prima persona, sforzandosi di percepirla come il più reale possibile attraverso tutti i sensi. La consapevolezza del pensiero unita all’intenzionalità del gesto dovrebbero produrre una alterazione nel campo energetico tale da poter far manifestare l’immaginato. Indubbiamente affascinante. Il nostro cervello con la sua emissione cerebrale di frequenze appropriate produce il possibile ed anche l’impossibile, per dirla secondo San Francesco. L’impossibile è solo un punto di vista con un’angolazione sfavorevole del possibile: se puoi pensarlo allora puoi farlo. Affascinante.  Durante la visualizzazione creativa utilizziamo tutti i nostri sensi: vista (immaginazione) con colori vividi ed immagini tridimensionali, olfatto (odori, fragranze e profumi), tatto (sensazioni e percezioni ed anche caldo o freddo), gusto (sapori) e udito (suoni, voci, rumori) ed attraverso l’immaginazione creiamo le situazioni che più desideriamo. Quando associamo all’immagine che stiamo visualizzando Emozioni stiamo facendo vibrare la nostra Anima. In questo modo agiamo non solo sul piano fisico con il pensiero mentale, ma anche sui piani sottili in ogni dimensione (http://www.visionealchemica.com/la-visualizzazione/).

HZ

Proponiamo questa tecnica a coloro che parlano in pubblico per superare gli stati d’ansia dati dall’attesa della performance. Si tratta di una semplice tecnica che funziona molto bene offrendo ottimi risultati:

1- Immagina “vividamente” un’esperienza che vorresti avere.

2- Prova una forte emozione – come se si fosse già avverata.

3- Ripetilo

Vedi anche :https://michelemicheletti.com/2015/10/05/risonanza-empatica-sintonizzarsi-sugli-altri/

Michele Micheletti