Kung Fu e Public Speaking? Tutta questione di equilibrio.

Un relatore sembrerà tanto più sicuro ed efficace nella misura in cui egli sarà tanto più sicuro ed efficace.

Siete di quelli che pensano ancora che un relatore debba stare dietro al leggio che gli viene messo a disposizione? Bene, allora dovete leggere questo articolo.

La presenza scenica (presence) è parte fondamentale della comunicazione e del mestiere del relatore. Questa dote la possiamo acquisire con la pratica, l’allenamento e la concentrazione. Essere coinvolgenti e magnetici è un risultato frutto di disciplina e uno dei requisiti principali per trasmettere questo tipo di suggestione è quello di essere in grande equilibrio, sia dentro che fuori. Occorre infatti un equilibrio mentale necessario ma anche un equilibrio dinamico che ci consentirà di essere così inimitabilmente a nostro agio sulle assi di un palcoscenico davanti ad un pubblico incantato e partecipe.

“…L’equilibrio è il fulcro dell’Universo”.

I parallelismi tra Kung Fu e Public Speaking sono veramente molti, basti pensare che la traduzione letterale del vocabolo Kung Fu significa “abilità acquisita con sacrificio”. Niente di più vero anche per il parlare in pubblico, come ben sappiamo l’adagio recita “non si può parlare in pubblico senza parlare in pubblico”, proprio a testimoniare il fatto che anche questa arte necessita di un lungo periodo di apprendistato e di perfezionamento continuo caratterizzato dal sacrifico.

Il praticante di questa antichissima arte marziale ha come ultimo fine la ricerca dell’equilibrio e dell’armonia con tutto quello che lo circonda, un’armonia che si dispiega non solo nella disciplina fisica ma anche nell’arte, nella filosofia, nell’equilibrata crescita marziale e spirituale. Molti potrebbero pensare che la disciplina del Kung Fu possa essere rivolta meramente all’aspetto tecnico, al combattimento. Non funziona in questo modo. Il fine ultimo è la propria crescita, il perfezionamento e non vi è crescita se la focalizzazione è incentrata sull’avversario e sulla sua sconfitta.

Il Kung Fu, come il Public Speaking, possono essere praticati a vari livelli in base alle scelte che l’individuo vuole fare per la sua esistenza. Il ruolo del “maestro” è veramente molto importante per permettere agli allievi di apprendere senza tensioni e distorsioni la materia in oggetto. La ricerca dell’equilibrio, vera via delle due discipline, passa attraverso l’acquisizione e il raggiungimento della marzialità: un modo di essere e di vivere con consapevolezza la propria dimensione di praticante di Kung Fu ma anche di Public Speaker. La marzialità si acquisisce con l’assidua frequentazione della materia e anche se, per quanto riguarda il parlare in pubblico, il concetto potrebbe sembrare leggermente esagerato, possiamo tranquillamente e senza ombra di dubbio poter testimoniare che non è affatto così. La marzialità è un contesto di dignità e stato di coscienza consapevole che si raggiunge con la pratica fisica e del pensiero, si tratta di una struttura psicofisica che ci permette di contenere il rispetto, la conoscenza, la gratitudine, il senso del limite, l’ideale di perfezione, l’armonia e la presenza a se stessi.

Il valore atletico del Kung Fu si ritrova nell’educazione e nell’affinamento dei movimenti che devono risultare comunque fluidi, morbidi ed eleganti nella loro veloce e spesso complessa successione di movimenti nei quali la centralità e l’equilibrio del corpo è fondamentale. Se avete seguito uno dei nostri corsi sapete bene che mettiamo molta attenzione nel far capire che un relatore ottiene un effetto professionale, basato sull’ingaggio emozionale del pubblico, solo quando la sua dinamica corporea è affrancata dai condizionamenti di rigidità e formalismo imposti dalle credenze sociali più diffuse. La fluidità dei movimenti  e l’eleganza dell’incedere e dello spostarsi passano attraverso la qualità della respirazione per  arrivare alla scioltezza e alla naturale padronanza dello spazio a disposizione sul palcoscenico. Il risultato che ne conseguirà sarà quello di essere  pienamente in situazione, padroni dello spazio, consapevoli di se stessi in quello spazio e pienamente sintonizzati con gli ascoltatori. La dote principale dell’esplicazione di queste caratteristiche trova le sue profonde radici in un unico concetto: l’equilibrio. Questo ha una duplice caratterizzazione, è sia interno (psicologico) sia esterno (fisico-dinamico). I due ambienti sono strettamente connessi e la loro comprensione è in grado di suggerirci nuovi orizzonti. Abbiamo già trattato dell’importanza del Grounding in questo articolo di cui alleghiamo il link (https://michelemicheletti.com/2015/11/05/il-relatore-cha-fa-la-differenza-e-ben-radicato-considerazioni-sul-grounding-nel-public-speaking/),  ma in questa nuova trattazione  vogliamo sottolineare come in realtà la sicurezza nello stare in una situazione di dialogo con un pubblico passa attraverso dei principi ben evidenziati ed espressi nelle basi della tradizione delle arti marziali ed in questo caso nel Kung Fu.

2

1

3
Alessio Mazzanti insegnate di Wing Chun della scuola Yong Chun Gung Fu di Pisa

manuale-dattore_14_foto-massimiliano-massimelli

Ognuno di noi ha un corpo unico ed irripetibile, fatto di ossa, muscoli, nervi, organi e di un modo altrettanto unico ed irripetibile di farli stare insieme e proiettarli nello spazio.
Lo scopo dell’allenamento non è quello di trasformare questo corpo, di modellarlo facendolo aderire ad un modello. Si tratta invece di raggiungere una condizione che possiamo chiamare “della prontezza”. Rendere cioè il nostro corpo, magro o grasso, agile o lento, in grado di reagire agli stimoli interni ed esterni in modo da renderlo lo strumento e non la gabbia delle nostre emozioni. In tutto il lavoro dell’allenamento si scopre che il principale limite delle nostre possibilità espressive viene da noi stessi, dalla nostra paura, dalla nostra insicurezza, dalla nostra presunzione. L’allenamento ci viene in aiuto portandoci vicini ai nostri limiti, in uno stato di grazia che raramente fa parte della nostra vita quotidiana.

Quando si sfiora il limite, anche il più banale, salta la separazione virtuale tra corpo e mente, e torniamo ad essere un’unica realtà che si confronta con se stessa. Quando si supera il limite, in alcuni rari stati di grazia, si entra in quella condizione che gli psicologi chiamano “del flusso”, che accomuna i mistici estatici delle varie religioni, gli sportivi, gli artisti, gli scienziati. Una condizione in cui, dopo avere a lungo remato, il vento gonfia la vela e la barca sembra partire da sola, proiettandoci al di là dei nostri limiti in una condizione dove, forse, percepiamo la purezza e la semplicità della verità (Appunti di lavoro per i laboratori teatrali nel contesto educativo di Carlo Presotto)

Consapevolezza corporea

Alessio Mazzanti Yon Chun Gung Fu

Consapevolezza corporea

 

Michele Micheletti

 

 

La nostra mente è come Google!

We are all now connected by the internet, like neurons in a giant brain.

Stephen Hawking

Possiamo definire il nostro cervello in molti modi, tra questi possiamo descriverlo come uno strumento per essere simultaneamente in luoghi separati e diversi tra di loro. Capisco che tutto questo possa risultare leggermente naïf, cerchiamo di spiegare.

Abbiamo già avuto modo di parlare di struttura e funzionamento dei nostri emisferi cerebrali e quindi non ci dilungheremo su questo, in questa occasione ci focalizzeremo sulle possibilità offerte da quello di cui disponiamo.

bb

Il nostro cervello sinistro (Io sono)

Il cervello sinistro funziona in modo “tridimensionale” ed è concentrato sulle cose che possiamo vedere, sentire, toccare e misurare. Grazie alle funzionalità di quest’organo  siamo in grado di sapere che la persona che ci risiede accanto è proprio li in quella specifica posizione e che è un essere umano proprio come noi. Senza l’ausilio del nostro cervello sinistro non saremo in grado di misurare e percepire la “realtà” e di avere un’esperienza umana. Perderemo la nostra IDENTITÀ.

L’identità è collegata alle strutture del nostro EGO e questo è a sua volta collegato ad una potente sovrastruttura che potremo chiamare destino o KARMA. Quando il nostro emisfero sinistro si sviluppa in modo particolare ci capita di credere che il nostro corpo sia il nostro vero noi, ci identifichiamo integralmente con il nostro corpo. Ho fatto questo test con i miei figli chiedendo loro separatamente: “Tu hai un corpo?”. La risposta è stata tempestiva, decisa e rivolta all’affermazione positiva. Ho poi nuovamente chiesto loro: “Tu sei il tuo corpo?”. La risposta è stata altrettanto veloce: “No”. Non si tratta ovviamente di una risoluzione scientifica ma è ovvio che le strutture del pensiero dei bambini, non dominate dal principio deterministico di causa ed effetto, ragionino in modo più libero rispetto alle nostre euristiche e ai nostri schemi comportamentali. Uno sviluppo considerevole del cervello sinistro ci porta ad identificarci con il nostro corpo perchè i suoi strumenti di percezione della “realtà” sono una serie di strumenti analogici (in senso figurativo) costituiti dai  5 sensi.

Il nostro cervello destro (Noi siamo)

Cosa completamente diversa è la costituzione della struttura del nostro cervello destro. La sua connessione al mondo circostante non avviene in modo analogico tramite i sensi ma tramite una sorta di wi-fi collegato ovunque ad una sorta di sovrastruttura che potremmo immaginare come una vera rete universale. Questa parte di noi ha la capacità di connettersi a qualsiasi aspetto dell’universo e a tutti quelle situazioni che hanno a che fare con la non quantificazione e l’invisibile, il problema è che noi non ne abbiamo consapevolezza. Il nostro cervello destro ha quindi una capacità di percezione per piani aumentati che potremmo chiamare 4D+ per indicare la coesistenza di dimensioni maggiori rispetto al 3D del cervello sinistro.

Il cervello destro è direttamente connesso alla nostra vera essenza, a qualcosa che in termini metafisici potremmo definire semplicemente SPIRITO ma che in altri contesti potrebbe anche essere descritto come coscienza. Lo spirito è il “chi siamo noi” con attenzione alla sfumatura di linguaggio: mentre il cervello sx parla in termini di identità e di IO, il cervello destro si esprime in termini di pluralità intesa come NOI. Non si identifica come singolarità perchè è già integrato in un sistema di collegamento molto vasto la cui dimensione è quella che molti illustri studiosi hanno definito come Inconscio Collettivo (Assagioli) (Jung).

La Persona è il modo in cui il soggetto è visto dal mondo. L’Anima[…] come viene vista dall’inconscio collettivo.

Carl Gustav Jung (La struttura dell’inconscio)

 

Brain

Il problema è che non ci è data la possibilità di misurare ciò che accade nel cervello destro, servono strumenti molto diversi rispetto a quelli utilizzati dalla scienza. L’accesso al nostro stato di connessione universale è in realtà, teoricamente, molto semplice: potete chiedere a qualsiasi persona dedita alla meditazione ad un certo livello e la risposta sarà diretta ed univoca… meditare! Quando si è in stato di meditazione profonda il nostro cervello di sinistra si spegne. In quel preciso momento si attiva la nostra connessione al sistema Google universale e abbiamo accesso a tutta l’informazione disponibile.

JBT

Trovo interessante segnalare l’esperienza della dottoressa Jill Bolte Taylor ricercatrice in neuroscienze presso la Harvard University e qualificata come una delle 100 persone più influenti del 2008 dalla rivista Time. Il 10 Dicembre 1996, quando aveva 37 anni, si trovava nel suo appartamento a Boston, quando  improvvisamente sentì un forte mal di testa dietro l’occhio: una problematica cerebrovascolare (CVA) le aveva colpito il lobo sinistro del  cervello. Jill racconta che poco dopo l’incidente, cominciò a sentire una tranquillità mentale che non aveva mai provato. Le sue preoccupazioni cessarono, l’intenso rumore dei suoi pensieri si placò. L’auto-consapevolezza che tutti noi abbiamo, che ci porta a giudicare e criticare costantemente era scomparsa lasciando il posto ad una pace indescrivibile. Potete seguire il racconto della sua incredibile esperienza cliccando su questo link https://www.youtube.com/watch?v=UyyjU8fzEYU.

A questo livello di coscienza siamo tutti connessi ed è quindi necessario fare attenzione proprio come lo è nel corrispettivo ambiente digitale che usiamo per sostenere la nostra analogia. È necessario allenarsi all’ottenimento di questa possibilità, è necessario disimparare e poi apprendere di nuovo. Per i bambini muoversi in questo ambiente è proporzionalmente più semplice, i sogni e gli incubi ricorrenti e molto articolati ne sono una forte dimostrazione. Si tratta di un “potere” importante per dirla in termini descritti da David Hawkins (Power vs Force), anche se non sanno ancora come gestire  questa loro potenzialità riescono a fare esperienza di coscienza molto forti. Crescendo interverranno le strutture ed i modelli di condizionamento che pian piano ci faranno dimenticare la potenzialità universale del nostro cervello destro e sarà quindi necessario disimparare e ripartire.

Il KARMA è semplicemente una conseguenza delle nostre azioni. Esistono almeno tre tipi di karma ma per capirci immediatamente con un esempio pratico possiamo dire questo: se io ti do una sberla e tu come reazione diretta me la rendi…ecco, questo è una manifestazione di karma “istantaneo”. Il collegamento del nostro ego all’equilibrio degli eventi è diretto, dobbiamo in qualche modo liberarci di questo aspetto o riequilibrare il tutto grazie alla funzione del nostro cervello destro. Nel Google universale ci sono tutte le informazioni necessarie per recuperare il nostro vero essere, il nostro vero NOI.

Fonte “Roy Martina”

Stay Tuned!

Michele Micheletti

 

 

Il relatore cha fa la differenza è ben “radicato”. Considerazioni sul grounding nel Public Speaking

Uno degli aspetti di un relatore che maggiormente infastidiscono gli spettatori durante la sua performance riguarda l’ incapacità di “prendere e mantenere la scena”. La presenza scenica è ciò che fa la differenza e che permette di catturare le attenzioni del pubblico, al di là delle doti specifiche e del talento individuale. Il comportamento di rimanere immobile al centro del palco è ormai considerato da principianti, opportuno è, invece, muoversi a ritmo, occupare tutto lo spazio disponibile, in modo da rivolgersi all’universo platea, non solo a quella centrale o nelle prime file. Mettere in atto tutto questo è molto difficile e necessita di un percorso che comincia dall’interno per arrivare poi all’espressione esteriore.

La presenza, in senso antropologico, è intesa come la capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per rispondere in modo adeguato ad una determinata situazione storica, partecipandovi attivamente attraverso l’iniziativa personale e andandovi oltre attraverso l’azione. La presenza significa dunque esserci come persone dotate di senso, in un contesto dotato di senso (Wikipedia). 

Ogni volta che si sale su un palco (situazione storica) lo facciamo sempre dotati di un senso e lo sforzo per un relatore è concentrarsi nell’esserci perché l’ansia da prestazione da palco tende a portarci fuori dall’esserci come rapiti dentro una gabbia che trattiene le nostre emozioni per la paura del giudizio. Se diamo alla paura e il suo significato ben ristretto e definito, non le daremo la forza di governarci. Abitualmente consideriamo la paura come un nemico, un elemento tra i più difficili da accettare ma dal quale possiamo imparare moltissimo. La paura necessita del massimo del rispetto perché  vuole insegnarci qualcosa. Se il nostro atteggiamento sarà quello del conflitto e dell’opposizione, l’azione di innalzare lo scudo contro i timori darà come conseguenza inevitabile  il blocco del diaframma, responsabile dell’accoglimento dell’emozioni, percepito come tensione che incapsula il senso di inferiorità (Gisela Rohmert – Metodo Funzionale), generando il tipico stato di agitazione da palco che sconfina nello smarrimento che conduce fuori dal senso.     Tutto questo ha a che fare con il nostro inconscio. Prima di arrivare alla parte scenica, quindi, è essenziale risolvere la questione psiche ecco perchè diventa determinante compiere un viaggio in grado di attraversarci. Dobbiamo ritrovare dentro noi stessi quelle qualità necessarie alla percezione degli altri.

Per questi fini abbiamo visto essere estremamente utile il concetto di GROUNDING. Questo si inserisce a pieno titolo all’interno del concetto bioenergetico e si tratta di una concettualizzazione che riesce ad essere di grande beneficio per l’individuo.

“Noi esseri umani siamo come gli alberi radicati al suolo con un’estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti sono le nostre radici terrene. Se sradichiamo un albero, le foglie muoiono; se sradichiamo una persona, la sua spiritualità diventa un’astrazione senza vita”. (Alexander Lowen)

Al di là della postura, o meglio, prima e dentro alla postura, c’è lo stare all’interno della propria verità interiore, l’accettazione di quello che è capitato nella propria esistenza. Il punto è: capire dove si è. In un parola: collocarsi. 

Questa identità (che non è identificazione) è “radicata nella terra, identificata con il proprio corpo, consapevole della propria sessualità, tesa verso il piacere. Qualità che mancano invece nella persona che vive tra le nuvole o tutta nella testa, anziché nei piedi”.

Il grounding è un’attività relativa alla bioenergetica. Questa si definisce come una tecnica psicocorporea che utilizza modalità respiratorie, specifici esercizi fisici, posizioni e contatti corporei, associati a un’analisi psicologica e caratteriale del soggetto. La bioenergetica consente l’integrazione tra corpo e mente, aiutando il soggetto a sciogliere i blocchi energetici e i meccanismi difensivi creatisi a livello fisico e psicoemotivo, causa di molte inibizioni.

BIOEN

Lo scopo della bioenergetica è quello di rilassare le contrazioni muscolari permettendo così di far affiorare alla coscienza le emozioni che hanno provocato questi blocchi e di restituire alla persona uno stato di naturale carica energetica. La bioenergetica è stata ideata da Alexander Lowen, allievo di Whilhelm Reich, padre storico delle terapie incentrate sul corpo. Reich, neuropsichiatra austriaco nonché allievo di Sigmun Freud, elaborò le scoperte della psicoanalisi, definendo il concetto di energia orgonica, una modalità di energia vitale che trova la sua massima espressione nella sessualità, scorrendo liberamente lungo tutto il corpo. Stando a Reich, la capacità di desiderare e di godere viene spesso repressa da pressioni esterne e attraverso pressioni interne intrapsichiche, sotto forma di angoscia, inibizioni e blocchi. Queste modalità difensive sono costituite a livello fisico da rigidità corporee (corazza muscolare) e a livello psicologico da atteggiamenti caratteriali e dalla mancanza di contatto emozionale. Lowen riprese il concetto di energia vitale e sviluppò la terapia bioenergetica,  servendosi di alcune posizioni fisiche in grado allentare le tensioni e i blocchi. Un relatore rigido, cerebrale, viene percepito come distante. Lo abbiamo detto molte volte, il primo lavoro di coloro che vogliono parlare in pubblico è quello di riuscire (essere in grado) di stabilire una potente connessione con la propria audience sin dai primi istanti dalla presa del podio. La scioltezza e la presenza scenica, la facoltà di riempire lo spazio a disposizione derivano da un’azione di ritrovamento interiore, dallo scavare verso il proprio radicamento.

TREE

Come si lavora sul grounding

La base di partenza è sentire il contatto con il terreno, la sensazione di contatto col suolo. Questo permette di accendere la percezione e orientarla a una corrente di eccitazione che scorre nel corpo, attraverso le gambe, fino ai piedi e al terreno. Radicarsi significa ritrovarsi in uno stato bilanciato, diritto, saldo; l’energia scorre liberamente e anche gli occhi sono più chiari e brillanti e la vista è migliore. 

Lowen spiegava chiaramente che per ritrovarsi di nuovo radicati si deve fare i conti con l’evoluzione dell’uomo: quanto si punta sull’aspetto intellettuale piuttosto che sull’ascolto di se stessi? L’ambire con la mente, l’immaginare, il vedere oltre, il preoccuparsi sono stati che riguardano i livelli alti del corpo e, se portati all’eccesso, sradicano. E osservare quanto ci si sta sradicando è il primo punto. Quindi si tratta di riscoprire la propria natura animale nelle nostre funzioni di base. In Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica, Manuale di esercizi pratici (Astrolabio, Roma 1979) si evince che lavorare sul grounding significa tornare a lavorare su qualità di ritmo e grazia. Anche autonomamente, si può sentire il libero fluire della parte inferiore del corpo, osservare di nuovo cosa accade quando ci si spinge in alto. Il centro è nel basso ventre ed è lì che si può andare per compiere azioni precise, forti (http://www.cure-naturali.it/tecniche-energetiche/2846/grounding-in-bioenergetica-come-funziona-e-a-cosa-serve/5709/a).

Nel linguaggio del corpo avere i piedi per terra significa essere in contatto con la realtà; significa che la persona non opera sotto l’influsso di una illusione. In senso letterale tutti hanno i piedi per terra, in senso energetico però le cose non stanno sempre così…in alcune situazioni l’energia viene ritirata dai piedi e dalle gambe e si dirige verso l’alto, verso la testa. Questo spostamento dell’energia produce uno stato dissociato tra la mente e il corpo (Lowen).

Il groundig implica che una persona sia disponibile a “scendere”, che abbassi il suo centro di gravità e che si senta più vicina alla terra. Il risultato immediato è un aumento del senso di sicurezza. Questo processo è associato al respiro: infatti se il respiro è bloccato la percezione del corpo al di sotto di quel punto è bloccata o ridotta.

La propria casa è il proprio corpo. Non essere connessi in modo sensibile con il proprio corpo vuol dire essere uno spirito disconnesso che fluttua attraverso la vita senza alcun senso di appartenenza. Tutti i pazienti con cui ho lavorato sentono, in misura maggiore o minore, questa separazione e solitudine, ed è un modo di essere tragico. L’obiettivo del mio lavoro terapeutico è aiutare le persone a ritrovare il loro senso di connessione con la vita e con gli altri, e radicarsi è l’unico modo per farlo” (A.Lowen , Onorare il corpo)

Le diverse situazioni che causano il ritiro dell’energia dalla parte inferiore del corpo determinando la perdita del senso di radicamento e di connessione, portano la persona ad essere “fissata” (appesa, “hung-up), bloccata; senza poter contare su un solido appoggio, l’individuo  si ritrova a “non avere i piedi per terra“, a vivere in base ad illusioni disancorate dalla realtà (“con la testa tra le  nuvole“) e a valori propri  più dell’ego (successo, ricchezza, potere) piuttosto che in sintonia con i bisogni del suo corpo (essere radicati, il piacere, l’accettazione di sè, la connessione con gli altri). Spesso le persone compensano il senso di sradicamento e insicurezza che deriva dalla debolezza delle loro gambe, sviluppando l’ego in modo eccessivo  e cercando in tutti i modi posizioni di potere in cui possono comportarsi “come se” fossero sicuri. Ben diversa è la situazione di una persona che acquisisce potere personale a partire dal suo senso di radicamento e lo gestisce, nelle varie situazioni in cui si viene a trovare, in modo integrato e connesso con la realtà fisica ed emotiva del suo corpo.

Nella sua esperienza, Lowen ideò e sperimentò molte tecniche per favorire il processo di grounding nei suoi pazienti. La posizione base è flettere leggermente le ginocchia rimanendo eretti, respirando con naturalezza. Questo semplice esercizio può produrre notevoli cambiamenti nel corpo, inducendo un’onda di vibrazione che dai piedi attraversa tutto l’organismo, facendoci sentire più connessi al terreno, approfondendo la nostra respirazione e rendendo più nitida la visione oculare. In altri casi possono essere utilizzati strumenti per sciogliere le tensioni muscolari nella pianta dei piedi e nelle gambe  che bloccano il libero fluire dell’energia e ripristinare il contatto con il terreno.

Il bend-over (piegati in avanti, ginocchia flesse) approfondisce la respirazione e aiuta a rilassare le tensioni della schiena, tensioni che si presentano anche a causa dell’abitudine a tenere le ginocchia serrate: le ginocchia, che sono gli ammortizzatori del corpo, quando si è sottoposti a forti pressioni, si piegano facendo passare lo stress attraverso il corpo e nel terreno. Se però le ginocchia sono rigide, la pressione viene intrappolata nel fondo della schiena creando una condizione di stress permanente che darà origine ai dolori nella zona lombo-sacrale, di cui tante persone  soffrono.

Bend-over

La posizione dell‘arco permette di percepire le tensioni che sono presenti nella parte inferiore del corpo e nel ventre, approfondisce  la respirazione e induce delle vibrazioni nella parte anteriore  e nelle gambe che possono arrivare  ad interessare tutto il corpo.

Arco

Il grounding è la chiave del lavoro bioenergetico. Se siete ben radicati il vostro corpo sarà naturalmente bilanciato, diritto e saldo. La vostra energia scorrerà liberamente e  la visione migliore. Più vi lasciate scendere dentro di voi, più profonda è la vostra respirazione” (A.Lowen, Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica).

Inconsciamente, ci “teniamo su” di continuo: abbiamo imparato ad associare all’esperienza dello “scendere” le qualità connesse alla “caduta“, cioè sensazioni di debolezza, vulnerabilità, mancanza di sostegno, solitudine, umiliazione. Le nostre tensioni muscolari ci mantengono rigidi e ci danno l’illusione di essere forti, mentre in realtà ci rendono insensibili e ci privano della possibilità di fare contatto con il terreno e con la nostra realtà, impedendo l’unica esperienza che realmente ci può fornire il sostegno e la sicurezza di cui abbiamo bisogno per muoverci nel mondo come essere radicati e connessi, liberi di respirare, di sentire e di protenderci verso il piacere (http://spaziopsiche.altervista.org/pagina-771653.html).

Lo scopo primario consiste nel radicare l’individuo nella realtà del suo corpo e della terra. Nella nostra cultura la gente ha un grande bisogno di “lasciarsi andare”. Non dovremmo aver paura di arrenderci, perchè ci arrendiamo ai nostri corpi, alla terra e alla vita. Ci abbandoniamo alla sola forza che in ultima analisi possa sostenerci. ” (A. Lowen, La depressione e il corpo)

Arti marziali

Al nostro relatore consapevole di se stesso interesserà sapere che moltissime arti marziali fondano i loro principi sulla disciplina del grounding. Durante le nostre sessioni di training facciamo molto spesso correlazioni in merito all’equilibrio e alla centratura corporea utilizzando le basi del kung fu (Alessio Mazzanti, istruttore arti marziali Yong Chun Gung Fu e difesa personale).  Le posizioni di guardia offrono ampi spunti per riflettere su questa argomentazione. Un buon radicamento agevola nell’individuo il rilassamento delle tensioni del corpo e della mente, avvicinando il centro di gravità verso il basso, più vicino alla terra: il risultato immediato sarà un maggior senso di sicurezza sia fisicamente sia psicologicamente. Infatti, quando siamo troppo carichi energeticamente (eccitati o in ansia) fisicamente abbiamo la sensazione di sollevarci da terra, quasi ci mancasse il terreno sotto i piedi, psicologicamente abbiamo la sensazione di perdere il controllo sia di noi stessi sia della realtà esterna. Al contrario, quando siamo troppo scarichi energeticamente (depressi) ci sentiamo sia fisicamente sia emotivamente incapaci di reagire. Attraverso la pratica delle arti marziali è possibile ottenere un buon radicamento sin dai primi tempi di pratica studiando la posizione di guardia, tenendo in considerazione almeno due fattori:

1. Il modo con il quale l’atleta usa i propri piedi                                                                    2. La sensibilità con la quale gestisce la propria postura.

Due elementi dai quali non si può prescindere per ottenere un buon grounding.  Nella formazione marziale, controllare e valutare negli atleti le caratteristiche dei piedi e la loro qualità d’appoggio al terreno è un passaggio fondamentale per fornire una buona impostazione di base che conferisce solidità tanto al corpo quanto alla mente. Il modo in cui si presentano i nostri piedi, è spesso segno indicativo del modo in cui ci adattiamo alla realtà.

1. Piede piatto

2. Piede ad artiglio

3. Piede a maglio

4. Piede normale

Dei piedi è necessario analizzare non solo la conformazione, ma anche il modo con il quale si poggiano sul terreno e come si muovono. Il modo con il quale il piede prende contatto con il suolo, durante il movimento, è indicativo della modalità con la quale l’individuo usa il proprio corpo e gestisce la relazione con la realtà. Contatto del piede con il suolo

1. Contatto troppo radicato

2. Contatto saltellante

3. Contatto sbilanciato

4. Contatto a forbice

Un buon grounding non si limita ad agevolare nell’atleta il radicamento al terreno, ma gli consente un buon radicamento in tutte le capacità d’azione e di percezione del proprio corpo. Ogni struttura muscolare e ad ogni distretto corporeo sono deputati all’espressione di una o più emozioni. Nei primi anni di vita del bambino, quando l’espressione di determinati comportamenti sono ripetutamente bloccati da chi si prende cura di lui, si crea una sorta di tensione cronica del muscolo deputato all’espressione di quel determinato comportamento. Di tale tensione l’individuo non è consapevole, sente solamente a livello comportamentale di non essere portato o capace di attuare quel determinato comportamento. La postura è dunque determinata da fattori fisici, psichici e di relazione. Fattori psichiche es: se una persona è depressa si presenterà inevitabilmente con le spalle ricurve, gli occhi spenti ed abbassati ai lati, poca energia nell’azione. Fattori di relazione es.: se una persona è timorosa dell’autorità manterrà, standole di fronte, un atteggiamento corporeo dimesso e ritratto. Insomma guardando il corpo ed il modo di muoversi dell’altro possiamo intuire sempre qualcosa delle sue qualità e delle sue difficoltà.

Nella pratica delle arti marziali la sensibilità ai segnali del corpo, il lavoro di conoscenza, correzione e gestione della postura sono parti fondamentali d’ogni programma. Questo studio si pratica solitamente sin dalle prime fasi di pratica, quando s’imposta la posizione di guardia. Le posizioni di guardia, di quasi tutte le arti marziali, hanno tra loro alcuni punti in comune che hanno come comune denominatore il fine di procurare una condizione di buon radicamento fisico e psichico. Posizione di guardia statica

1. Scarico del peso corporeo verso il terreno.

2. Adeguato appoggio sui piedi.

3. Semiflessione delle articolazioni delle caviglie e delle ginocchia.

4. Allineamento dei distretti corporei.

5. Gestione dell’attività respiratoria.

6. Spinta del respiro verso il basso, con particolare attenzione al distretto del bacino (hara), zona di produzione e di scarica dell’energia (Dott: Rosa Maria Distefano Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport Responsabile).

Bene, il relatore sul palco se non è in uno stato di grounding lo si vede da lontano. Il suo movimento sarà impacciato, il suo peso si sposterà di continuo da un piede all’altro sbilanciando il corpo per tutta la durata della relazione e lanciando messaggi sottili di inadeguatezza alla situazione nella quale si sta trovando. Difficilmente chi non ha praticato un certo lavoro su se stesso, utilissimi a questo proposito i seminari di teatro, riuscirà a compiere delle transizioni di palco (attraversamenti longitudinali o diagonali) disponendo in modo comodo e sensibile di tutto lo spazio a disposizione. Ci sono piccoli accorgimenti che possono aiutarci a rimanere a contatto con noi stessi e le nostre emozioni una volta saliti sul palco. Percepiamo lo spazio del palco con i nostri piedi. Respiriamo sempre sentendo il petto che si solleva e si abbassa con un ciclo lungo ma naturale e regolare. E la pancia, come sta? Proviamo a sentire gli addominali, se sono contratti, buttiamo un po’ in fuori la pancia per de-contrarli. La contrazione avviene al momento del sostegno del diaframma. Quindi ricordiamo le tre P: Piedi, Petto e Pancia.
Dopodiché testimoniate la vostra ‘presenza scenica’ dando senso al Vostro sentire.             (http://www.mikilu.it/pdf/presenza_scenica.pdf)

Michele Micheletti

Public Speaking Dynamics

Tutti possono fare una buona performance affrontando il pubblico di una platea più o meno vasta? Senza ombra di dubbio possiamo dire tranquillamente SI! Chiaramente per raggiungere il Linguaggio della Leadership occorre coltivare le proprie capacità innate, molto diversificate ma tutte estremamente utili ed utilizzabili (SWOT), affrontare quante più platee possibili e lavorare su se stessi senza esclusione di colpi.

DYNAMIC PUBLIC SPEAKING

Il parlare in pubblico è quindi un’arte che possiamo imparare partendo dai requisiti di base con i quali ci presentiamo da zero a noi stessi ed agli altri. Vogliamo lasciarvi con un interessante articolo da leggere riguardante le 5 principali caratteristiche del Public Speaking Dinamico secondo Nancy Daniels, ecco il link http://www.selfgrowth.com/articles/The_5_Secrets_of_Dynamic_Public_Speaking.html.

Stay Rock

Michele Micheletti

Essere ciò che siamo. Parlare in pubblico senza stress.

Alla base c’è un’insicurezza che riguarda i rapporti con gli altri in generale: la strada per uscirne non è invocare più forza, ma valorizzare ciò che si ha, timidezza compresa (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html).                                                                                                             L’inizio di questo articolo di Riza psicosomatica ci è  piaciuto e nell’ambito ristretto della nostra esperienza ne abbiamo immediatamente colto la valenza: è vero, accade proprio questo.

La sofferenza legata alla cosiddetta “fobia sociale” (la difficoltà ad avere normali relazioni di scambio con gli altri) non dipende dalla timidezza o dal carattere, ma dal giudizio negativo che la persona dà della propria timidezza e del proprio carattere (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Temiamo pericolosamente il giudizio degli altri, l’attività di parlare in pubblico passa attraverso i complessi schemi dell’accettazione sociale: fare bella figura, piacere, sedurre, essere accettati in una certa cerchia, appartenenza. Abbiamo già parlato in altri articoli delle trappole dell’ego e di come queste possano influenzare negativamente una performance ed in senso molto più esteso la nostra stessa esistenza (https://michelemicheletti.com/2015/08/07/parlare-in-pubblico-ansie-paure-tecniche-vanita-e-superego-diamoci-una-regolata/), ma adesso vorremo riflettere sul come noi giudichiamo la nostra adeguatezza ad una certa situazione, sul come giudichiamo il nostro comportamento di fronte ad una prova.

rrr

L’inadeguatezza e la non accettazione producono in noi uno stato di sofferenza al quale dobbiamo in qualche modo porre rimedio se decidiamo di affrontare delle platee: non è possibile piacere a tutti. Ognuno è quello che è, perché dovrebbe soffrirne? Soffre la pecora per essere pecora, l’aquila per esser aquila, il calabrone per essere calabrone? Soffrirebbero se non fossero quello che sono! Se la pecora non è una buona pecora ma si mette in testa di essere un lupo, allora sì che sono guai! (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Voler essere qualcosa che non siamo, voler sembrare qualcosa che per noi rappresenta l’essenza di cosa vorremmo essere ci porta inevitabilmente alla sofferenza. Il giudizio che diamo della nostra condizione crea tensione e stress che fatalmente si risolve in un processo di disistima e fallimento. Il giudice interno (noi stessi) ed il giudice esterno (gli altri) fanno parte dello stesso processo in questa logica della sofferenza autoimposta.

Possiamo porre rimedio in modo definitivo a questo circolo della non accettazione/sofferenza tramite tre (non)semplici mosse.                                           1- Scoprire se stessi e proporre il proprio essere in tutto e per tutto come portatore di serenità e felicità.                                                                                                                    2- Ridurre la potenza del giudice interno perfezionando il dialogo interno con affermazioni positive come: “Io sono preparato”, “Le cose che ho imparato posso spiegarle perfettamente”, “Ho tutto per essere felice”.                                                                           3- Essere effettivamente ben preparati ed organizzati per l’intervento in pubblico che abbiamo programmato di fare.

Di seguito una esaustiva ed esauriente infografica riassuntiva relativa alle varie fasi di preparazione e risoluzione di un intervento in pubblico.

PublicSpeaking (1)

http://www.briantracy.com/blog/public-speaking/27-useful-tips-to-overcome-your-fear-of-public-speaking/

Un’ultima cosa, se l’esperienza che state affrontando per voi è fonte di stress, ansie e paure lo sarà anche per il vostro pubblico. Il vostro disagio verrà inevitabilmente percepito da tutti ed il vostro intervento non desterà alcun favore. I presenti non vedranno l’ora che finiate per potersi liberare di voi e della vostra presenza seminatrice di tensione e camicie sudate. Stay tuned.

Michele Micheletti

7 regole per ottimizzare le immagini delle tue presentazioni

Ci sentiamo spesso dire, durante l’attività didattica di Public Speaking,  che l’utilizzo dell’immagine secondo i criteri del “Visual Design” non è adatto a certi tipi di presentazioni, soprattutto quelle di origine tecnica o clinica. Non siamo d’accordo su questo. Pensiamo che rifugiarsi dietro questo tipo di assunto non sia altro che una scusa, una rinuncia per mancanza di tempo o voglia alla ricerca stilistica più idonea a quel tipo di argomentazione che si è scelto di rappresentare.

Impostare una presentazione secondo i criteri di impatto Visual comporta una doppia fatica: si tratta di un lavoro nel lavoro. Sono molti i parametri che devono essere tenuti sotto controllo, orchestrati e bilanciati nella realizzazione di una presentazione: il contenuto vero e proprio, il messaggio estrapolato da quel contenuto, la costruzione della storia, la realizzazione dell’incipit e della chiusura, lo stilo narrativo, la programmazione della recitazione, la scomposizione e ricomposizione dell’argomento e tutta la parte grafica di raccolta del contenuto all’interno delle slide. “È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo” potremmo dire.

immagini1

In questo articolo ci occuperemo solo dell’importanza e dell’utilizzo delle immagini nelle slide considerando che anche l’utilizzo del font (carattere tipografico) rientra nella struttura della finalizzazione di una composizione Visual. Le regole che andremo ad enunciare sono valide anche per la pubblicazione e condivisione di contenuti tramite i social media e possiamo elencarle come di seguito:

1- Emozionare                                                                                                                            2- Pertinenza                                                                                                                             3- Alta risoluzione                                                                                                                     4- Font                                                                                                                                       5- Consistenza                                                                                                                           6- Uso del colore                                                                                                                       7- Completezza del messaggio

EMOZIONARE

L’emozione in grado di scaturire da un’immagine per molti aspetti dipende da un’unica caratteristica: la semplicità. Immagini semplici ma concettualmente ben orientate, con un numero esiguo di particolari consentono allo spettatore di essere partecipe interagendo fin dai primi istanti con i concetti comprendendo immediatamente quello che l’immagine vuole comunicare. Quindi semplicità, visibilità e spazi vuoti sono a nostro avviso gli schemi migliori di scelta di immagine che possiamo andare ad identificare per le nostre slide o meme o Visual social content.

Emozione

PERTINENZA

La struttura del “Multimedia Learning” si basa sulla consequenzialità dei nostri processi cognitivi, nei corsi ne parliamo a lungo. Se non rispettiamo le regole di base di accesso al nostro schema di elaborazione e memorizzazione delle informazioni la fatica fatta in una giornata di spiegazioni congressuali potrebbe andare persa dopo poche ore dal termine dell’evento. Il 90% dei processi cerebrali è visivo e le immagini vengono elaborate 60.000 volte più velocemente di un testo. Non appena uno spettatore visualizza una nostra slide questa viene codificata, secondo gli schemi generali ma anche  individuali (categorie, credenze, retaggi…), ed immediatamente ne viene ricavato un significato. Se questo si discosta troppo, per nostra incuria nella scelta, dal tema centrale trattato o dagli interessi del target si crea una discordanza cognitiva che immediatamente procura l’allontanamento dell’attenzione dello spettatore o del fruitore del messaggio. Insomma, l’incoerenza crea confusione.

ALTA RISOLUZIONE

Tutte le immagini utilizzate devono avere una risoluzione elevata, devono essere di “buona qualità”. Ci spieghiamo meglio. La differenza fondamentale che deve essere subito chiarita è quella tra ‘dimensioni’ e ‘risoluzione’ di un’immagine raster.

DIMENSIONI: le dimensioni sono espresse dal numero di pixel della base per quelli dell’altezza dell’immagine. Ad esempio: 400 x 300 px. Queste sono le dimensioni in pixel, che non dicono in sé nulla sulle eventuali dimensioni di stampa, né sulle dimensioni a monitor.

RISOLUZIONE: si esprime in ppi, sigla che sta per ‘pixel per inch’, ovvero pixel per pollice lineare; un’immagine destinata al web ha  una risoluzione di 72 ppi, mentre una destinata alla stampa ha una risoluzione solitamente superiore (fino a 300 ppi). La risoluzione dice quindi quanti pixel ci devono stare in una linea lunga un pollice: più ce n’è, più l’immagine è risoluta, e i ‘quadratini’ della risoluzione si vedono poco, sono piccoli; il contrario avviene quando ci sono pochi ppi (http://nosatispassion.altervista.org/post-processing/2188/cose-la-risoluzione-di-unimmagine/).

Quindi per le immagini delle nostre slide mai scendere sotto risoluzioni di 1920 per 1280, questo vi consentirà di effettuare ritagli di cropping, ingrandimenti e ottimizzazioni on slide senza grossi problemi. Il peso complessivo (spazio occupato su disco) della vostra presentazione aumenterà sensibilmente ma l’effetto sarà altamente professionale.

FONT

Anche il carattere tipografico scelto concorre sensibilmente al trasferimento del dato emozionale. Il font è parte integrante del design e della struttura grafica in generale e deve essere: caratterizzante e coerente con il tipo di emozione che deve essere trasmessa, altamente leggibile, proporzionato agli standard della slide ed in equa proporzione con gli spazi bianchi e il grosso dell’immagine.

CONSISTENZA

Mentre per i social media spesso è sufficiente scegliere l’immagine adatta e solo con quella riuscire ad avere una grande condivisione o numero di apprezzamenti, nelle slide per il Public Speaking le cose sono leggermente diverse. Possiamo dire che in questa ultima situazione è necessario creare un set di immagini con tema omogeneo che poi andranno a concorrere allo stile generale della lecture. La consistenza risiede proprio nella diversità delle slide e al contempo nella loro omogenea appartenenza: ad esempio tutte immagini in bianco e nero, oppure tutte immagini di volti con diverse espressioni, etc. (http://presentationpanda.com/uncategorized/10-tips-for-selecting-images-for-your-presentations/).

Consistenza

USO DEL COLORE

I colori influenzano chi li vede, motivo per cui esistono tantissimi studi sulla psicologia del colore e per cui alcuni marchi sono di un colore piuttosto che un altro. Secondo Neil Patel l’85% delle motivazioni che risiedono nella scelta di un prodotto sono legate al colore. Un recente studio condotto dalla Georgia Tech ha esaminato più di 1.000.000 di immagini Pinterest  pubblicate tra il 2009 e il 2011:

In generale è bene usare pochissimi colori, massimo tre. Per la scelta di questi, aspetto assolutamente del tutto che facile, valgono le regole derivate dalla ruota dei colori di Newton. Esistono validissimi strumenti digitali per centrare perfettamente le migliaia di scalature di colore disponibili, usiamoli.

COMPLETEZZA DEL MESSAGGIO

La formula magica definitiva non esiste. Bisogna sforzarsi di utilizzare immagini in grado di supportare il messaggio di fondo che abbiamo intenzione di dare.

  • È in accordo con il layout?
  • Il font è coerente con il messaggio?
  • È pertinente rispetto al pubblico?
  • Può interessare il mio target?

L’idea fa la differenza, il contrasto, l’ambiguità raffinata, l’impatto visivo non deve mai essere esagerato o altamente scioccante. La moderazione, l’equilibrio e la scelta di design premiano sempre. Buona comunicazione.

Michele Micheletti

Come costruire delle slide che catturino l’attenzione

Se siete tra coloro che pensano che perdere tempo sul design di una slide per una presentazione non abbia alcun senso e che basti mettere qualche scritta e qualche immagine dove capita per condurre una “buona” lecture, state leggendo l’articolo giusto. Da parte nostra speriamo con tutto il sentimento possibile che queste poche righe riescano in qualche modo a farvi cambiare atteggiamento o almeno ad incuriosirvi per farvi approfondire l’argomento in oggetto.

Alla realizzazione di una slide che possa risultare accattivante per qualcuno che la guarda, concorrono tre diversi aspetti: le immagini utilizzate, la tipologia di font e il design generale che potremmo definire concept. In realtà oggi non tratteremo queste argomentazioni ma ci soffermeremo su di un aspetto specifico che  sicuramente rientra di gran lunga nella categoria del design e che andremo a chiamare composizione.

Non stupiamoci, in questo ambito argomentativo rientrano esattamente le stesse regole valide per la strutturazione di una inquadratura fotografica che possiamo trovare espresse, tanto per citare il maestro della fotografia moderna, in moltissimi scatti/opere di Cartier Bresson, per esempio. Ma da dove si parte per dire quello che c’è da dire e che ancora fino a qui non abbiamo detto? Possiamo partire dall’assunto che ciò che  la nostra mente  percepisce come gradevole visivamente rientra in taluni canoni di proporzione ben precisi. Il “bello” è in qualche modo proporzionale e assolutamente matematico dal punto di vista della sua razionalizzazione.

Tra il XII ed il XIII secolo, il pisano Leonardo Fibonacci scoprì la sequenza numerica denominata appunto Numeri di Fibonacci, costruita semplicemente partendo dalla coppia 1, 1 e sommando i due numeri naturali precedenti: 1 1 2 3 5 8 13 …                                   La costruzione è estremamente semplice, ma ciò che la rende speciale è il rapporto tra due numeri consecutivi della successione, che, al crescere di n tende a quello che verrà definito Rapporto Aureo (rapporto di proporzione perfetta) che nell’ambito delle arti figurative e della matematica, indica il rapporto fra due lunghezze disuguali, delle quali la maggiore è medio proporzionale tra la minore e la somma delle due.

Il fatto che la serie divenga “sempre più perfetta” man mano che gli elementi aumentano di grandezza, cioè al tendere di n all’infinito, è decisamente suggestivo. E il bello è che esistono innumerevoli oggetti naturali che richiamano la serie di Fibonacci: dal numero di placche dell’ananas alla struttura delle pigne, dai lati della banana alla struttura dei grappoli d’uva e ancora: conchiglie, strutture naturali costiere e così via. Il Rapporto Aureo piaceva moltissimo a Leonardo Da Vinci, che ne fece larghissimo uso nello studio del corpo umano e piace ancora oggi ai designer: le carte in formato standard ISO come Bancomat, carte di credito, carte SIM per telefoni cellulari hanno i lati in Rapporto Aureo (http://www.lidimatematici.it/blog/2011/04/20/fibonacci-e-il-rapporto-aureo/).

Nautilus

Questi principi valgono anche per la fotografia: la sezione aurea fornisce degli strumenti compositivi simili alle logiche di composizione fotografica e per tutto il design grafico in generale comprese le nostre slide. Il più semplice è il seguente e deriva direttamente dalla sezione aurea:

sez aurea

Ma in fotografia usiamo una configurazione ancora più semplificata di questo rapporto che generalmente denominiamo con la dicitura: “Regola dei terzi”.

Terzi

La differenza sta nel rapporto tra la colonna centrale e ciascuna delle laterali (e altrettanto per le righe). Mentre nella regola dei terzi queste sono tutte uguali, nella sezione aurea esse stanno in rapporto secondo il numero aureo (http://www.fotocomefare.com/sezione-aurea-composizione-fotografica/). La sezione aurea nella pratica fotografica si applica come la regola dei terzi: il punto su cui si vuole dirigere l’attenzione dell’osservatore va allineato con i punti di intersezione della griglia, o almeno con le linee.

Possiamo proprio prendere spunto Cartier Bresson per capire come deve avvenire un allineamento di oggetti in uno scatto fotografico.

Bresson

Oppure possiamo prendere spunto dal fotografo contemporaneo Marco Carmassi (http://www.marcocarmassi.com/):

Carmax

A questo punto, definita la regola principale, le nostre slide dovranno seguire questo criterio di allineamento dei vari oggetti che dovranno andare a comporla: scritte, immagini, grafici, etc. All’inizio non risulterà facilissimo, se non si è abituati ad organizzare un concept di lavoro faremo fatica, è necessario applicarsi e fare qualche tentativo. Il risultato sarà quello di avere un look finale organizzato e professionale coinvolgente dal punto di vista visivo e in grado di conferire maggiore autorevolezza all’autore. Di seguito un esempio di prima e dopo un intervento di composizione e concept di una slide: i contenuti comunicativi sono gli stessi ma la potenza del messaggio ed il suo impatto sono completamente diversi.

donna.001

donna.002

Per concludere. Una struttura di presentazione pensata e organizzata comunica molto di più rispetto ad un design improvvisato. Ricordiamoci sempre che il fine di un public speaker dovrebbe sempre essere quello di essere focalizzato sul suo pubblico e avere a cuore chi si presta ad andare ad ascoltarlo. Un relatore ha il dovere di far si che il suo intervento in pubblico possa essere di totale fruizione per coloro che ascoltano. Stay tuned.

Presentazione memorabile? Il segreto è nella storia che racconti.

“Sinceramente, non ho ben capito quello che volevi dire…”

Ecco una frase che un comunicatore professionista non dovrebbe mai sentirsi fare dal proprio pubblico. Si tratta, purtroppo, di una eventualità abbastanza comune dettata dalla mancanza di focalizzazione del relatore e dalla sfortunata accettazione di tre problematiche comunicative che mandano in tilt il pubblico.

Problema numero 1 – Cercare di trasmettere più di un messaggio

Per essere produttivi al massimo spesso finiamo per mettere tre o quattro messaggi diversi in una presentazione da venti minuti. Il risultato sarà quello di non riuscire a condurre l’attenzione degli spettatori creando confusione cognitiva.

Soluzione – Focalizzazione sul messaggio

Focalizziamoci solo su di un messaggio, su quell’aspetto che vogliamo far emergere dal nostro intervento e dovrà costituire un importante aiuto per chi ascolta. Il messaggio sarà l’aspetto per il quale verremo ricordati e consentirà di perpetrare una call to action ai fini di spingere i nostri ascoltatori all’azione in una certa direzione. Ricordiamoci che una mente confusa non prende decisioni.

Problema numero 2 – Il messaggio trasmesso non è memorabile

“Siamo i leader di mercato, dovete per forza comprare da noi…”. Non funziona in questo modo. I processi di disintermediazione e la necessità da parte del pubblico di essere effettivamente coinvolta in un processo comunicativo richiedono uno sforzo maggiore da parte del relatore.

Soluzione – Il messaggio che dobbiamo dare deve essere riassumibile in una frase

Un messaggio chiaro e comprensibile guida lo spettatore verso l’azione.

Problema numero 3 – Nessuna storia a supporto delle nostre idee

Numeri, analisi, dati e fatti sono altamente non coinvolgenti. Al pubblico piacciono le storie. “Ma come posso costruire storie se devo parlare di chimica farmaceutica?”. Il punto è proprio questo, trovare il come fare. La vera differenza tra un relatore ed un altro, a parità di autorevolezza e capacità tecniche, risiede proprio in questa facoltà. Le persone desiderano essere coinvolte sul piano emozionale (ne abbiamo già parlato), quando stabiliamo un rapport (connessione) con il pubblico sotto questo profilo, esso comincia a risuonare sulla nostra lunghezza d’onda e accade il piccolo “miracolo” del coinvolgimento.

Soluzione – Trova sempre una storia a corredo della tua presentazione

Le storie sono costantemente intorno a noi, dobbiamo solo coglierle. Ecco di seguito tre semplici campi di applicazione dello storytelling nel Public Speaking.

a) Esperienze personali                                                                                                         Che cosa ha fatto cambiare la tua vita? Le prime impressioni quando hai cominciato a lavorare. Cose come queste vi identificano a livello umano e piacciono al pubblico.

b) Client case studies                                                                                                                 Quale fatto della tua attività può essere di esempio a chi ascolta per consentirgli di percorrere una strada analoga, in caso di successo, o di metterlo in guardia in caso di eventi avversi.

c) Storie di personaggi famosi                                                                                                   Citazioni da film, arte, musica e tanto altro. Abbiamo a disposizione un universo di possibilità da utilizzare in modo sinergico ai nostri argomenti. Facciamolo.

Per la nostra prossima presentazione scegliamo la migliore storia possibile e raccontiamola con il cuore e la passione che sempre devono distinguere un relatore capace. Esprimiamo i nostri concetti in modo professionale e….buona vita a tutti!

PPP

Relatori noiosi? Tranquilli, accade continuamente…

Succede. Ancora oggi verifichiamo che succede con grande frequenza.

Vi siete mai chiesti quale possa essere la peggiore qualità di un relatore? Ve lo chiediamo perchè a noi lo chiedete spesso. In ogni incontro di formazione di Public Speaking ci viene sempre richiesto di evidenziare questa problematica e di cercare di risolverla.

Essere noiosi. Questa decisamente risulta essere la peggiore caratteristica di coloro che si accingono ad affrontare un palcoscenico e a mettere in sequenza alcune slide contenenti idee, lavori, dati e funzioni. Annoiare un pubblico che ci ascolta è quanto di peggio possa fare colui che osa “impantanarsi” nelle dinamiche dell’insegnamento  difendendosi con frasi tipo “Il mio argomento non è tra i più interessanti”, “E’ proprio l’argomento ad essere pesante”. Sono tutte scuse! Non esistono argomenti o materie noiose, ma solo relatori e insegnanti monotoni direttamente responsabili di quello che potremmo definire assenteismo mentale degli uditori, “patologia” cronica che affligge una grandissima porzione di coloro che si sottopongono a dosi massicce di congressi, corsi e riunioni. Questo fenomeno prende il nome di Death by Power Point ed è ampiamente studiato e monitorato tanto da farne quasi un fenomeno sociale moderno.

Possiamo, senza alcuna ombra di dubbio, asserire che: “Amici del pubblico, di qualsiasi pubblico, state sereni!”. Potete effettivamente stare tranquilli perchè  la colpa non è vostra (a meno che non vi siate lasciati andare ad una bottiglia di prosecco nella pausa pranzo) ma dei relatori che non hanno una adeguata preparazione in termini di esposizione e non riescono a creare una sinergia effettiva (Rapport) con gli astanti. Vi è una profonda distinzione tra contenuto ed esposizione, l’impalcatura dell’attenzione di uno spettatore si regge su fondamenta molto labili:“un’esposizione di tipo tradizionale della durata di dieci minuti viene assimilata al 50%; dopo sole 48 ore si riduce di un ulteriore 50%”. Ma che cos’è una esposizione tradizionale? E’ una esposizione svolta da chi non e’ preparato a parlare in pubblico. E’ importante pertanto essere consapevoli che si possono ottenere risultati più confortanti conoscendo e rispettando almeno i seguenti principi di base.

FFF.001

1) Si ascolta e si impara più volentieri e più facilmente quando si hanno motivazioni per farlo.                                                                                                                               Se il relatore parla solo all’intelletto di lo ascolta non riuscirà mai nel suo intento (e anche su questo spenderemo in seguito qualche parola), quello che conta è la sfera emozionale. Il vero incontro con l’interlocutore non avviene nelle slide, avviene nella sfera dei sentimenti, nello strato emozionale che così ostinatamente i relatori si rifiutano di percorrere. Pertanto, le persone ascoltano, apprendono e ricordano meglio quei messaggi di cui non solo percepiscono l’utilità pratica, ma che nel rivolgendosi alla loro intera personalità (intelletto-ragione e inconscio-sentimento) favoriscono l’arricchimento umano e l’estensione positiva del “sé”.

2) Nulla è più comunicativo dell’entusiasmo vero e sincero.                                           Come non si possono trasferire negli altri le idee e le conoscenze di cui si e’ privi, così non possiamo trasferire l’entusiasmo e le motivazioni di cui siamo scarichi. La mancanza di entusiasmo si trascina un’esposizione monocorde monotona e grigia, l’intera nostra gestualità risulterà affetta da una non-convinzione di base. Il non-lavoro sulla consapevolezza emerge spesso nelle esposizioni alle quali assistiamo: l’atteggiamento influenza il comportamento.

3) Parlare ai cinque sensi delle persone.                                                                             Una persona ricorda il 20% di ciò che ascolta, il 40% di ciò che vede e ben l’80% di ciò che vede e che ascolta contemporaneamente, è il motivo per cui si utilizzano le slide durante le esposizioni. Purtroppo si assiste spesso ad indigestioni visive causate da relatori che martellano gli occhi dei loro poveri ascoltatori con un costante incalzare di proiezioni di immagini. Attenzione, le persone amano apprendere in modo piacevole e divertente e questo deve sempre essere tenuto in grande considerazione.

Public Speaker di tutto il mondo, dateci dentro. Sforzatevi di incontrare il vostro pubblico nei loro cuori, nel loro modo di sentire. Togliete le barriere, non focalizzatevi sulle slide perchè la vera presentazione…siete voi!

quote-people-will-forget-what-you-said-people-will-forget-what-you-did-but-people-will-never-forget-maya-angelou-207068

Michele Micheletti