Come (nell’Arte) tutto ebbe inizio: Lascaux

Perché da una parte bisogna iniziare. E allora meglio partire dall’inizio: Lascaux, (oggi) Francia – Paleolitico superiore, 17000 a.C., annetto più annetto meno: l’Arte da quel momento non potrà più essere esattamente ciò che era. Ecco appunto, ma cosa era, diciassette – e più – mila anni fa, l’Arte? C’è stato un tempo abbastanza lungo in cui […]

https://aiemraffaele.wordpress.com/2015/10/19/come-nellarte-tutto-ebbe-inizio-lascaux/

La visualizzazione. Possiamo fare l’impossibile?

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”, questo ci diceva l’inarrivabile San Francesco d’Assisi agli inizi del 1200.

Certo che l’impossibile per un uomo del medioevo dovrebbe essere alquanto diverso, almeno in termini di contenuti, dall’impossibile di un uomo moderno. Potrebbero non cambiare le costanti, in valore assoluto, del desiderio e dell’impossibile in se come concetto indeterminato, ma lo studio degli oggetti  sarebbe davvero interessante.                          Comunque ai nostri fini non interessa la dissertazione filosofica, pur riconoscendone l’affascinante incedere, quanto piuttosto la parte pratica, il che cosa è possibile fare e come farlo.

Nel trascorrere della nostra esistenza tutti noi sperimentiamo, più o  meno consapevolmente, diversi “stati di coscienza”: livelli diversificati di possibilità mentale in cui il nostro cervello produce e quantifica onde, dati ed esperienze.                                        Dal punto di vista neurologico la coscienza è caratterizzata da due componenti: la vigilanza e la consapevolezza.

  • La vigilanza: è caratterizzata da uno stato di veglia che non necessariamente è associata alla consapevolezza di ciò che accade nel mondo che ci circonda.
  • La consapevolezza: consiste nella consapevolezza del mondo che ci circonda e, nella condizione più evoluta, del proprio essere.

Lo stato di coscienza è stabilito dal buon funzionamento delle due componenti e può avere un’ampia gamma di livelli che non sono classificati in modo univoco. Alcuni esempi possono corrispondere allo stato di veglia, di coma, di meditazione, di sonno, di dormiveglia, di alterazione di coscienza (Partha Mitra, Prove di misure di coscienza, Le Scienze, 10 gennaio 2014. URL consultato il 4 maggio 2014) (Wikipedia). 

Nell’arco di una giornata attraversiamo diversi stati di coscienza passando dalle fasi diurne a quelle notturne caratterizzate dai diversi cicli del sonno. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all’ attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso “onde elettromagnetiche”: le onde cerebrali.
La frequenza di tali onde, calcolata in ‘cicli al secondo’, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello e’ impegnato e può essere misurata con delle apposite attrezzature. Comunemente le onde di emissione cerebrale vengono suddivise in quattro bande di frequenza che riflettono le diverse attività del cervello.

Onde cerebrali

Onde DELTA: frequenza tra 0,5 e 4 Hz. Sono associate al più profondo rilassamento psicofisico. Sono quelle proprie della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell’abbandono totale. Vengono prodotte durante i processi inconsci di autoguarigione.

Onde THETA: frequenza tra i 4 ed i 8 Hz. Mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa. Tendono ad essere prodotte durante la meditazione profonda. Il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (cioe’, quando si sogna). Nelle attivita’ di veglia le onde theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacita’ immaginativa radicata nel profondo. Genericamente vengono associate alla creativita’ e alle attitudini artistiche.

Onde ALFA: frequenza tra 8 e 14 Hz. Stato di coscienza vigile, ma rilassata. La mente, calma e ricettiva, è concentrata sulla soluzione di problemi esterni, o sul raggiungimento di uno stato meditativo leggero. Le onde alfa dominano nei momenti introspettivi, o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Sono tipiche, per esempio, dell’attività cerebrale di chi è impegnato in una seduta di meditazione.

Onde BETA: frequenza tra 14 e 30 Hz. Sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni. Le onde beta sono alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda. Nei momenti di stress o di ansia le beta ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione e dare  soluzione ai problemi.(http://www.marcostefanelli.com/subliminale/onde.htm).

Detto questo andiamo ad analizzare la questione relativa alla visualizzazione vera e propria. La visualizzazione è la capacità di immaginare e costruire col pensiero in maniera voluta e cosciente. Avrete presente un attore che ripassa la sua parte, un atleta che ripercorre i movimenti della sua rincorsa prima di dover spiccare un salto, un relatore che visualizza e”materializza” la scena del suo intervento  immaginando il pubblico che lo applaude o un artista che crea quel mondo immaginario che poi rappresenterà nella propria opera.  La visualizzazione creativa si è rivelata  un ottimo metodo per esplorare nuove realtà e realizzare obiettivi e desideri. E’ uno strumento utile per eliminare comportamenti non desiderabili, come dipendenze affettive o mancanza di fiducia in se stessi. Si e’ rivelata inoltre utile per apportare dei cambiamenti personali a comportamenti, credenze e retaggi del passato.

Possiamo quindi immaginare come saremo e sintonizzarci in modo da poterlo essere? Gli autori che studiano i campi quantici affermano che questo è possibile, anzi, certo. Più difficoltose appaiono le tecniche necessarie da applicare affinché questo possa accadere. La visualizzazione creativa è una tecnica  fondamentale nel sistema di insegnamenti e pratiche del pensiero positivo e accompagna  teorizzata dagli esponenti del movimento fin dalla fine dell’Ottocento e uno dei primi autori a parlarne è stato Wallace Wattles. La differenza tra la visualizzazione creativa e il sogno ad occhi aperti consiste nel fatto che nell’atto di fantasticare la persona crea un’immagine o una scena mentale di cui è spettatore dall’esterno, mentre nell’atto della visualizzazione creativa colui che visualizza è al centro stesso della propria visualizzazione, la sperimenta in prima persona, sforzandosi di percepirla come il più reale possibile attraverso tutti i sensi. La consapevolezza del pensiero unita all’intenzionalità del gesto dovrebbero produrre una alterazione nel campo energetico tale da poter far manifestare l’immaginato. Indubbiamente affascinante. Il nostro cervello con la sua emissione cerebrale di frequenze appropriate produce il possibile ed anche l’impossibile, per dirla secondo San Francesco. L’impossibile è solo un punto di vista con un’angolazione sfavorevole del possibile: se puoi pensarlo allora puoi farlo. Affascinante.  Durante la visualizzazione creativa utilizziamo tutti i nostri sensi: vista (immaginazione) con colori vividi ed immagini tridimensionali, olfatto (odori, fragranze e profumi), tatto (sensazioni e percezioni ed anche caldo o freddo), gusto (sapori) e udito (suoni, voci, rumori) ed attraverso l’immaginazione creiamo le situazioni che più desideriamo. Quando associamo all’immagine che stiamo visualizzando Emozioni stiamo facendo vibrare la nostra Anima. In questo modo agiamo non solo sul piano fisico con il pensiero mentale, ma anche sui piani sottili in ogni dimensione (http://www.visionealchemica.com/la-visualizzazione/).

HZ

Proponiamo questa tecnica a coloro che parlano in pubblico per superare gli stati d’ansia dati dall’attesa della performance. Si tratta di una semplice tecnica che funziona molto bene offrendo ottimi risultati:

1- Immagina “vividamente” un’esperienza che vorresti avere.

2- Prova una forte emozione – come se si fosse già avverata.

3- Ripetilo

Vedi anche :https://michelemicheletti.com/2015/10/05/risonanza-empatica-sintonizzarsi-sugli-altri/

Michele Micheletti

Risonanza Empatica. Sintonizzarsi sugli altri.

Il nostro cervello è una struttura indubbiamente complessa, il suo sistema di comunicazione, costituito da circa 100 miliardi di neuroni interconnessi in una ragnatela di fibre nervose lunga almeno 160 km, è in grado di gestire la memoria, la vista, l’apprendimento, il pensiero, la coscienza e molte altre attività. Tramite impulsi elettrochimici controlla comportamenti volontari e consapevoli ma anche molti comportamenti involontari  regolando le funzioni di ghiandole ed organi interni.

Le informazioni viaggiano a diverse velocità a seconda dei diversi tipi di neuroni. Non tutti i neuroni sono uguali, ne esistono alcuni in grado di trasportare informazioni alla velocità di 0.5 metri al secondo e altri che invece arrivano fino a 120 metri al secondo. Il nostro cervello in funzione sviluppa un’energia pari a quella di una lampadina da 10 watt, non male per un organo costituito per l’80% da acqua.

In realtà disponiamo di ben due cervelli riuniti in un unico organo. I due emisferi lavorano in concerto per permettere tutte le nostre attuali capacità cognitive. Lo studio della struttura cerebrale finora ha portato alla conclusione che i due emisferi abbiano caratteristiche specifiche seppur complementari. Negli ultimi anni, grazie soprattutto all’avanzamento delle tecniche di MRI (Magnetic Resonance Imaging), i ricercatori hanno cominciato a identificare con maggiore precisione le funzionalità delle differenti aree cerebrali. Scoprendo come in effetti l’emisfero sinistro sia funzionale al pensiero sequenziale e analitico, mentre il destro a quello emotivo e sintetico. L’emisfero sinistro è specializzato nella percezione-traduzione e rappresentazione del mondo circostante e utilizza una codifica elaborativa di tipo logico-analitica. Esso è specializzato nelle funzioni linguistiche e di pensiero analitiche: leggere, scrivere con relative regole grammaticali e sintattiche oltre alla concettualizzazione analogica. Le funzioni dell’emisfero destro invece sono principalmente di tipo analogico, esso è specializzato nella percezione di figure, strutture e contesti nella loro globalità.

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I due emisferi lavorano in stretto contatto anche se separati dal “corpo calloso”. Prendiamo ad esempio la parola “albero” e cerchiamo di capire come questa viene interpretata dal nostro cervello utilizzando il rimbalzo tra i due emisferi. L’informazione di partenza è la parola “albero” che una volta decodificata dall’emisfero sinistro attiva un processo di “ricerca transderivazionale” che genera l’immagine di un albero nell’emisfero destro (rappresentazione interna). Ovviamente in ogni persona la rappresentazione interna dell’albero sarà differente, ciascuno attingerà alle proprie immagini interiori (pino, abete, quercia, arancio, molti rami, pochi rami, molte foglie, poche foglie, grande, piccolo, con sfondo, senza sfondo, etc…….) in base al proprio vissuto sensoriale.

Molto spesso ci troviamo in un qualche stato di coscienza dettato dal nostro cervello. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all’incessante attivita’ elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso “onde elettromagnetiche”: le onde cerebrali. La frequenza di tali onde, calcolata in ‘cicli al secondo’, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attivita’ in cui il cervello e’ impegnato e puo’ essere misurata con apposite strumentazioni. Comunemente le onde vengono suddivise in “quattro bande”, che corrispondono a quattro fasce di frequenza e che riflettono le diverse “attivita’ del cervello”.

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Dagli studi sulla “risonanza” dei pendoli ad opera del fisico e matematico olandese Christiian Huygens (1665) siamo giunti a quelli sulla risonanza sonoro per cui allo stesso modo e per lo stesso principio, se si percuote un diapason, che produce onde alla frequenza fissa di 440 Hz, e lo si pone vicino a un secondo diapason ‘silenzioso’, dopo un breve intervallo quest’ultimo comincia anch’esso a vibrare. La risonanza puo’ essere utilizzata anche nel caso delle onde cerebrali. Se il cervello e’ sottoposto a impulsi (visivi, sonori o elettrici) di una certa frequenza, la sua naturale tendenza e’ quella di sintonizzarsi. Il fenomeno e’ detto ‘risposta in frequenza’. Per esempio, se l’attivita’ cerebrale di un soggetto e’ nella banda delle onde beta (quindi, nello stato di veglia) e il soggetto viene sottoposto per un certo periodo a uno stimolo di 10 Hz (onde alfa), il suo cervello tende a modificare la sua attivita’ in direzione dello stimolo ricevuto.

Ebbene, esiste una frequenza esterna, una vibrazione elettromagnetica che ci accompagna, ci avviluppa sin dalla nostra nascita, anzi, dovrebbe essere sempre stata presente. E’ la risonanza di Schumann, un gigantesco fenomeno planetario di risonanza magnetica, che deve il suo nome al fisico Winfried Otto Schumann, che lo previde matematicamente nel 1952. La superficie della Terra e la ionosfera interagiscono come due armature di un gigantesco condensatore, dove la Terra è la parte negativa e la ionosfera la parte positiva. Questo spazio-condensatore viene caricato dall’azione dei fulmini la cui carica di potenziale ne determina la risonanza.

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Così si apprende dal sito della NASA

“At any given moment about 2,000 thunderstorms roll over Earth, producing some 50 flashes of lightning every second. Each lightning burst creates electromagnetic waves that begin to circle around Earth captured between Earth’s surface and a boundary about 60 miles up. Some of the waves – if they have just the right wavelength – combine, increasing in strength, to create a repeating atmospheric heartbeat known as Schumann resonance. This resonance provides a useful tool to analyze Earth’s weather, its electric environment, and to even help determine what types of atoms and molecules exist in Earth’s atmosphere.” (http://www.nasa.gov/mission_pages/sunearth/news/gallery/schumann-resonance.html)

Sin da quando Schumann pubblicò i risultati delle sue ricerche, vi fu chi, come il medico dottor Ankermueller, ha collegato immediatamente la risonanza di Schumann con il ritmo alfa del cervello (circa 8 Hz!). Lo scienziato Herbert König (successore di Schumann all’università di Monaco di Baviera) ha dimostrato che effettivamente esiste una correlazione fra le frequenze di risonanza di Schumann ed i ritmi del cervello. Le interferenze con questo tipo di frequenza stanno dimostrandosi talmente tanto gravi che la NASA utilizza degli strumenti che sono una sorta di imitazione artificiale delle onde di Schumann per la difesa dei cervelli degli astronauti nello spazio, là dove le frequenze di Schumann svaniscono o entrano in grave conflitto con le onde elettromagnetiche inviate dal sole e dal cosmo.

Ris Emp

Avviciniamo questo fantastico contesto della risonanza e della vibrazione delle frequenze prese in esame ai concetti della comunicazione e dell’empatia. Spesso ci capita di sentire di stare bene con qualcuno semplicemente standogli vicino, frequentandolo. Probabilmente avvertiamo di essere compatibili, di vibrare alla stessa lunghezza d’onda. Questo contatto di sintonia è in definitiva il funzionamento dell’empatia. «Quando si parla di empatia, vi associo l’espressione “risonanza empatica” –evidenzia Ersilia di Fonzo, musicista, insegnante e musicoterapeuta – Intorno a noi tutto è vibrazione. La vibrazione è un’entità concreta, un’onda di pressione, che si avverte fisicamente. Spesso mi chiedo: è possibile fingere di essere empatici? La risposta è la differenza tra un bravo esecutore e un artista: l’uno esegue un pezzo in maniera perfetta, l’altro fa qualche errore, ma emoziona il pubblico e da quest’ultimo ha un ritorno, perché se ne sente sostenuto emotivamente».

Ecco quindi l’enorme differenza tra un ottimo relatore ed uno mediocre, tra un ottimo venditore ed un altro con scarsi risultati, tra un bravo insegnante ed un erogatore di concetti. La capacità di avere risonanza empatica, riuscire immediatamente a vibrare negli accordi di coloro che ci stanno di fronte è una facoltà che può essere perfezionata e potenziata, dovrebbe rientrare nei nostri stili di vita. Non vi sembra possibile? Provateci!

Anatomia Sottile – Atlante di Terapia Energo-Vibrazionale – Macro Edizioni

Fisiologia Sottile – Alla scoperta  dell’anatomia segreta del corpo d’energia – Macro Edizioni

Le 5 leggi dell’apprendimento

Questo articolo tornerà utile a tutti coloro che si occupano di formazione, corsistica ed attività di questo tipo per cercare di finalizzare nel modo più opportuno i loro sforzi, ovvero,  ottimizzare il proprio insegnamento ai fini di una minore distrazione ed una maggiore efficienza di memorizzazione.

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L’apprendimento può essere definito come un cambiamento del comportamento o della percezione generato come risultato da una certa esperienza fatta. Il cambiamento può essere fisico e manifestarsi come una nuova capacità, tipo saper andare in bicicletta, o psicologico con lo sviluppo ad esempio di nuovi processi mentali.

Si deve allo psicologo americano Edward L. Thorndike la formulazione di una serie di “leggi dell’apprendimento” valide per qualunque materia. Non si tratta di matematica quindi non sono leggi assolute ma offrono un’importante contributo alla comprensione degli elementi che costituiscono un insegnamento efficace. (https://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Lee_Thorndi)

Di seguito proponiamo una semplificazione della classificazione originaria mantenendo comunque i significati basilari per una corretta interpretazione della struttura cognitiva nei processi di apprendimento generali.

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1- CONVENIENZA                                                                                                                  Una forte motivazione genera processi di attenzione e concentrazione elevati. Il nostro cervello deve assolutamente dare uno scopo ed un ordine alle infomazioni che sta ricevendo. A questo scopo è utile, ad esempio all’inizio di una presentazione, dichiarare subito come  il materiale e le informazioni che verranno rilasciate potranno essere di aiuto a coloro che ascoltano.

2- INTEGRAZIONE                                                                                                                 Il nostro apprendimento passa per uno schema di integrazione con le cose che già sappiamo, la realtà che incontriamo è tutta vagliata e codificata dalle nostre credenze, abitudini e condizionamenti. Possiamo aiutare le persone ad apprendere creando connessioni  chiare mettendo in luce similarità e differenze rispetto a quello che loro già sanno. Ricordiamoci che le cose imparate per prime creano spesso un’impressione forte e quasi incancellabile: le cattive abitudini apprese precocemente sono dure a morire e l’”insegnante” deve quindi insistere nel richiedere prestazioni corrette fin dall’inizio.

3- APPRENDIMENTO ATTIVO                                                                                             La nostra mente non si lascia facilmente riempire di nozioni, abbiamo bisogno di interagire con le informazioni per poter fissare i concetti. A questo scopo è molto utile la conversazione che un relatore deve riuscire a stimolare nei punti e momenti giusti di un suo intervento ricordando sempre che esiste una scala di priorità nella gerarchia dei sistemi di apprendimento. Un’esperienza vivida, drammatica, eccitante o coinvolgente consente di far imparare di più rispetto ad una routine d’esercizi noiosi. Una conseguenza di questa legge è che il discente impara di più dalla “cosa reale” che da una sua simulazione.             (http://www.efficacemente.com/2013/05/come-memorizzare/)

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4- MULTISENSORIALITÀ                                                                                                     Tendiamo a ricordare meglio ciò che vediamo e non solo udiamo e quello che è connesso a delle emozioni (positivie o negative) e addirittura l’apprendimento si indebolisce quando è associato a sensazioni spiacevoli o frustranti. Un utile suggerimento è quindi rinforzare l’apprendimento con supporti visivi come video ed immagini, oppure sitmoli audio.

5- PRIORITÀ E PROSSIMITÀ                                                                                               Si ricordano meglio le cose imparate più di recente. Chi relaziona o onsegna deve tenerne conto nel pianificare una lezione o una discussione critica.  La gente dimentica a causa di nuove esperienze che si sovrappongono all’apprendimento originario. In altri termini, eventi nuovi o successivi possono “spiazzare” ciò che si è appreso in precedenza. Alcune dimenticanze si devono alla sommersione nell’inconscio di idee o pensieri sgradevoli. Ciò che produce ansia, dolore, angoscia viene “dimenticato”, pur se non intenzionalmente, come una reazione dell’inconscio a protezione dell’io cosciente.

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L’apprendimento segue tipicamente uno schema che possiamo chiamare “curva dell’apprendimento”. La prima parte della curva mostra un rapido incremento iniziale. Successivamente la curva si appiattisce, livellandosi su ciò che viene definito il plateau dell’apprendimento. Il discente può restare sul plateau per un periodo considerevole, dopo di che subentrano saturazione e fatica e la curva precipita bruscamente. È pertanto essenziale che il formatore si accerti per quanto tempo corsista o uno studente possano mantenersi al livello del plateau, perché proseguire ulteriormente sulla stessa materia porta a risultati nulli e conviene passare quanto meno ad un argomento diverso (http://www.humnet.unipi.it/~pedagogia/Materiali/Dispense%20modulo%20A/Dispensa_1.pdf).

Non quanto siamo intelligenti ma come lo siamo. IQ vs EQ, i parametri del successo

Secondo una ricerca di Canergie Institute of Technology l’85% del successo economico di una persona è legato a caratteristiche che non hanno a che fare con la sua preparazione accademica, quanto piuttosto alle sue capacità relazionali, di negoziazione e di dimostrarsi leader. Coloro che utilizzano la loro efficacia emotiva per ispirare confidenza, impegno e altruismo, otterranno risultati migliori in termini di successo anche economico.

Le nostre caratteristiche intellettive peculiari sono state analizzate e classificate dallo psicologo americano Howard Gardner, il principale rappresentante della teoria delle intelligenze multiple. Tramite lo studio di pazienti con danni celebrali e geni in qualche particolare area ha catalogato, inizialmente, 7 diversi tipi di intelligenza. Di seguito riportiamo la classificazione allargata di tutte e 9 le tipologie di intelligenza ad oggi classificate e studiate:

1- Intelligenza linguistico/verbale                                                                                           Persone molto abili nel  parlare, scrivere, giocare con le parole, usarle, le parole, per far ridere, comunicatori.

2- Intelligenza visivo/spaziale                                                                               Persone molto abili dal punto di vista percettivo, nel manipolare mentalmente gli spazi o le immagini anche in loro assenza. Sanno giostrare con i colori, le linee e le forme. Hanno un buon senso dell’orientamento e sanno muoversi facilmente nello spazio.

3- Intelligenza musicale                                                                                                          È la capacità di riconoscere, discriminare ed immaginare altezza, timbro e ritmo dei suoni di saper cantare e imitare il modo di parlare degli altri.

4- Intelligenza intrapersonale                                                                                           Riuscire a capire gli altri e le loro esigenze. Tipica nei leader che sanno utilizzare questa capacità per rispondere in modo efficace per promuovere situazioni favorevoli alla società o per se stessi.

5- Intelligenza cinestesica                                                                                                Gestire e sentire, coordinare e manipolare al meglio il nostro corpo o degli oggetti esterni per fini funzionali ed espressivi.

6- Intelligenza esistenziale                                                                                               Permette di compiere speculazioni teoretiche sui massimi sistemi, come la conoscenza umana. Chi la possiede è in grado di elaborare concetti sulla base di processi astratti, trasformandoli in concetti universali (http://www.giornalettismo.com/archives/1721397/tipi-intelligenza/).

7- Intelligenza naturalistica                                                                                                    Persona che sanno leggere, comprendere le dinamiche della natura e degli esseri viventi e sa interagire con essi nel modo migliore. Un esempio? le persone che hanno il famoso “pollice verde” ((http://www.giornalettismo.com/archives/1721397/tipi-intelligenza/).

8- Intelligenza intrapersonale                                                                                                  Conoscere profondamente se stesso, i propri bisogni e i propri desideri, ma è anche immedesimarsi in altri tipi di personalità, mettendosi in relazione con il contesto in cui si trova.

9- Intelligenza logico/matematica                                                                                           È l’intelligenza che per prima è stata misurata. È infatti la capacità che tipicamente viene rilevata quando si fanno i test sul Q.I. È da molti considerata la più “nobile” delle intelligenze ed è tipica di riesce a ragionare per astratto, chi “possiede” il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e la capacità logica (http://www.memosystem.it/articoli/allena-la-mente/creativita/7-tipi-intelligenze).

tipi-di-intelligenza

http://thecuriousbrain.com/?p=57613

Il QI (Quoziente di Intelligenza) viene normalmente misurato con l’analisi dell’intelligenza logico/matematica descritta al punto 9 ed è espresso con il rapporto tra l’età mentale EM (sulla base del numero di prove superate, in base all’età dei soggetti di cui la persona ha eguagliato il rendimento) e l’età cronologica EC (cioè l’età effettiva).

IQ=EM/EC

Un Test QI indica il grado di intelligenza rispetto a quelli che sono i valori normativi/medi degli altri individui con la stessa età. Per ogni età è previsto un risultato diverso, quantificato in base ai risultati medi di campioni statistici. Ma i Test QI, in effetti hanno mostrato grandi limiti, già messi in evidenza a fine degli anni ’40 da Jean Piaget, proprio perché: Il comportamento intelligente non viene misurato dal grado di intelligenza ma dalla capacità di adattamento (https://plus.google.com/+simoneserni/posts/gayBZ1vaJRq).

IQ vs EQ.001

Quindi ciò che effettivamente ci distingue come parametro di “successo” nella vita non può essere misurato con il QI perchè è ormai superato dal concetto di Intelligenza Emotiva che si esprime come meta-abilità, ossia come abilità nel servirsi di capacità superiori attraverso la gestione dell’esperienza emotiva (Simone Serni).

Questa metà-abilità condiziona il nostro operato perché il nostro cervello essendo un organo che si adatta a stimoli esterni e interni, varia in base ai nostri stati d’animo che generano a sua volta cambiamenti fisiologici che possono influenzare la durata e l’intensità dell’attivazione delle nostre aree cerebrali relative ai vissuti emotivi. La nostra realtà percepita è tale in virtù delle nostre esperienze pregresse.
 
Possiamo raggruppare le abilità che compongono l’Intelligenza Emotiva in 4 grandi categorie che costituiscono degli indicatori di maggiore o minore livello di spicco per questo tipo di intelligenza.
1) SOCIAL SKILLS, relazioni interpersonali 
  • capacità di influenzare
  • leadership
  • capacità di sviluppare/migliorare gli altri
  • capacità comunicativa
  • punto nodale del cambiamento
  • gestione dei conflitti e negoziazione, risoluzione dei problemi
  • creare unione con/tra gli altri (fare gruppo)
  • capacità collaborativa
2) CONSAPEVOLEZZA EMOTIVA 
  • Capacità di distinguere le proprie emozioni in determinate situazioni
  • Riconoscimento dei segnali fisiologici che indicano il sopraggiungere di un’emozione
  • Confidenza con le proprie emozioni, capacità di comprendere le cause scatenanti
3) AUTO-CONTROLLO EMOTIVO 
  • Auto-controllo di impulsi ed emozioni
  • Orientamento alla verità
  • Essere una persona coscienziosa
  • Capacità di adattabilità 
  • Capacità di iniziativa
4)  CONSAPEVOLEZZA SOCIALE:
  • Empatia (capacità di comprendere gli altri, sensibilità)
  • Capacità e consapevolezza organica/facciamo-parte-di-un-unico-sistema
  • Capacità di armonizzare le emozioni dirigendole verso il raggiungimento di un obiettivo
  • Orientamento al servizio (cortesia, umiltà)
  • Orientamento all’ottimismo, proattività

http://simone-serni.blogspot.it/2015/04/intelligenza-emotiva-per-successo.html

Maggiore è il grado di Intelligenza Emotiva posseduta e maggiori sono le capacità gestionali, organizzative, di leadership, collaborazione, ecc. Sono passati quasi vent’anni da quando Daniel Goleman, psicologo, scrittore e giornalista scientifico per il New York Times, ha divulgato il concetto nel saggio “Emotional Intelligence”. Da allora il tema continua a tenere banco perché questo tipo di intelligenza è considerata una chiave determinante per una migliore e più ricca qualità della vita.

Stay Tuned.

5 semplici trucchi per parlare in pubblico. Public Speaking experience.

Lo sappiamo, siete degli ottimi public speaker! Non lo siete? Comunque sia vogliamo lasciarvi questi semplici 5 consigli di gestione individuale per meglio rapportarvi con questa disciplina che richiede attenzione e pratica. Tutti possono parlare in pubblico, pochi non risulteranno noiosi.

1) Iniziare a bere acqua almeno 15 minuti prima di iniziare a parlare.                         Si tratta di un semplice trucco da mettere in pratica utilizzando il microfono. Questo catturerà quella particolare “liquidità” del suono prodotto dall’idratazione rendendo il parlato molto più accattivante. Anche i cantanti sanno bene che è necessario mantenere le corde vocali idratate per consentire una giusta performance, bere molta acqua durante la giornata è fondamentale per chi lavora con la voce. Ricordiamoci che i benefici sulle corde vocali iniziano almeno un’ora dopo che abbiamo bevuto, quindi è bene bere una buona dose di acqua almeno due ore prima della performance evitando caffè, alcool e altre sostanze che possono favorire la disidratazione.

2) Il dialogo interno positivo porta ad una performance di successo.                           Nei minuti prima di prendere la parola è importante sviluppare un dialogo interno con se stessi volto ad una sintonizzazione positiva del nostro stato d’animo . Si tratta di una tecnica non diversa da quella che mettono in pratica gli atleti prima di una gara: visualizzazione e finalizzazione. Parlare a noi stessi con frasi del tipo “Sei molto preparato”, “Andrà tutto molto bene”, “Non vedo l’ora di condividere queste idee con il pubblico” ci aiuteranno nel creare uno stato mentale idoneo alla riuscita della performance. Dialogo interno positivo

3) Quando senti le “farfalle” focalizzati sul respiro.                                                Quando l’attività delle farfalle nelle stomaco sarà al massimo concentrarsi sulla respirazione consentirà di ripristinare il controllo di noi stessi. Una respirazione addominale profonda eseguita con concentrazione ci permette di spostare la nostra attenzione dall’oggetto del nostro stato di ansia. La focalizzazione sul respiro diaframmatico produce ottimi risultati e ci predispone ad una corretta impostazione dell’emissione vocale: più sostenuta, potente e profonda. Respirazione diaframmatica,   Pranayamah

4) La voce incanta.                                                                                                  L’emissione vocale è fatta di alcune componenti: tono, volume e timbro. Una performance fatta senza curare le variazioni di parametro sopra enunciate risulterà monocorde ed inespressiva, in una parola…noiosa. La cura della vocalità è una componente determinante del lavoro del public speaker e necessita di grande preparazione e progettazione: le variazioni devono già essere previste nella stesura della presentazione durante la fase di realizzazione.                                                                                          http://www.lavoce.net/

5) La platea è sempre dalla nostra parte. Ricordiamoci che il parlare in pubblico rappresenta una delle paure più grandi per ognuno di noi. Il pubblico rispetta ed ammira chi riesce a dominare e superare questo timore. A meno che il relatore non si proponga con arroganza o supponenza verso chi ascolta il pubblico sarà sempre dalla parte del relatore. Quindi…nessuna paura, possiamo essere liberi di concentrarci sul messaggio da dare e sul coinvolgimento di chi ci ascolta.

State pensando che tutto questo non sia importante e che quello che conta è solo ciò che fate vedere con le vostre slide? Rispettiamo il vostro punto di vista ed il vostro modello del mondo ma è bene sapere che le persone sono interessate a cosa fate vedere (è ovvio) ma molto di più a come lo fate vedere http://www.smartpassiveincome.com/presentation-pitch-attention/.

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Perchè otteniamo sempre quello che non vogliamo? I pericoli dell’insoddisfazione e l’importanza dei potenziali superflui.

Avete letto “The Secret” ma non ha funzionato?

Vadim Zeland (Trilogia) ci spiega in modo accurato, costruendo un universo di significati relativi ad una sorta di Matrix energetica con la quale il nostro pensiero deve costantemente fare i conti, come orientare i nostri desideri al fine di “prenderci” la linea della vita che più ci piace.

In natura tutto tende all’equilibrio. Ad esempio la differenza tra le temperature viene compensata con lo scambio termico. Dove compare un potenziale energetico superfluo (alterazione di uno stato di equilibrio iniziale) compaiono forze equilibratrici (leggi primarie che sottendono a tutte le leggi di natura) finalizzate all’eliminazione dello sbilanciamento.

L’equilibrio può essere infranto dalle nostre azioni ma anche dai pensieri, che in genere precedono le azioni, in quanto emittenti di energia. Ogni volta che attribuiamo troppa importanza ad un certo oggetto l’energia mentale crea un potenziale superfluo.

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Se restiamo in piedi sul pavimento di camera nostra la situazione non ci preoccupa assolutamente, ma se stiamo in piedi sull’orlo di un dirupo, dove una minima circostanza potrebbe provocare l’irreparabile, la situazione cambia prospettiva. Nel primo caso non vi è alcuna preoccupazione ma nel secondo caso la situazione ha una grandissima importanza.

Nelle due situazioni i livelli energetici sono identici ma l’incombenza del precipizio ci costringe a provare paura e panico (importanza) e questo crea tensione e disomogeneità nel campo energetico. A questo punto le forze equilibratrici si attivano per neutralizzare il potenziale che si è creato in eccesso.

Chi si è trovato in questa situazione avrà di certo avvertito l’azione di due forze: da una parte una che inspiegabilmente ci protende verso il basso, dall’altra una che ci allontana dal bordo del burrone. Le forze equilibratrici agiscono nei due sensi, il loro obiettivo è chiudere in fretta la faccenda.

Che cosa produce questa perturbazione nel campo energetico? Evidentemente è l’IMPORTANZA, matura nell’atto della valutazione,  che noi attribuiamo ad un certo oggetto o situazione a creare un potenziale superfluo. Questo compare solo se alla valutazione di un certo oggetto o di una certa situazione noi attribuiamo un’importanza eccessiva. Un oggetto di venerazione è sempre caricato di meriti eccessivi, un oggetto di odio lo è di difetti. la nostra energia mentale tende a riprodurre artificialmente una certa qualità la dove questa di fatto manca.

Il solo desiderare un qualcosa nella propria visualizzazione non porta necessariamente al suo conseguimento perché il desiderio carica di eccessiva attenzione (importanza) la situazione generando un potenziale superfluo che necessariamente verrà poi compensato dalle forze equilibratrici. Non è il desiderio di per sé ma l’orientamento sull’oggetto desiderato che conduce alla realizzazione. A funzionare non sono i pensieri ma l’INTENZIONE: risolutezza ad avere ed agire.

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I potenziali eccessivi hanno un ruolo insidioso nella vita delle persone perchè l’azione delle forze equilibratrici volte a neutralizzarle crea continuamente problemi agli individui facendogli ottenere l’esatto opposto di quello che era l’oggetto delle intenzioni originali. Come possiamo ottenere una perfetta forma fisica se il nostro pensiero è costantemente impegnato nella focalizzazione dei nostri difetti fisici? Così facendo otteniamo esattamente quello che non vogliamo.

Accettando i difetti, permettendoci di essere semplicemente noi stessi, l’energia verrebbe deviata dalla lotta contro i difetti allo sviluppo dei meriti. L’INSODDISFAZIONE è una emissione energetica assolutamente materiale che altro non fa che spingere verso quelle linee della vita (Lo spazio delle varianti -Vadim Zeland) dove i motivi di insoddisfazione si manifestano in forma ancora più evidente.

L’abitudine di manifestare insoddisfazione è molto radicata dentro di noi. Se riusciamo ad installare una nuova abitudine volta al perseguimento della gratitudine (amore incondizionato n.d.r.) diventeremo noi stessi generatori di energia positiva in grado di riportarci sulle linee della vita positive. Cominciamo con il ricordare a noi stessi la nostra intenzione, evitare di dare giudizi di qualsiasi tipo (ognuno ha un suo percorso del quale non sappiamo niente) rispettando il modello del mondo manifestato da ogni individuo, esprimere sempre gratitudine per quello che ci accade e perseguire linee di vita positive. 

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Dobbiamo dire che sembra tutto veramente strano e “indigesto” per una normale giornata di inizio agosto, ma vale la pena leggersi bene la trilogia di Zeland e farsi qualche domanda specifica. Gratitudine, felicità e non giudizio a tutti!!!

Namastè

Michele Micheletti

Comunicazione non verbale. Ci dobbiamo ancora credere?

Nel parlare in pubblico, o comunque nel relazionarsi con altre persone, l’aspetto della componente non verbale (postura, gesticolazione, movimento, prossemica, espressioni e le microespressioni faccial) e paraverbale (tono di voce, ritmo, velocità di parlata) rivestono un ruolo di determinante importanza rispetto alle parole vere e proprie della conversazione o del discorso diretto ad un pubblico. Le proporzioni relative all’importanza delle tre componenti è espressa nell’immagine che segue secondo la celebre e fraintesa teoria di Albert Mehrabian con gli studi del 1967 che hanno permesso la stesura del libro Nonverbal Communication.

Mehrabian's communications model

Dal momento che per 40 anni questi lavori hanno trovato schiere di sostenitori e detrattori non ci resta che dare un’occhiata da vicino a come vennero condotti i due diversi studi che portarono alle conclusioni di cui sopra.

Primo studio                                                                                                                           Condotto insieme a Morton Wiener, consisteva nel far leggere a uno speaker una serie di parole con un tono di voce non coerente con il significato delle parole stesse. In questo modo i due studiosi intendevano scoprire se fosse più importante il contenuto del messaggio o il tono di voce utilizzato.  I partecipanti dovevano giudicare se le parole scelte fossero: positive, negative o neutre.
Ne furono scelte 3 positive (caro, grazie e dolcezza) –3 naturali (oh – forse – davvero) e 3 negative (bruto – non – terribile.  Ognuna di queste parole fu letta con diversi toni di voce: positivo – neutro e negativo.
I risultati indicarono che i giudizi relativi a messaggi composti da una sola parola pronunciata con intonazione erano basati principalmente sul tono di voce.

Secondo studio                                                                                                                       Condotto con Susan Ferris, riguardava ancora il modo in cui giudichiamo i sentimenti di un oratore, ma questa volta mettendo a confronto l’importanza del tono di voce rispetto a quella dell’espressione facciale. I soggetti dovevano  giudicare se la parola “forse” era negativa, neutra o positiva in base ad alcune immagini che rappresentavano volti giudicati in precedenza come negativi, neutri o positivi.                                                                       Il risultato indicò che quando giudichiamo l’atteggiamento di un oratore, la sua espressione facciale è circa 1,5 volte più importante del tono di voce impiegato.

Risultati                                                                                                                                   La conclusione fu che il 55% dell’informazione fosse veicolato dal viso, il 38% dalla voce ed il 7% dal contenuto del messaggio.  Mehrabian, che subito dopo la pubblicazione dei risultati degli esperimenti, precisava che queste percentuali derivano da esperimenti riguardanti la comunicazione di sentimenti e di atteggiamenti e che non erano pertanto applicabili a contesti diversi e più complessi.

Come sempre l’omissione dei campi di limitazione e l’estensione ad ogni contesto del risultato di una certa ricerca può portare al travisamento dei fatti reali. Benché infatti Mehrabian abbia sottolineato più volte che i risultati della sua ricerca possono essere considerati validi solo a condizione che: l’oratore pronunci una sola parola, il suo tono di voce sia in contraddizione con il significato della parola stessa, il giudizio dell’interlocutore sia relativo solo ai sentimenti di chi parla, “l’equazione 7-38-55” è ancora oggi utilizzata in maniera disinvolta da formatori e consulenti per la comunicazione, senza tenere conto delle limitazioni che lo psicologo americano aveva precisato.  Lo stesso Mehrabian ebbe a precisare: «Sono ovviamente sconfortato dalle citazioni errate del mio lavoro. Fin dall’inizio ho cercato di fornire le corrette limitazioni delle mie scoperte. Purtroppo, il settore dei sedicenti consulenti dell’immagine e della leadership ha molti “praticanti” con pochissima esperienza psicologica».

Lo psicologo sociale Michael Argyle, ha ripetuto l’esperimento seguendo dei criteri metodologici di indagine più coerenti per un ricercatore moderno. L’esperimento di Argyle prevedeva la lettura di tutte le parole nei diversi toni di voce e il risultato fu che l’effetto della comunicazione non verbale era di 12.5 volte più potente nel comunicare le attitudini
dello speaker rispetto a quella verbale.

C’è qualcuno che sa di essere vivo qui stasera? (Morrison)

“C’è qualcuno che sa di essere vivo qui stasera?”

Il 3 luglio (oggi) del 1971 veniva ritrovato il corpo senza vita di Jim Morrison, leader dei Doors (ben 44 anni fa), nel palazzo Beaux Arts del XIX secolo situato al n. 17 di rue de Beautreillis, nel quartiere de Le Marais a Parigi. Vorremmo utilizzare questa frase, in questa ricorrenza, per cercare di analizzare gli aspetti del possesso nella focalizzazione di noi stessi.

Al di la delle molte interpretazioni che possiamo attribuire a questo aforisma emblema della cultura emancipata, nel nostro contesto lo prenderemo in prestito per chiarire il fronte del qui ed ora e del cambiamento di cui spesso ci capita di parlare, pensando appunto che spesso ci dimentichiamo di essere vivi perchè o persi nel passato o allucinati dalle incognite del futuro.

In realtà, se ci pensiamo bene, noi possiamo cambiare (modificare) una cosa solo quando la possediamo. Se abbiamo una macchina e decidiamo di metterci uno spoiler, degli adesivi, delle prese d’aria sul cofano e delle marmitte roboanti abbiamo volontariamente cambiato una cosa che possediamo (perdonate l’assurdità del paragone).

Allo stesso modo noi possiamo possedere, all’interno della nostra vita, solo il momento presente: quell’attimo, o serie di essi, in cui la nostra consapevolezza riesce ad essere determinante nell’atto di estrema presenza a se stessa e decidere per ciò che vogliamo essere qui ed ora.

Qui ed ora.001

Possedere il presente, qui ed ora, ci permette di volere e dirigere il nostro cambiamento. Di certo non possiamo farlo sul passato, non più, non abbiamo più modo di possedere gli attimi ad esso relativi. Possiamo solamente ricordarlo. Allo stesso modo non possiamo farlo con il futuro, non ne abbiamo possesso, forse lo avremo ma possiamo soltanto immaginarlo. Possedere la consapevolezza del qui ed ora determina il nostro stato.

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In questa ultima figura uno schema riassuntivo sulle azioni da compiere durante la determinazione del HIC et NUNC per il possesso di se stessi nella consapevolezza del cambiamento.

“Fra il bene e il male c’è una porta, e io l’aprirò!”                                                               (Jim Morrison)

http://www.efficacemente.com/