Essere ciò che siamo. Parlare in pubblico senza stress.


Alla base c’è un’insicurezza che riguarda i rapporti con gli altri in generale: la strada per uscirne non è invocare più forza, ma valorizzare ciò che si ha, timidezza compresa (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html).                                                                                                             L’inizio di questo articolo di Riza psicosomatica ci è  piaciuto e nell’ambito ristretto della nostra esperienza ne abbiamo immediatamente colto la valenza: è vero, accade proprio questo.

La sofferenza legata alla cosiddetta “fobia sociale” (la difficoltà ad avere normali relazioni di scambio con gli altri) non dipende dalla timidezza o dal carattere, ma dal giudizio negativo che la persona dà della propria timidezza e del proprio carattere (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Temiamo pericolosamente il giudizio degli altri, l’attività di parlare in pubblico passa attraverso i complessi schemi dell’accettazione sociale: fare bella figura, piacere, sedurre, essere accettati in una certa cerchia, appartenenza. Abbiamo già parlato in altri articoli delle trappole dell’ego e di come queste possano influenzare negativamente una performance ed in senso molto più esteso la nostra stessa esistenza (https://michelemicheletti.com/2015/08/07/parlare-in-pubblico-ansie-paure-tecniche-vanita-e-superego-diamoci-una-regolata/), ma adesso vorremo riflettere sul come noi giudichiamo la nostra adeguatezza ad una certa situazione, sul come giudichiamo il nostro comportamento di fronte ad una prova.

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L’inadeguatezza e la non accettazione producono in noi uno stato di sofferenza al quale dobbiamo in qualche modo porre rimedio se decidiamo di affrontare delle platee: non è possibile piacere a tutti. Ognuno è quello che è, perché dovrebbe soffrirne? Soffre la pecora per essere pecora, l’aquila per esser aquila, il calabrone per essere calabrone? Soffrirebbero se non fossero quello che sono! Se la pecora non è una buona pecora ma si mette in testa di essere un lupo, allora sì che sono guai! (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Voler essere qualcosa che non siamo, voler sembrare qualcosa che per noi rappresenta l’essenza di cosa vorremmo essere ci porta inevitabilmente alla sofferenza. Il giudizio che diamo della nostra condizione crea tensione e stress che fatalmente si risolve in un processo di disistima e fallimento. Il giudice interno (noi stessi) ed il giudice esterno (gli altri) fanno parte dello stesso processo in questa logica della sofferenza autoimposta.

Possiamo porre rimedio in modo definitivo a questo circolo della non accettazione/sofferenza tramite tre (non)semplici mosse.                                           1- Scoprire se stessi e proporre il proprio essere in tutto e per tutto come portatore di serenità e felicità.                                                                                                                    2- Ridurre la potenza del giudice interno perfezionando il dialogo interno con affermazioni positive come: “Io sono preparato”, “Le cose che ho imparato posso spiegarle perfettamente”, “Ho tutto per essere felice”.                                                                           3- Essere effettivamente ben preparati ed organizzati per l’intervento in pubblico che abbiamo programmato di fare.

Di seguito una esaustiva ed esauriente infografica riassuntiva relativa alle varie fasi di preparazione e risoluzione di un intervento in pubblico.

PublicSpeaking (1)

http://www.briantracy.com/blog/public-speaking/27-useful-tips-to-overcome-your-fear-of-public-speaking/

Un’ultima cosa, se l’esperienza che state affrontando per voi è fonte di stress, ansie e paure lo sarà anche per il vostro pubblico. Il vostro disagio verrà inevitabilmente percepito da tutti ed il vostro intervento non desterà alcun favore. I presenti non vedranno l’ora che finiate per potersi liberare di voi e della vostra presenza seminatrice di tensione e camicie sudate. Stay tuned.

Michele Micheletti

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