5 semplici trucchi per parlare in pubblico. Public Speaking experience.

Lo sappiamo, siete degli ottimi public speaker! Non lo siete? Comunque sia vogliamo lasciarvi questi semplici 5 consigli di gestione individuale per meglio rapportarvi con questa disciplina che richiede attenzione e pratica. Tutti possono parlare in pubblico, pochi non risulteranno noiosi.

1) Iniziare a bere acqua almeno 15 minuti prima di iniziare a parlare.                         Si tratta di un semplice trucco da mettere in pratica utilizzando il microfono. Questo catturerà quella particolare “liquidità” del suono prodotto dall’idratazione rendendo il parlato molto più accattivante. Anche i cantanti sanno bene che è necessario mantenere le corde vocali idratate per consentire una giusta performance, bere molta acqua durante la giornata è fondamentale per chi lavora con la voce. Ricordiamoci che i benefici sulle corde vocali iniziano almeno un’ora dopo che abbiamo bevuto, quindi è bene bere una buona dose di acqua almeno due ore prima della performance evitando caffè, alcool e altre sostanze che possono favorire la disidratazione.

2) Il dialogo interno positivo porta ad una performance di successo.                           Nei minuti prima di prendere la parola è importante sviluppare un dialogo interno con se stessi volto ad una sintonizzazione positiva del nostro stato d’animo . Si tratta di una tecnica non diversa da quella che mettono in pratica gli atleti prima di una gara: visualizzazione e finalizzazione. Parlare a noi stessi con frasi del tipo “Sei molto preparato”, “Andrà tutto molto bene”, “Non vedo l’ora di condividere queste idee con il pubblico” ci aiuteranno nel creare uno stato mentale idoneo alla riuscita della performance. Dialogo interno positivo

3) Quando senti le “farfalle” focalizzati sul respiro.                                                Quando l’attività delle farfalle nelle stomaco sarà al massimo concentrarsi sulla respirazione consentirà di ripristinare il controllo di noi stessi. Una respirazione addominale profonda eseguita con concentrazione ci permette di spostare la nostra attenzione dall’oggetto del nostro stato di ansia. La focalizzazione sul respiro diaframmatico produce ottimi risultati e ci predispone ad una corretta impostazione dell’emissione vocale: più sostenuta, potente e profonda. Respirazione diaframmatica,   Pranayamah

4) La voce incanta.                                                                                                  L’emissione vocale è fatta di alcune componenti: tono, volume e timbro. Una performance fatta senza curare le variazioni di parametro sopra enunciate risulterà monocorde ed inespressiva, in una parola…noiosa. La cura della vocalità è una componente determinante del lavoro del public speaker e necessita di grande preparazione e progettazione: le variazioni devono già essere previste nella stesura della presentazione durante la fase di realizzazione.                                                                                          http://www.lavoce.net/

5) La platea è sempre dalla nostra parte. Ricordiamoci che il parlare in pubblico rappresenta una delle paure più grandi per ognuno di noi. Il pubblico rispetta ed ammira chi riesce a dominare e superare questo timore. A meno che il relatore non si proponga con arroganza o supponenza verso chi ascolta il pubblico sarà sempre dalla parte del relatore. Quindi…nessuna paura, possiamo essere liberi di concentrarci sul messaggio da dare e sul coinvolgimento di chi ci ascolta.

State pensando che tutto questo non sia importante e che quello che conta è solo ciò che fate vedere con le vostre slide? Rispettiamo il vostro punto di vista ed il vostro modello del mondo ma è bene sapere che le persone sono interessate a cosa fate vedere (è ovvio) ma molto di più a come lo fate vedere http://www.smartpassiveincome.com/presentation-pitch-attention/.

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Parlare in pubblico: ansie, paure, tecniche, vanità e superego. Diamoci una regolata.

Uno studio del National Institute of Mental Health rileva che la nostra più grande paura (studio condotto su di un campione di popolazione americana) è proprio quella di dover parlare in pubblico. Nella vita i nostri pensieri sono focalizzati più sulla paura di parlare davanti alle persone che alla morte: la statistica ha mostrato che il 75% delle persone hanno timore nell’affrontare un pubblico di qualsiasi tipo mentre il 68% teme l’angoscia della fine della vita.

La paura di parlare in pubblico si porta dietro situazioni psicologiche importanti, viene spesso accompagnata da stati ansiosi leggeri (mani tremanti, respiro affannoso e clavicolare, voce insicura, sudorazione eccessiva, rossore del volto, etc.) ma a volte si manifesta con situazioni più gravi come gli attacchi di panico o altri stati d’ansia densi tali da far rientrare questa circostanza nel novero delle fobie vere e proprie (www.statisticbrain.com/fear-of-public-speaking-statistics/).

Si tratta quindi di una paura di tipo “moderno” legata alla socialità e alla convivenza, anticamente l’uomo di fatto non doveva parlare in pubblico ma impugnare una lancia e procurarsi un coniglio per la cena. Possiamo quindi considerare tutti coloro che affrontano platee più o meno gremite come dei campioni super-sociali dal coraggio ben oltre sopra la media in grado di sconfiggere paure e timori diffusi negli ambiti civili proprio come quello del Public Speaking.

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Ma come sono fatti questi nostri eroi moderni che affrontano orde di pubblico affamate di informazioni con il solo ausilio di affilatissime slide brandite da potenti mac in alluminio senza battere ciglio e senza alcun timore? In più di venti anni di attività, di congressi, corsi, serate, seminari, workshop e meeting alle nostre spalle possiamo dire di avere visto tutto quello che dovevamo vedere.  La più scomoda delle distinzioni che in realtà possa essere fatta in ambito di relatori è proprio quella che nessuno mai analizza ma che costituisce il vero punto di svolta in un approccio moderno e consapevole al Public Speaking. La distinzione è proprio questa: relatore consapevole, relatore non consapevole.

Quando sei consapevole vedi il processo globale del pensiero e dell’azione ma ciò può accadere solo quando non ci sono condanne. Quando condanno qualcosa non lo comprendo, è un modo per evitare qualunque tipo di comprensione.”

J. Krishnamurti

Ogni relatore ha un suo scopo che lo porta ad affrontare una platea e a comunicare idee, risultati e conseguimenti. Il dovere di un relatore dovrebbe proprio essere quello di condividere per ispirare, convincere e motivare altre persone utilizzando ragionamenti logici esperienze e risultati. La consapevolezza che dovrebbe distinguere un relatore evoluto è quella situazione che dovrebbe portare questo stesso soggetto verso il pubblico che lo ascolta. L’imperativo è: ricordarsi che c’è un pubblico.

Purtroppo il nostro ego è un elemento insidioso che tende ad identificarsi come il fine ultimo di una nostra scelta di parlare in pubblico. Rispettando ogni modello di mondo possibile ed ogni singola scelta individuale dobbiamo però dire che un relatore evoluto razionalizza, nel corso della sua esperienza lavorativa, il pericolo dell’ego e dirige la propria attenzione verso progetti di comunicazione finalizzati agli altri e per gli altri. Parlare per gratificare se stessi non è edificante ma può far parte del percorso di maturazione di un individuo. Il relatore che celebra se stesso è facilmente individuato dal pubblico e rischia di non essere gradevole o comunque non in linea con un principio di consapevolezza effettiva.

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Il consiglio che possiamo dare, al di la della qualità dei contenuti delle singole relazioni,  è quello di bilanciare la nostra personalità prima di affrontare platee più o meno grandi come già sublimi autorità del settore ci hanno insegnato. (http://www.presentationzen.com/naked_handout.pdf)             (http://www.garrreynolds.com/)

Michele Micheletti

Perchè otteniamo sempre quello che non vogliamo? I pericoli dell’insoddisfazione e l’importanza dei potenziali superflui.

Avete letto “The Secret” ma non ha funzionato?

Vadim Zeland (Trilogia) ci spiega in modo accurato, costruendo un universo di significati relativi ad una sorta di Matrix energetica con la quale il nostro pensiero deve costantemente fare i conti, come orientare i nostri desideri al fine di “prenderci” la linea della vita che più ci piace.

In natura tutto tende all’equilibrio. Ad esempio la differenza tra le temperature viene compensata con lo scambio termico. Dove compare un potenziale energetico superfluo (alterazione di uno stato di equilibrio iniziale) compaiono forze equilibratrici (leggi primarie che sottendono a tutte le leggi di natura) finalizzate all’eliminazione dello sbilanciamento.

L’equilibrio può essere infranto dalle nostre azioni ma anche dai pensieri, che in genere precedono le azioni, in quanto emittenti di energia. Ogni volta che attribuiamo troppa importanza ad un certo oggetto l’energia mentale crea un potenziale superfluo.

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Se restiamo in piedi sul pavimento di camera nostra la situazione non ci preoccupa assolutamente, ma se stiamo in piedi sull’orlo di un dirupo, dove una minima circostanza potrebbe provocare l’irreparabile, la situazione cambia prospettiva. Nel primo caso non vi è alcuna preoccupazione ma nel secondo caso la situazione ha una grandissima importanza.

Nelle due situazioni i livelli energetici sono identici ma l’incombenza del precipizio ci costringe a provare paura e panico (importanza) e questo crea tensione e disomogeneità nel campo energetico. A questo punto le forze equilibratrici si attivano per neutralizzare il potenziale che si è creato in eccesso.

Chi si è trovato in questa situazione avrà di certo avvertito l’azione di due forze: da una parte una che inspiegabilmente ci protende verso il basso, dall’altra una che ci allontana dal bordo del burrone. Le forze equilibratrici agiscono nei due sensi, il loro obiettivo è chiudere in fretta la faccenda.

Che cosa produce questa perturbazione nel campo energetico? Evidentemente è l’IMPORTANZA, matura nell’atto della valutazione,  che noi attribuiamo ad un certo oggetto o situazione a creare un potenziale superfluo. Questo compare solo se alla valutazione di un certo oggetto o di una certa situazione noi attribuiamo un’importanza eccessiva. Un oggetto di venerazione è sempre caricato di meriti eccessivi, un oggetto di odio lo è di difetti. la nostra energia mentale tende a riprodurre artificialmente una certa qualità la dove questa di fatto manca.

Il solo desiderare un qualcosa nella propria visualizzazione non porta necessariamente al suo conseguimento perché il desiderio carica di eccessiva attenzione (importanza) la situazione generando un potenziale superfluo che necessariamente verrà poi compensato dalle forze equilibratrici. Non è il desiderio di per sé ma l’orientamento sull’oggetto desiderato che conduce alla realizzazione. A funzionare non sono i pensieri ma l’INTENZIONE: risolutezza ad avere ed agire.

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I potenziali eccessivi hanno un ruolo insidioso nella vita delle persone perchè l’azione delle forze equilibratrici volte a neutralizzarle crea continuamente problemi agli individui facendogli ottenere l’esatto opposto di quello che era l’oggetto delle intenzioni originali. Come possiamo ottenere una perfetta forma fisica se il nostro pensiero è costantemente impegnato nella focalizzazione dei nostri difetti fisici? Così facendo otteniamo esattamente quello che non vogliamo.

Accettando i difetti, permettendoci di essere semplicemente noi stessi, l’energia verrebbe deviata dalla lotta contro i difetti allo sviluppo dei meriti. L’INSODDISFAZIONE è una emissione energetica assolutamente materiale che altro non fa che spingere verso quelle linee della vita (Lo spazio delle varianti -Vadim Zeland) dove i motivi di insoddisfazione si manifestano in forma ancora più evidente.

L’abitudine di manifestare insoddisfazione è molto radicata dentro di noi. Se riusciamo ad installare una nuova abitudine volta al perseguimento della gratitudine (amore incondizionato n.d.r.) diventeremo noi stessi generatori di energia positiva in grado di riportarci sulle linee della vita positive. Cominciamo con il ricordare a noi stessi la nostra intenzione, evitare di dare giudizi di qualsiasi tipo (ognuno ha un suo percorso del quale non sappiamo niente) rispettando il modello del mondo manifestato da ogni individuo, esprimere sempre gratitudine per quello che ci accade e perseguire linee di vita positive. 

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Dobbiamo dire che sembra tutto veramente strano e “indigesto” per una normale giornata di inizio agosto, ma vale la pena leggersi bene la trilogia di Zeland e farsi qualche domanda specifica. Gratitudine, felicità e non giudizio a tutti!!!

Namastè

Michele Micheletti

Comunicazione non verbale. Ci dobbiamo ancora credere?

Nel parlare in pubblico, o comunque nel relazionarsi con altre persone, l’aspetto della componente non verbale (postura, gesticolazione, movimento, prossemica, espressioni e le microespressioni faccial) e paraverbale (tono di voce, ritmo, velocità di parlata) rivestono un ruolo di determinante importanza rispetto alle parole vere e proprie della conversazione o del discorso diretto ad un pubblico. Le proporzioni relative all’importanza delle tre componenti è espressa nell’immagine che segue secondo la celebre e fraintesa teoria di Albert Mehrabian con gli studi del 1967 che hanno permesso la stesura del libro Nonverbal Communication.

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Dal momento che per 40 anni questi lavori hanno trovato schiere di sostenitori e detrattori non ci resta che dare un’occhiata da vicino a come vennero condotti i due diversi studi che portarono alle conclusioni di cui sopra.

Primo studio                                                                                                                           Condotto insieme a Morton Wiener, consisteva nel far leggere a uno speaker una serie di parole con un tono di voce non coerente con il significato delle parole stesse. In questo modo i due studiosi intendevano scoprire se fosse più importante il contenuto del messaggio o il tono di voce utilizzato.  I partecipanti dovevano giudicare se le parole scelte fossero: positive, negative o neutre.
Ne furono scelte 3 positive (caro, grazie e dolcezza) –3 naturali (oh – forse – davvero) e 3 negative (bruto – non – terribile.  Ognuna di queste parole fu letta con diversi toni di voce: positivo – neutro e negativo.
I risultati indicarono che i giudizi relativi a messaggi composti da una sola parola pronunciata con intonazione erano basati principalmente sul tono di voce.

Secondo studio                                                                                                                       Condotto con Susan Ferris, riguardava ancora il modo in cui giudichiamo i sentimenti di un oratore, ma questa volta mettendo a confronto l’importanza del tono di voce rispetto a quella dell’espressione facciale. I soggetti dovevano  giudicare se la parola “forse” era negativa, neutra o positiva in base ad alcune immagini che rappresentavano volti giudicati in precedenza come negativi, neutri o positivi.                                                                       Il risultato indicò che quando giudichiamo l’atteggiamento di un oratore, la sua espressione facciale è circa 1,5 volte più importante del tono di voce impiegato.

Risultati                                                                                                                                   La conclusione fu che il 55% dell’informazione fosse veicolato dal viso, il 38% dalla voce ed il 7% dal contenuto del messaggio.  Mehrabian, che subito dopo la pubblicazione dei risultati degli esperimenti, precisava che queste percentuali derivano da esperimenti riguardanti la comunicazione di sentimenti e di atteggiamenti e che non erano pertanto applicabili a contesti diversi e più complessi.

Come sempre l’omissione dei campi di limitazione e l’estensione ad ogni contesto del risultato di una certa ricerca può portare al travisamento dei fatti reali. Benché infatti Mehrabian abbia sottolineato più volte che i risultati della sua ricerca possono essere considerati validi solo a condizione che: l’oratore pronunci una sola parola, il suo tono di voce sia in contraddizione con il significato della parola stessa, il giudizio dell’interlocutore sia relativo solo ai sentimenti di chi parla, “l’equazione 7-38-55” è ancora oggi utilizzata in maniera disinvolta da formatori e consulenti per la comunicazione, senza tenere conto delle limitazioni che lo psicologo americano aveva precisato.  Lo stesso Mehrabian ebbe a precisare: «Sono ovviamente sconfortato dalle citazioni errate del mio lavoro. Fin dall’inizio ho cercato di fornire le corrette limitazioni delle mie scoperte. Purtroppo, il settore dei sedicenti consulenti dell’immagine e della leadership ha molti “praticanti” con pochissima esperienza psicologica».

Lo psicologo sociale Michael Argyle, ha ripetuto l’esperimento seguendo dei criteri metodologici di indagine più coerenti per un ricercatore moderno. L’esperimento di Argyle prevedeva la lettura di tutte le parole nei diversi toni di voce e il risultato fu che l’effetto della comunicazione non verbale era di 12.5 volte più potente nel comunicare le attitudini
dello speaker rispetto a quella verbale.

C’è qualcuno che sa di essere vivo qui stasera? (Morrison)

“C’è qualcuno che sa di essere vivo qui stasera?”

Il 3 luglio (oggi) del 1971 veniva ritrovato il corpo senza vita di Jim Morrison, leader dei Doors (ben 44 anni fa), nel palazzo Beaux Arts del XIX secolo situato al n. 17 di rue de Beautreillis, nel quartiere de Le Marais a Parigi. Vorremmo utilizzare questa frase, in questa ricorrenza, per cercare di analizzare gli aspetti del possesso nella focalizzazione di noi stessi.

Al di la delle molte interpretazioni che possiamo attribuire a questo aforisma emblema della cultura emancipata, nel nostro contesto lo prenderemo in prestito per chiarire il fronte del qui ed ora e del cambiamento di cui spesso ci capita di parlare, pensando appunto che spesso ci dimentichiamo di essere vivi perchè o persi nel passato o allucinati dalle incognite del futuro.

In realtà, se ci pensiamo bene, noi possiamo cambiare (modificare) una cosa solo quando la possediamo. Se abbiamo una macchina e decidiamo di metterci uno spoiler, degli adesivi, delle prese d’aria sul cofano e delle marmitte roboanti abbiamo volontariamente cambiato una cosa che possediamo (perdonate l’assurdità del paragone).

Allo stesso modo noi possiamo possedere, all’interno della nostra vita, solo il momento presente: quell’attimo, o serie di essi, in cui la nostra consapevolezza riesce ad essere determinante nell’atto di estrema presenza a se stessa e decidere per ciò che vogliamo essere qui ed ora.

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Possedere il presente, qui ed ora, ci permette di volere e dirigere il nostro cambiamento. Di certo non possiamo farlo sul passato, non più, non abbiamo più modo di possedere gli attimi ad esso relativi. Possiamo solamente ricordarlo. Allo stesso modo non possiamo farlo con il futuro, non ne abbiamo possesso, forse lo avremo ma possiamo soltanto immaginarlo. Possedere la consapevolezza del qui ed ora determina il nostro stato.

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In questa ultima figura uno schema riassuntivo sulle azioni da compiere durante la determinazione del HIC et NUNC per il possesso di se stessi nella consapevolezza del cambiamento.

“Fra il bene e il male c’è una porta, e io l’aprirò!”                                                               (Jim Morrison)

http://www.efficacemente.com/

Zucchero bianco e bibite gassate, fare attenzione

Lo zucchero bianco è dannoso per la salute e necessita di precauzioni nella sua assunzione.

E’ un modo per far sembrare buone delle cose che non sono buone”. Esordisce così il prof. Berrino rispondendo alla prima domanda sullo zucchero, nell’ambito di un’intervista realizzata per La Scuola della Salute, un progetto del 2011 promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di tumori, che incoraggia tra gli studenti delle scuole secondarie corretti stili di vita, una sana alimentazione, e la lotta al tabagismo giovanile.
“L’uomo nella sua storia non ha mai mangiato zucchero” chiarisce il professore, ma oggi lo troviamo dappertutto: nei piselli in scatola, nel pane, nelle fette biscottate ecc”. Questo perché la qualità degli ingredienti di base è pessima. Lo zucchero fa male, soprattutto nella forma liquida: quindi bevande zuccherate, gasate, che sono la principale causa di obesità nei bambini. La sua peculiarità è quella di essere ingerito volentieri anche quando si è sazi. (Leggi gli articoli correlati: No alle bibite zuccherate, un pericolo per la salute La chimica nel piatto: aspartame).

Nel 1971, in cima a una collina in Italia, la Coca Cola riunì 200 ragazzi provenienti da tutto il mondo che formavano una piramide rovesciata e stringendo una bottiglia di coca, cantavano dolcemente: “Vorrei comprare una casa al mondo e arredarla con amore…Mi piacerebbe insegnare al mondo a cantare in perfetta armonia”. La canzone di Bill Backer salì in cima alle classifiche di tutto il mondo e il gigante americano della bibita più famosa del mondo si assicurò milioni di clienti in più.

Coke 1971

I’d like to teach the world to sing (1971)

A distanza di 44 anni, gli stessi protagonisti dell’iconica pubblicità di allora, cantano la stessa canzone, ma non sono più così sani. Diabete, piorrea e obesità sono solo alcune delle malattie che, secondo gli attivisti della salute del CSPI (Centre for Science in the Public Interest), autori del video rivisitato, possono insorgere per l’abuso di bibite gassate. Così Michael F. Jacobson, il presidente del Centro: “Per decenni la Coca Cola e altre grandi compagnie di bibite hanno speso miliardi di dollari nel tentativo di convincere gli americani e i cittadini di tutto il mondo che la soda è sinonimo di felicità. Lo hanno fatto usando pubblicità manipolatrici e sofisticate. E’ stato un lavaggio del cervello per distrarci dai nostri diabeti”

Coke today

I’d like to teach a world to sing (44 anni dopo)

Ricordati di correre, sempre…

10 consigli per chi vuole ricominciare a correre

In questo articolo troverete dei consigli, da parte di Orlando Pizzolato, per ricominciare a correre dopo un lungo periodo di assenza dalle sessioni personali di running.

Ho partecipato ad alcuni stages di preparazione con Orlando e devo dire di aver sempre trovato una persona disponibile, altruista e preparata in grado di offrire molto a coloro che si interfacciano con lui.

L’attività fisica è molto importante nei contesti di consapevolezza in quanto costituisce una delle tre principali colonne su cui si regge tutta la struttura progressiva dell’individuo.

Eccolo qua.

10 consigli per chi vuole ricominciare a correreOrlando Pizzolato