L’ansia altera la percezione del mondo

Ho letto un articolo interessante su Le Scienze che vorrei proporvi e riportare di seguito. Buona lettura.

Chi soffre di disturbi d’ansia può percepire il mondo in modo diverso, faticando a distinguere tra stimoli sicuri oppure pericolosi. La causa è una ristrutturazione dei circuiti cerebrali responsabili dell’individuazione delle minacce, ristrutturazione che interessa anche le aree sensoriali del cervello

I disturbi d’ansia alterano la percezione del mondo a livello sensoriale: chi ne soffre fatica a distinguere gli stimoli associati a un evento neutro o sicuro da quelli che in precedenza erano stati associati a una minaccia. La dimostrazione sperimentale del fenomeno è stata ottenuta da un gruppo di ricercatori del Weizmann Institute of Science, a Rehovot, in Israele, e del Jerusalem Mental Health Center, che firmano un articolo pubblicato su “Current Biology”.

I ricercatori hanno dimostrato che nei pazienti affetti da disturbi d’ansia l’esperienza emotiva induce una plasticità nei circuiti cerebrali che, ristrutturandosi, fanno scattare un campanello d’allarme non solo in presenza dello stimolo realmente minaccioso, ma anche di stimoli che lo ricordano solo vagamente.

L'ansia altera la percezione del mondo
Differenze nell’attivazione delle aree cerebrali in caso di un evento negativo (a sinistra) e positivo. Le aree più attive nei pazienti con disturbo di ansia rispetto alle persone sono indicate in verde, in giallo quelle più attive nei soggetti normali. Nei soggetti ansiosi sono molto più attive le aree coinvolte nella gestione delle emozioni. (Cortesia O.Laufer et al./Current Biology)

“Nei circuiti cerebrali di queste persone – spiega Rony Paz, che ha diretto lo studio – si verificano dei cambiamenti che poi mediano la risposta a nuovi stimoli, con la conseguente impossibilità di discriminare tra lo stimolo originariamente sperimentato e un nuovo stimolo simile. Di conseguenza, questi pazienti rispondono emotivamente anche a nuove situazioni apparentemente irrilevanti. E’ importante sottolineare che queste persone non possono controllare il fenomeno, in quanto è legato a una incapacità percettiva di discriminare gli stimoli.”

Nello studio Paz e colleghi hanno addestrato alcuni soggetti affetti da disturbi d’ansia ad associare tre suoni distinti a eventi positivi, neutri o negativi. Poi hanno  presentato ai partecipanti diversi suoni, chiedendo se li avevano già sentiti nella fase precedente. Le persone con ansia identificavano molto spesso come già sentito un suono in realtà nuovo.

Inoltre, le immagini ottenute con la risonanza magnetica funzionale a cui erano stati contestualmente sottoposti i partecipanti, hanno mostrato delle differenze fra soggetti ansiosi e soggetto sani. Le differenze non interessavano solo   l’amigdala, una regione del cervello coinvolta nella regolazione delle emozioni di paura e ansia, ma anche le regioni sensoriali primarie, confermando così l’idea che nei pazienti affetti da ansia le esperienze emotive inducono dei cambiamenti nelle rappresentazioni sensoriali.

Tratto da: http://www.lescienze.it/news/2016/03/07/news/disturbo_ansia_alterazione_percezione_circuiti_cerebrali-3000104/

Le Scienze

INTERAZIONE TESTA E CUORE

Fin dagli antichi Greci, pensiero e sentimento, o intelletto ed emozione, sono state considerate funzioni separate spesso dipinte in una battaglia costante tra loro per il controllo della psiche umana. Nella visione di Platone, le emozioni erano come cavalli selvaggi che dovevano essere frenate dall’intelletto. Naturalmente, le emozioni non sono sempre negative e non fungono sempre da antagoniste al pensiero razionale.

Il neurologo Antonio Damasio nel suo libro “Errore di Cartesio”, sottolinea l’importanza delle emozioni nel processo decisionale. Nel libro “Intelligenza Emotiva”, Daniel Goleman sostiene che la visione che predilige l’intelletto è troppo stretta, perché ignora una serie di capacità umane che portano uguale, se non maggior peso, nel determinare i nostri successi nella vita.

Le neuroscienze confermano che emozione e cognizione possono essere meglio considerate come funzioni o sistemi sì separati ma interagenti, ognuna con la propria intelligenza.

Tradizionalmente, lo studio dell’interazione e della comunicazione tra la “testa” e il cuore è stato affrontato da una prospettiva piuttosto unilaterale, con gli scienziati concentrati principalmente sulle risposte del cuore ai comandi del cervello. Ora si sa che la comunicazione tra il cuore e il cervello è in realtà un dialogo dinamico e bilaterale sempre in corso, dove entrambi gli organi influenzano reciprocamente le rispettive funzioni. Tra l’altro i messaggi che il cuore invia al cervello sono in quantità nettamente superiori rispetto a quelli inviati dal cervello al cuore.

Lo studio mostra che l’attività del cervello è naturalmente sincronizzata con quella del cuore, e conferma che alterando intenzionalmente il proprio stato emotivo, attraverso particolari e semplici tecniche, generando coerenza cardiaca, si modifica l’elaborazione delle informazioni da parte del cervello.

È stata trovata una correlazione significativa tra il grado di coerenza del ritmo cardiaco e i tempi di reazione cognitiva (miglioramento delle prestazioni). È stato anche dimostrato che i soggetti che hanno una maggior variabilità della frequenza cardiaca, affrontano meglio le situazioni di stress. La comunicazione che avviene tra cuore e cervello, caratterizzata da un colloquio interiore intenso e sereno, permette l’omeostasi psichica, condizione ideale per il raggiungimento e il mantenimento della felicità.

Ma ora vediamo come avviene questa comunicazione. La ricerca ha dimostrato che il cuore comunica con il cervello e il corpo in quattro modi principali:

  • Comunicazione neurologica (attraverso la trasmissione degli impulsi nervosi)
  • Comunicazione biofisica (attraverso le onde pressorie)
  • Comunicazione biochimica (attraverso ormoni e neurotrasmettitori)
  • Comunicazione energetica (attraverso campi elettromagnetici)

La comunicazione neurologica
Alcune ricerche effettuate nel campo della neurocardiologia dimostrano, ormai da circa trent’anni, che questo “cervello del cuore”, sofisticato sistema di cellule nervose, è in grado di registrare direttamente le informazioni che provengono dal sistema ormonale e da altri sistemi e di tradurle in impulsi nervosi, elaborando così direttamente l’informazione che riceve. Dopodiché, l’informazione circola in direzione del cervello, lungo un circuito nervoso, che utilizza il nervo vago e i nervi posti lungo la colonna vertebrale. L’informazione raggiunge poi il cervello limbico, per arrivare infine alla corteccia cerebrale, dove hanno sede i centri di percezione superiore.

Questa specifica rete nervosa permette al cuore di agire direttamente sulle funzioni stesse del cervello, il quale riceve indubbiamente una quantità enorme di informazioni provenienti da tutti gli organi, ma riceve dal cuore più informazioni di quante a sue volta gliene invii. Il cuore sembra essere l’unico organo del corpo fisico ad avere questa proprietà.

Grazie a questo inaspettato percorso, il cuore ha la capacità d’inibire o attivare, a seconda della sua scelta e in base alle circostanze, determinate parti del cervello. Il cervello del cuore può dunque influenzare il cervello della testa, cioè il nostro modo di pensare, di vedere le cose, la nostra percezione della realtà, quindi le nostre reazioni di fronte alla realtà, in particolare le nostre reazioni emozionali.

Un nuovo modo per governare le emozioni, che non proverrebbe da una mente programmata, né da una mente razionale intelligente, ma probabilmente da un altro tipo d’intelligenza. La ricerca continua…

 La comunicazione biochimica
Questo tipo di comunicazione avviene essenzialmente, grazie agli ormoni prodotti dal cuore.

Nel 1986, due ricercatori del Quebec, Cantin e Genest, dopo aver scoperto l’ormone ANF (Atrial Natriuretic Factor, il fattore natriuretico atriale), sono stati i primi a ridefinire il cuore al di là delle sue funzioni cardiovascolari, portando alla luce il ruolo importante e indipendente svolto da quest’organo, nella produzione e nella gestione di alcuni ormoni.

In particolare, hanno messo in evidenza che è il cuore a produrre l’ANF, un ormone che assicura un equilibrio generale conosciuto con il nome di “omeostasi”. In particolare, uno dei suoi effetti è quello di inibire la produzione di ormoni dello stress, specialmente il cortisolo, chiave essenziale, per far fronte al crescente stress del nostro mondo moderno.

Il cuore secerne pesino la propria adrenalina, quando ne ha bisogno. Sintetizza da solo anche altri ormoni che si pensava fossero prodotti unicamente dal cervello e che hanno un’influenza diretta sul comportamento emozionale. Produce fra gli altri l’ossitocina, o “ormone dell’amore”, che viene liberata in grandi quantità dal cuore stesso, quando una persona prova amore per qualcuno. E’ quindi possibile che le nostre reazioni emozionali non utilizzino unicamente i circuiti che hanno sede nel cervello della testa, ma prenda un’altra strada, passando direttamente per il cervello del cuore.

 La comunicazione biofisica
Il cuore, infaticabile pompa, invia ad ogni battito una potente pressione sanguigna in tutto il corpo. Ora, si è riusciti a rilevare che l’attività elettrica del cervello è molto sensibile all’attività del cuore e che esiste una relazione diretta tra l’arrivo al cervello delle onde di pressione sanguigna provenienti dal cuore e l’attività delle onde cerebrali. Si è osservata, in particolare, una relazione diretta tra le pressione sanguigna, la respirazione e alcuni ritmi del sistema nervoso autonomo. Sembra che il ritmo cardiaco e le sue variazioni siano per il cuore un mezzo privilegiato per inviare i suoi messaggi non solo al cervello, ma anche direttamente a tutto il resto del corpo, senza aver bisogno del “permesso” del cervello. Questo fenomeno può essere misurato.

 La comunicazione energetica
Il cuore possiede un campo elettromagnetico, cinquemila volte più forte di quello del cervello e di fatto più potente di quello di tutti gli altri organi. Il cuore produce da quaranta a sessanta volte più bioelettricità del cervello, organo collocabile solo in seconda posizione in questo campo. Questa energia elettrica pervade tutte le cellule del corpo fisico, creando un legame particolare tra esse. Tale interazione magnetica ha permesso ai ricercatori di spiegare in modo più preciso il complesso effetto dell’attività cardiaca sulle onde cerebrali, che non poteva essere spiegata dagli altre tre tipi di comunicazione. È interessante che l’aspetto di questo campo reagisca agli stati emozionali: si è osservato che, quando si è turbati (paura, stress, frustrazione, ecc.), il campo diventa caotico e disordinato. In termini scientifici, si parla allora di uno “spettro incoerente”. Invece, quando si provano stati di apprezzamento gratitudine, compassione, perdono, il campo assume un aspetto molto più ordinato. Si ottiene il cosiddetto “spettro coerente”.

La ricerca ha constatato che i segnali elettromagnetici generati dal cuore hanno la capacità di influenzare le altre persone intorno a noi. I dati di IHM indicano che il segnale del cuore di una persona può influenzare le onde cerebrali degli altri, e che quando due persone interagiscono può avvenire una sincronizzazione cuore-cervello. Infine, sembra che gli individui che aumentano la propria coerenza psicofisiologica, diventano più sensibili ai segnali elettromagnetici sottili comunicati da coloro che li circondano. Presi insieme, questi risultati suggeriscono che la comunicazione cardio-elettromagnetica può essere una fonte (poco nota) di scambio di informazioni tra le persone, e che questo scambio è fortemente influenzato dalle nostre emozioni. Quando le persone si toccano o si trovano in prossimità, il segnale del battito cardiaco di una persona è registrato nelle onde cerebrali dell’altro.

Il concetto di scambio energetico tra individui è centrale per molte tecniche di guarigione. Questo concetto è stato spesso contestato dalla scienza occidentale a causa della mancanza di un meccanismo plausibile che spiegasse la natura di questa energia o come potesse influenzare o agevolare il processo di guarigione. Il fatto che il cuore generi il campo elettromagnetico più forte prodotto dal corpo, insieme ai risultati che indicano che questo campo si modifichi e raggiunga armonia e coerenza nel momento in cui le persone risiedono in uno stato di amore e cura, ha spinto la ricerca ad indagare sulla possibilità che il campo generato dal cuore possa contribuire significativamente a questo scambio di energia.

Il riconoscimento da parte della comunità scientifica di una tale forma di comunicazione profonda, rappresenta un ulteriore passo nella scoperta delle basi fisiologiche sottili ed energetiche che intercorrono tra le persone. I risultati hanno innumerevoli implicazioni, e invitano ad una continua esplorazione scientifica del rapporto tra emozioni, fisiologia e interazioni umane.

Claudia Galli

Allegato da scaricare science_of_the_heart

Fonte: http://www.claudiagalli.it/1/interazioni_testa_cuore_9458942.html

Nel teatro i segreti di ogni relatore efficace

Il teatro è forse una delle forme d’arte più difficili, poichè si devono ottenere contemporaneamente e in perfetta armonia tre connessioni: i legami tra l’attore e la sua vita interiore, i suoi compagni ed il pubblico                                                                             (Brook P., La porta aperta, 1994, Milano, Anabasi)

Il relatore (attore) mediocre preferisce non correre rischi, ed è per questo che è convenzionale. Tutto quello che è mediocre è legato a questa paura. Il relatore (attore) convenzionale mette un sigillo sul proprio lavoro, e il sigillare è un atto di difesa. Per proteggersi, si “costruisce” e si “sigilla”. Per aprirsi, bisogna abbattere i muri (Carlo Presotto – Alfabeti teatrali 2005).

Questi muri si abbattono a partire da una presa di consapevolezza di se stessi, una profonda maturazione della propria presenza all’essere e del proprio ruolo nel mondo. Il metodo Good Vibes (Public Speaking Revolution) si fonda proprio su questi principi e cerca di delineare una strada per rendere un relatore come “ESSERE” e portarlo a destinazione lontano dal ruolo del “SEMBRARE”. Il primo passo è quindi la consapevolezza, il secondo passo è l’allenamento continuo.

6-7 maggio

https://michelemicheletti.com/2016/03/14/public-speaking-revolution-6-7-maggio/

Ognuno di noi ha un corpo unico ed irripetibile, fatto di ossa, muscoli, nervi, organi e di un modo altrettanto unico ed irripetibile di farli stare insieme e proiettarli nello spazio.
Lo scopo dell’allenamento non è quello di trasformare questo corpo, di modellarlo facendolo aderire ad un modello. Si tratta invece di raggiungere una condizione che possiamo chiamare “della prontezza”. Rendere cioè il nostro corpo, magro o grasso, agile o lento, in grado di reagire agli stimoli interni ed esterni in modo da renderlo lo strumento e non la gabbia delle nostre emozioni.

In tutto il lavoro dell’allenamento si scopre che il principale limite delle nostre possibilità espressive viene da noi stessi, dalla nostra paura, dalla nostra insicurezza, dalla nostra presunzione. L’allenamento ci viene in aiuto portandoci vicini ai nostri limiti, in uno stato di grazia che raramente fa parte della nostra vita quotidiana.  Quando si sfiora il limite, anche il più banale, salta la separazione virtuale tra corpo e mente, e torniamo ad essere un’unica realtà che si confronta con se stessa. Quando si supera il limite, in alcuni rari stati di grazia, si entra in quella condizione che gli psicologi chiamano “del flusso”, che accomuna i mistici estatici delle varie religioni, gli sportivi, gli artisti, gli scienziati. Una condizione in cui, dopo avere a lungo remato, il vento gonfia la vela e la barca sembra partire da sola, proiettandoci al di là dei nostri limiti in una condizione dove, forse, percepiamo la purezza e la semplicità della verità.

Il teatro è questo: l’arte di vedere noi stessi, l’arte di vedere noi stessi!
(Augusto Boal)

Noi utilizziamo il nostro corpo in maniera sostanzialmente differente nella vita quotidiana e nelle situazioni di “rappresentazione”. A livello quotidiano abbiamo una tecnica del corpo condizionata dalla nostra cultura, dal nostro stato sociale, dal nostro mestiere. Ma in una situazione di “rappresentazione” esiste un’utilizzazione del corpo che è totalmente differente. Si può quindi distinguere una tecnica quotidiana da una tecnica extraquotidiana.

Le tecniche quotidiane non sono consapevoli: ci muoviamo, ci sediamo, portiamo i pesi, baciamo, indichiamo, annuiamo e neghiamo con gesti che crediamo naturali e che invece sono culturalmente determinati.
Le differenti culture insegnano diverse tecniche del corpo secondo se si cammini o no con le scarpe, se si portino i pesi sulla testa o in mano, se si baci con la bocca o con il naso. Il primo passo per scoprire quali possono essere i principi del bios scenico dell’attore e del danzatore, la sua “vita” consiste, allora, nel comprendere che alle tecniche quotidiane del corpo si contrappongono delle tecniche extraquotidiane, cioè delle tecniche che non rispettano gli abituali condizionamenti dell’uso del corpo.

The Hibbing, Minnesota high school auditorium was modeled after the Capitol Theatre in New York City.

A queste tecniche extraquotidiane fanno ricorso coloro che si pongono in una situazione di rappresentazione. Spesso in Occidente non è evidente e consapevole la distanza che separa le tecniche quotidiane del corpo da quelle extraquotidiane che caratterizzano il comportamento dell’uomo nel teatro, palcoscenico o podio da relatore in un congresso.

Le tecniche quotidiane del corpo sono in genere caratterizzate dal principio del minimo sforzo: cioè il conseguimento della massima resa con il minimo impiego di energia. Le tecniche extraquotidiane si basano, al contrario, sullo spreco dell’energia. A volte sem- brano addirittura suggerire un principio speculare rispetto a quello che caratterizza le tecniche quotidiane del corpo: il principio del massimo impiego di energia per un mini- mo risultato (Eugenio Barba – Nicola Savarese, L’arte segreta dell’attore, Argo 1996).

Non andare a teatro è come far toeletta senza uno specchio.
(Arthur Schopenauer)

 

Michele Micheletti

 

 

Public Speaking Revolution 6-7 maggio

Corso di Public Speaking avanzato per il SETTORE ODONTOIATRICO.

Il corso si terrà nei giorni 6-7 maggio 2016 a Pisa nella fantastica cornice della ex Tenuta Presidenziale di San Rossore.

Due giorni di intensa attività di pratica e teoria lavorando con il metodo Good Vibes, per quanto riguarda la parte relativa alle qualità del relatore, e con il metodo Slide Design, per quanto riguarda la composizione e la realizzazione di slide dall’alto impatto visivo.

 

Orari delle due giornate:

9.30-11.00    Attività

11.00-11.15   Coffee Break

11.15-13.00   Attività

13.00-14.00  Lunch

14.00-17.30  Attività

 

Disponiamo di soli 2 posti

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La pauara del pubblico è nel giudizio degli altri

Riporto questo articolo di Silvia Poggiaspalla (http://omnama.it/blog/paura-di-parlare-in-pubblico) che ho trovato ben fatto e riassume bene in pochi punti le cose da tenere presente per ridurre “l’affanno da pubblico” prima e durante una presentazione importante.

La paura di parlare in pubblico è una delle ansie sociali più diffuse, anche i più grandi oratori di tutti  tempi ci sono passati le prime volte.

Quante volte ci siamo trovati bloccati dalla paura prima di dover parlare in pubblico, magari durante una riunione o una conferenza…tensione muscolare, accelerazione cardiaca, rossore, sudorazione, capogiri … ne sai qualcosa?

La sala è gremita, un insieme indistinto di occhi che ti fissano, in silenzio, in attesa che tu dica qualcosa: sembra quasi un film dell’orrore!

Purtroppo queste brutte sensazioni ti hanno bloccato in più occasioni a dire la tua opinione, a esprimerti.

Pensa per un attimo a tutte le situazioni in cui hai preferito non parlare per paura di fare una figuraccia, magari di perdere il filo del discorso ed arrossire come un peperone.

Oppure pensa a quelle volte in cui, al lavoro o a scuola, ci hai provato, hai parlato, mal’emozione ti ha travolto, e non sei affatto riuscito a mostrare il meglio di te.

Se ci sei passato, scommetto che da quella volta hai giurato a te stesso che non ti saresti più azzardato ad aprire bocca in determinate situazioni, giusto?

Non rassegnarti a non esprimere più la tua opinione in pubblico, perché quello che otterrai sarà solo una sensazione di frustrazione crescente.

Non sentirti un debole se ti è capitato di bloccarti di fronte ad una platea, non è colpa tua, ma si tratta di un vero e proprio disturbo, che può cogliere chiunque, anche chi svolge delle professioni per le quali parlare in pubblico è la normalità, come attori o professori. Purtroppo questo disagio può diventare davvero un problema fino a limitare drasticamente la libertà di chi ne soffre.

Tranquillo, nella vita a tutto c’è un rimedio e quell’ostacolo che adesso ti sembra una montagna invalicabile, l’ansia di esporti e di essere giudicato, come ogni disturbo si può sconfiggere… e con un po’ di tempo e di pratica il public speaking (così viene definito in inglese) può persino diventare un piacere!

Per prima cosa prova a pensare che cos’è che ti terrorizza così tanto nel parlare di fronte ad una platea.

Di che cosa hai paura? 

Semplice: del giudizio degli altri. 

Hai paura di essere giudicato male, di essere deriso, rifiutato. Temi che il pubblico non faccia altro che giudicare ogni tua piccola imperfezione.

Questo è il blocco principale che devi superare, ed è possibile farlo, non disperare!

L’arte dell’oratoria veniva studiata già nell’antica Grecia del V secolo a.C., questo significa che come tutte le cose, si può imparare. Esatto ci sono dei passaggi e delle regole che devi imparare e fare tue.

Devi solo avere un po’ di pazienza e lavorare con costanza per acquisirle

1. PRIMO PASSO: SII IL PRIMO FAN DI TE STESSO!
Come ogni paura, anche la paura di parlare in pubblico nasce dentro di te e si alimenta della tua carenza di autostima

Paura di Parlare in PubblicoSe continui a ripetere a te stesso che non ce la farai mai, che non sei una persona adatta, che la tua voce è orrenda, è ovvio che avrai grandissime difficoltà a farcela.

Se continui a ripeterti che sei inadeguato e incapace, con tutta probabilità anche le persone intorno a te finiranno per pensarlo.

Quello che devi fare è essere il primo a credere nelle tue capacità di parlare in pubblico.

Se continui a prestare attenzione alle tue convinzioni autolimitanti, non puoi che andare incontro a un vicolo cieco, senza via d’uscita.

Cambia visone, usa la forza dei tuoi pensieri, crea la tua realtà come vuoi tu.

Lo sapevi che il pensare positivo è la chiave che apre le porte della nostra realizzazione, permettendoci di manifestare i nostri sogni?

Esatto, coi tuoi pensieri crei la tua realtà.

Come fare nella pratica?

Immaginati una situazione di successo con un pubblico interessato e attento, che applaude, immagina tutti i particolari, goditi tutte le sensazioni piacevoli, ascolta la tua voce mentre pronuncia le parole con sicurezza.

Di a te stesso (anche ad alta voce se vuoi) che sei una persona degna di fiducia, che ti meriti il massimo dalla vita, sei adeguato, capace e abile. 

Se riesci a modificare l’immagine mentale che hai di te stesso, e ti vedrai più motivato, consapevole e sicuro di te stesso … sarà inevitabile che il tuo rinnovato atteggiamento sarà percepito anche da chi ti osserva e stai certo che conquisterai un certo carisma.

Più facile a dirsi che a farsi?

Certo, la bacchetta magica non esiste, ma esistono però specifici strumenti che possono darti un aiuto concreto a gestire le tue emozioni ed eliminare una volta per tutte i tuoi schemi mentali autosabotanti.

Lasciare andare le tue credenze limitanti, è uno dei doni più importanti che puoi fare a te stesso.

 

2. SECONDO PASSO: AMMETTI DI AVERE PAURA E SII TE STESSO

Non c’è nulla di male ad ammettere di aver paura.

Anzi, il solo ammetterlo, prima a se stessi e poi alla platea, crea un effetto molto positivo, e come se manifestando la paura, una parte di essa uscisse dal tuo corpo.

Paura di Parlare in PubblicoConfida alla platea il tuo nervosismo senza problemi.

questo produrrà un’empatia con il pubblico: è un modo infallibile per accattivarsi le simpatie!  : )

Questo succede perché nel momento in cui dichiari la tua paura alla platea, il pubblico ti percepisce come una persona “normale”, come loro.

Ricorda che il tuo pubblico è composto da persone tali e quali a te, che come te conoscono il dubbio, la paura e l’incertezza.

In questo modo le persone che ti ascoltano si identificheranno in te e perdoneranno eventuali errori che potresti commettere.

Ricorda che i tuoi interlocutori non sono dei nemici.

A volte pensiamo che parlare in pubblico significhi essere assolutamente impeccabili e privi di incertezze, in realtà non è affatto così, se parlerai col cuore e il pubblico ti apprezzerà per la sincerità e l’umiltà.

3. TERZO PASSO: PREPARATI AL MEGLIO

Un aspetto fondamentale nel public speaking è una buona preparazione. Anche i più bravi oratori del mondo prima di un discorso pubblico si preparano molto bene.

Paura di Parlare in PubblicoTi assicuro che ogni discorso di Obama, che è considerato il miglior oratore dei nostri tempi, è preparato con anticipo nel dettaglio, non si tratta semplicemente di talento naturale, ma di studio e lavoro.

Non fraintendermi, non sto assolutamente dicendo che devi imparare a memoria il tuo discorso, questo sarebbe sbagliato perché è molto probabile che il tuo discorso risulterà artificiale e al primo vuoto di memoria, ti bloccherai.

Piuttosto struttura bene il tuo intervento e suddividilo in una una parte iniziale, centrale e finale. Dai al discorso un filo logico che lo percorre dall’inizo alla fine e tieni sottomano una scaletta con le frasi o le parole chiave del discorso.

E’ di fondamentale importanza organizzare e strutturare bene il discorso: puoi dividerlo in fasi e costruire una mappa mentale.

Esercitati più volte, di fronte a uno specchio o meglio ancora con un amico, concentrati sulle tue reazioni e focalizzale, per poi essere in grado di deviarle.

4. QUARTO PASSO: SPERIMENTA E METTITI ALLA PROVA

Per superare la paura di parlare in pubblico devi… parlare in pubblico! Aspetta, non sono impazzita, so benissimo che non ti senti ancora pronto, però puoi fare piccoli esperimenti.

Paura di Parlare in PubblicoPuoi sfruttare tutte le occasioni che ti capitano ogni giorno per confrontarti con gli altri ed esporre la tua opinione, partendo da piccoli contesti.

Puoi iniziare col frequentare piccole associazioni locali, e partecipare ad incontri o eventi che sono di tuo interesse.

Vai alle riunioni scolastiche dei tuoi figli, prendi parte ad un circolo di lettura, e prova a prendere la parola durante gli incontri.

Sul lavoro prova a proporti come portavoce del tuo team di lavoro, durante le riunioni.

Insomma, sfrutta ogni occasione per esporre il tuo punto di vista e, e tocca con mano l’emozione di di condividere con gli altri le tue idee.

5. QUINTO PASSO: AIUTATI CON LA RESPIRAZIONE

Il tuo modo di respirare è molto più importante di quello che credi.

Una corretta respirazione è in grado di attivare la tua Energia Interiore e tramite essa potrai migliorare la tua performance.

Paura di Parlare in PubblicoLo stato d’animo, influenza il respiro e, viceversa, il tuo modo di respirare influenza il tuo stato d’animo.

Inizia a fare esercizi di respirazione diaframmatica già da qualche giorno prima del tuo discorso, almeno qualche minuto al giorno.

Ogni volta che soffi fuori l’aria immagina di eliminare anche i tuoi timori.

Mentre inspiri ed espiri lentamente, concentrandoti solo sull’aria che entra e che esce, se si affaccia un pensiero, lascialo andare, e ascolta solo il tuo respiro.

Aiutati con la visualizzazione e immagina l’aria che entra dal naso e lentamente riempie i tuoi polmoni, osservala, guardala.

Mentre espiri immagina che tutta la tensione, le paure, i pensieri negativi escono dal tuo corpo sottoforma di fumo nero.

Questo semplice esercizio ti aiuterà molto di più di quello che immagini, ti sentirai molto più rilassato e pronto ad affrontare la tua sfida.

 

Silvia Poggiaspalla (http://omnama.it/blog/paura-di-parlare-in-pubblico)

 

L’origine dell’ansia è nel cervello

Uno studio italiano svela l’origine dell’ansia, un disturbo che deriverebbe da un difetto di comunicazione delle aree cerebrali che controllano lo stress e le emozioni negative. Il panico inizia quando due parti dell’emisfero non comunicano tra di loro.

Ansia. Michele Micheletti

Apprensione, paura, difficoltà di concentrazione. Sono questi i più frequenti disturbi associati all’ansia, un problema che affligge il 2-3% della popolazione. Uno condotto dall’Irccs Medea di San Vito al Tagliamento, in collaborazione con le università di Udine e di Verona, sembra essere riuscito a chiarire le cause dell’ansia generalizzata.

All’origine sembrerebbe esserci un difetto di comunicazione tra diverse aree del cervello. Le zone prese in esame dai ricercatori sono quelle che controllano la risposta allo stress e le emozioni negative, situate nell’emisfero destro del cervello.

“Le aree parietali e callosali posteriori dell’emisfero destro si sa che partecipano alla percezione sociale e al riconocimento del proprio corpo nello spazio”, chiarisce Paolo Brambilla, 39 anni, coordinatore del team responsabile della ricerca, pubblicata sulla rivista dell’Università di Cambridge “Psychological medicine”.

Gli studiosi hanno inoltre indagato l’interconnessione tra queste parti dell’encefalo. “Abbiamo applicato una metodica relativamente nuova, in collaborazione con l’istituto di radiologia dell’università di Udine, che permette di compiere degli studi di connettività tra le varie aree del cervello”, spiega Brambilla.

Hanno potuto così identificare il livello di “dialogo” tra 2 aree specifiche dell’emisfero destro, il corpo calloso destro e la corteccia parietale. Per farlo, e ottenere informazioni sull’organizzazione microstrutturale dei tessuti nella sostanza bianca, la porzione del sistema nervoso responsabile del collegamento e della diffusione dei segnali nervosi, i ricercatori hanno scelto il coefficiente di diffusione dell’acqua (Adcs, Apparent diffusion coefficients), un indicatore che descrive quanto l’acqua si diffonde all’interno di un tessuto.

L’indagine è stata realizzata tramite una sessione di imaging con risonanza magnetica, su un campionedi 12 malati e 15 sani. Soltanto nei pazienti sarebbe stata rilevata l’alterazione nella connettività tra i tessuti.

E le scoperte potrebbero continuare: “con sequenze più sofisticate potremo sicuramente svolgere indagini ancora più approfondite, raccogliendo dati più precisi sull’origine di questo disturbo”, conclude Brambilla.

https://www.farman.it/News/Salute/658/Lorigine-dellansia-e-nel-cervello.html