Nel teatro i segreti di ogni relatore efficace


Il teatro è forse una delle forme d’arte più difficili, poichè si devono ottenere contemporaneamente e in perfetta armonia tre connessioni: i legami tra l’attore e la sua vita interiore, i suoi compagni ed il pubblico                                                                             (Brook P., La porta aperta, 1994, Milano, Anabasi)

Il relatore (attore) mediocre preferisce non correre rischi, ed è per questo che è convenzionale. Tutto quello che è mediocre è legato a questa paura. Il relatore (attore) convenzionale mette un sigillo sul proprio lavoro, e il sigillare è un atto di difesa. Per proteggersi, si “costruisce” e si “sigilla”. Per aprirsi, bisogna abbattere i muri (Carlo Presotto – Alfabeti teatrali 2005).

Questi muri si abbattono a partire da una presa di consapevolezza di se stessi, una profonda maturazione della propria presenza all’essere e del proprio ruolo nel mondo. Il metodo Good Vibes (Public Speaking Revolution) si fonda proprio su questi principi e cerca di delineare una strada per rendere un relatore come “ESSERE” e portarlo a destinazione lontano dal ruolo del “SEMBRARE”. Il primo passo è quindi la consapevolezza, il secondo passo è l’allenamento continuo.

6-7 maggio

https://michelemicheletti.com/2016/03/14/public-speaking-revolution-6-7-maggio/

Ognuno di noi ha un corpo unico ed irripetibile, fatto di ossa, muscoli, nervi, organi e di un modo altrettanto unico ed irripetibile di farli stare insieme e proiettarli nello spazio.
Lo scopo dell’allenamento non è quello di trasformare questo corpo, di modellarlo facendolo aderire ad un modello. Si tratta invece di raggiungere una condizione che possiamo chiamare “della prontezza”. Rendere cioè il nostro corpo, magro o grasso, agile o lento, in grado di reagire agli stimoli interni ed esterni in modo da renderlo lo strumento e non la gabbia delle nostre emozioni.

In tutto il lavoro dell’allenamento si scopre che il principale limite delle nostre possibilità espressive viene da noi stessi, dalla nostra paura, dalla nostra insicurezza, dalla nostra presunzione. L’allenamento ci viene in aiuto portandoci vicini ai nostri limiti, in uno stato di grazia che raramente fa parte della nostra vita quotidiana.  Quando si sfiora il limite, anche il più banale, salta la separazione virtuale tra corpo e mente, e torniamo ad essere un’unica realtà che si confronta con se stessa. Quando si supera il limite, in alcuni rari stati di grazia, si entra in quella condizione che gli psicologi chiamano “del flusso”, che accomuna i mistici estatici delle varie religioni, gli sportivi, gli artisti, gli scienziati. Una condizione in cui, dopo avere a lungo remato, il vento gonfia la vela e la barca sembra partire da sola, proiettandoci al di là dei nostri limiti in una condizione dove, forse, percepiamo la purezza e la semplicità della verità.

Il teatro è questo: l’arte di vedere noi stessi, l’arte di vedere noi stessi!
(Augusto Boal)

Noi utilizziamo il nostro corpo in maniera sostanzialmente differente nella vita quotidiana e nelle situazioni di “rappresentazione”. A livello quotidiano abbiamo una tecnica del corpo condizionata dalla nostra cultura, dal nostro stato sociale, dal nostro mestiere. Ma in una situazione di “rappresentazione” esiste un’utilizzazione del corpo che è totalmente differente. Si può quindi distinguere una tecnica quotidiana da una tecnica extraquotidiana.

Le tecniche quotidiane non sono consapevoli: ci muoviamo, ci sediamo, portiamo i pesi, baciamo, indichiamo, annuiamo e neghiamo con gesti che crediamo naturali e che invece sono culturalmente determinati.
Le differenti culture insegnano diverse tecniche del corpo secondo se si cammini o no con le scarpe, se si portino i pesi sulla testa o in mano, se si baci con la bocca o con il naso. Il primo passo per scoprire quali possono essere i principi del bios scenico dell’attore e del danzatore, la sua “vita” consiste, allora, nel comprendere che alle tecniche quotidiane del corpo si contrappongono delle tecniche extraquotidiane, cioè delle tecniche che non rispettano gli abituali condizionamenti dell’uso del corpo.

The Hibbing, Minnesota high school auditorium was modeled after the Capitol Theatre in New York City.

A queste tecniche extraquotidiane fanno ricorso coloro che si pongono in una situazione di rappresentazione. Spesso in Occidente non è evidente e consapevole la distanza che separa le tecniche quotidiane del corpo da quelle extraquotidiane che caratterizzano il comportamento dell’uomo nel teatro, palcoscenico o podio da relatore in un congresso.

Le tecniche quotidiane del corpo sono in genere caratterizzate dal principio del minimo sforzo: cioè il conseguimento della massima resa con il minimo impiego di energia. Le tecniche extraquotidiane si basano, al contrario, sullo spreco dell’energia. A volte sem- brano addirittura suggerire un principio speculare rispetto a quello che caratterizza le tecniche quotidiane del corpo: il principio del massimo impiego di energia per un mini- mo risultato (Eugenio Barba – Nicola Savarese, L’arte segreta dell’attore, Argo 1996).

Non andare a teatro è come far toeletta senza uno specchio.
(Arthur Schopenauer)

 

Michele Micheletti

 

 

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