Public Speaking Revolution. Salerno 26-27 novembre 2015

Programmato per il giorno 26-27 novembre 2015 il corso Biomax spa PUBLIC SPEAKING REVOLUTION incentrato sull’approccio M2.

Public Speaking Revolution

Per informazioni Nicola Mozzillo 333 8546677                                                                                                   Dario Di Grazia  335 451090

Come (nell’Arte) tutto ebbe inizio: Lascaux

Perché da una parte bisogna iniziare. E allora meglio partire dall’inizio: Lascaux, (oggi) Francia – Paleolitico superiore, 17000 a.C., annetto più annetto meno: l’Arte da quel momento non potrà più essere esattamente ciò che era. Ecco appunto, ma cosa era, diciassette – e più – mila anni fa, l’Arte? C’è stato un tempo abbastanza lungo in cui […]

https://aiemraffaele.wordpress.com/2015/10/19/come-nellarte-tutto-ebbe-inizio-lascaux/

La visualizzazione. Possiamo fare l’impossibile?

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”, questo ci diceva l’inarrivabile San Francesco d’Assisi agli inizi del 1200.

Certo che l’impossibile per un uomo del medioevo dovrebbe essere alquanto diverso, almeno in termini di contenuti, dall’impossibile di un uomo moderno. Potrebbero non cambiare le costanti, in valore assoluto, del desiderio e dell’impossibile in se come concetto indeterminato, ma lo studio degli oggetti  sarebbe davvero interessante.                          Comunque ai nostri fini non interessa la dissertazione filosofica, pur riconoscendone l’affascinante incedere, quanto piuttosto la parte pratica, il che cosa è possibile fare e come farlo.

Nel trascorrere della nostra esistenza tutti noi sperimentiamo, più o  meno consapevolmente, diversi “stati di coscienza”: livelli diversificati di possibilità mentale in cui il nostro cervello produce e quantifica onde, dati ed esperienze.                                        Dal punto di vista neurologico la coscienza è caratterizzata da due componenti: la vigilanza e la consapevolezza.

  • La vigilanza: è caratterizzata da uno stato di veglia che non necessariamente è associata alla consapevolezza di ciò che accade nel mondo che ci circonda.
  • La consapevolezza: consiste nella consapevolezza del mondo che ci circonda e, nella condizione più evoluta, del proprio essere.

Lo stato di coscienza è stabilito dal buon funzionamento delle due componenti e può avere un’ampia gamma di livelli che non sono classificati in modo univoco. Alcuni esempi possono corrispondere allo stato di veglia, di coma, di meditazione, di sonno, di dormiveglia, di alterazione di coscienza (Partha Mitra, Prove di misure di coscienza, Le Scienze, 10 gennaio 2014. URL consultato il 4 maggio 2014) (Wikipedia). 

Nell’arco di una giornata attraversiamo diversi stati di coscienza passando dalle fasi diurne a quelle notturne caratterizzate dai diversi cicli del sonno. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all’ attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso “onde elettromagnetiche”: le onde cerebrali.
La frequenza di tali onde, calcolata in ‘cicli al secondo’, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello e’ impegnato e può essere misurata con delle apposite attrezzature. Comunemente le onde di emissione cerebrale vengono suddivise in quattro bande di frequenza che riflettono le diverse attività del cervello.

Onde cerebrali

Onde DELTA: frequenza tra 0,5 e 4 Hz. Sono associate al più profondo rilassamento psicofisico. Sono quelle proprie della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell’abbandono totale. Vengono prodotte durante i processi inconsci di autoguarigione.

Onde THETA: frequenza tra i 4 ed i 8 Hz. Mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa. Tendono ad essere prodotte durante la meditazione profonda. Il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (cioe’, quando si sogna). Nelle attivita’ di veglia le onde theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacita’ immaginativa radicata nel profondo. Genericamente vengono associate alla creativita’ e alle attitudini artistiche.

Onde ALFA: frequenza tra 8 e 14 Hz. Stato di coscienza vigile, ma rilassata. La mente, calma e ricettiva, è concentrata sulla soluzione di problemi esterni, o sul raggiungimento di uno stato meditativo leggero. Le onde alfa dominano nei momenti introspettivi, o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Sono tipiche, per esempio, dell’attività cerebrale di chi è impegnato in una seduta di meditazione.

Onde BETA: frequenza tra 14 e 30 Hz. Sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni. Le onde beta sono alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda. Nei momenti di stress o di ansia le beta ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione e dare  soluzione ai problemi.(http://www.marcostefanelli.com/subliminale/onde.htm).

Detto questo andiamo ad analizzare la questione relativa alla visualizzazione vera e propria. La visualizzazione è la capacità di immaginare e costruire col pensiero in maniera voluta e cosciente. Avrete presente un attore che ripassa la sua parte, un atleta che ripercorre i movimenti della sua rincorsa prima di dover spiccare un salto, un relatore che visualizza e”materializza” la scena del suo intervento  immaginando il pubblico che lo applaude o un artista che crea quel mondo immaginario che poi rappresenterà nella propria opera.  La visualizzazione creativa si è rivelata  un ottimo metodo per esplorare nuove realtà e realizzare obiettivi e desideri. E’ uno strumento utile per eliminare comportamenti non desiderabili, come dipendenze affettive o mancanza di fiducia in se stessi. Si e’ rivelata inoltre utile per apportare dei cambiamenti personali a comportamenti, credenze e retaggi del passato.

Possiamo quindi immaginare come saremo e sintonizzarci in modo da poterlo essere? Gli autori che studiano i campi quantici affermano che questo è possibile, anzi, certo. Più difficoltose appaiono le tecniche necessarie da applicare affinché questo possa accadere. La visualizzazione creativa è una tecnica  fondamentale nel sistema di insegnamenti e pratiche del pensiero positivo e accompagna  teorizzata dagli esponenti del movimento fin dalla fine dell’Ottocento e uno dei primi autori a parlarne è stato Wallace Wattles. La differenza tra la visualizzazione creativa e il sogno ad occhi aperti consiste nel fatto che nell’atto di fantasticare la persona crea un’immagine o una scena mentale di cui è spettatore dall’esterno, mentre nell’atto della visualizzazione creativa colui che visualizza è al centro stesso della propria visualizzazione, la sperimenta in prima persona, sforzandosi di percepirla come il più reale possibile attraverso tutti i sensi. La consapevolezza del pensiero unita all’intenzionalità del gesto dovrebbero produrre una alterazione nel campo energetico tale da poter far manifestare l’immaginato. Indubbiamente affascinante. Il nostro cervello con la sua emissione cerebrale di frequenze appropriate produce il possibile ed anche l’impossibile, per dirla secondo San Francesco. L’impossibile è solo un punto di vista con un’angolazione sfavorevole del possibile: se puoi pensarlo allora puoi farlo. Affascinante.  Durante la visualizzazione creativa utilizziamo tutti i nostri sensi: vista (immaginazione) con colori vividi ed immagini tridimensionali, olfatto (odori, fragranze e profumi), tatto (sensazioni e percezioni ed anche caldo o freddo), gusto (sapori) e udito (suoni, voci, rumori) ed attraverso l’immaginazione creiamo le situazioni che più desideriamo. Quando associamo all’immagine che stiamo visualizzando Emozioni stiamo facendo vibrare la nostra Anima. In questo modo agiamo non solo sul piano fisico con il pensiero mentale, ma anche sui piani sottili in ogni dimensione (http://www.visionealchemica.com/la-visualizzazione/).

HZ

Proponiamo questa tecnica a coloro che parlano in pubblico per superare gli stati d’ansia dati dall’attesa della performance. Si tratta di una semplice tecnica che funziona molto bene offrendo ottimi risultati:

1- Immagina “vividamente” un’esperienza che vorresti avere.

2- Prova una forte emozione – come se si fosse già avverata.

3- Ripetilo

Vedi anche :https://michelemicheletti.com/2015/10/05/risonanza-empatica-sintonizzarsi-sugli-altri/

Michele Micheletti

Public Speaking Dynamics

Tutti possono fare una buona performance affrontando il pubblico di una platea più o meno vasta? Senza ombra di dubbio possiamo dire tranquillamente SI! Chiaramente per raggiungere il Linguaggio della Leadership occorre coltivare le proprie capacità innate, molto diversificate ma tutte estremamente utili ed utilizzabili (SWOT), affrontare quante più platee possibili e lavorare su se stessi senza esclusione di colpi.

DYNAMIC PUBLIC SPEAKING

Il parlare in pubblico è quindi un’arte che possiamo imparare partendo dai requisiti di base con i quali ci presentiamo da zero a noi stessi ed agli altri. Vogliamo lasciarvi con un interessante articolo da leggere riguardante le 5 principali caratteristiche del Public Speaking Dinamico secondo Nancy Daniels, ecco il link http://www.selfgrowth.com/articles/The_5_Secrets_of_Dynamic_Public_Speaking.html.

Stay Rock

Michele Micheletti

Risonanza Empatica. Sintonizzarsi sugli altri.

Il nostro cervello è una struttura indubbiamente complessa, il suo sistema di comunicazione, costituito da circa 100 miliardi di neuroni interconnessi in una ragnatela di fibre nervose lunga almeno 160 km, è in grado di gestire la memoria, la vista, l’apprendimento, il pensiero, la coscienza e molte altre attività. Tramite impulsi elettrochimici controlla comportamenti volontari e consapevoli ma anche molti comportamenti involontari  regolando le funzioni di ghiandole ed organi interni.

Le informazioni viaggiano a diverse velocità a seconda dei diversi tipi di neuroni. Non tutti i neuroni sono uguali, ne esistono alcuni in grado di trasportare informazioni alla velocità di 0.5 metri al secondo e altri che invece arrivano fino a 120 metri al secondo. Il nostro cervello in funzione sviluppa un’energia pari a quella di una lampadina da 10 watt, non male per un organo costituito per l’80% da acqua.

In realtà disponiamo di ben due cervelli riuniti in un unico organo. I due emisferi lavorano in concerto per permettere tutte le nostre attuali capacità cognitive. Lo studio della struttura cerebrale finora ha portato alla conclusione che i due emisferi abbiano caratteristiche specifiche seppur complementari. Negli ultimi anni, grazie soprattutto all’avanzamento delle tecniche di MRI (Magnetic Resonance Imaging), i ricercatori hanno cominciato a identificare con maggiore precisione le funzionalità delle differenti aree cerebrali. Scoprendo come in effetti l’emisfero sinistro sia funzionale al pensiero sequenziale e analitico, mentre il destro a quello emotivo e sintetico. L’emisfero sinistro è specializzato nella percezione-traduzione e rappresentazione del mondo circostante e utilizza una codifica elaborativa di tipo logico-analitica. Esso è specializzato nelle funzioni linguistiche e di pensiero analitiche: leggere, scrivere con relative regole grammaticali e sintattiche oltre alla concettualizzazione analogica. Le funzioni dell’emisfero destro invece sono principalmente di tipo analogico, esso è specializzato nella percezione di figure, strutture e contesti nella loro globalità.

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I due emisferi lavorano in stretto contatto anche se separati dal “corpo calloso”. Prendiamo ad esempio la parola “albero” e cerchiamo di capire come questa viene interpretata dal nostro cervello utilizzando il rimbalzo tra i due emisferi. L’informazione di partenza è la parola “albero” che una volta decodificata dall’emisfero sinistro attiva un processo di “ricerca transderivazionale” che genera l’immagine di un albero nell’emisfero destro (rappresentazione interna). Ovviamente in ogni persona la rappresentazione interna dell’albero sarà differente, ciascuno attingerà alle proprie immagini interiori (pino, abete, quercia, arancio, molti rami, pochi rami, molte foglie, poche foglie, grande, piccolo, con sfondo, senza sfondo, etc…….) in base al proprio vissuto sensoriale.

Molto spesso ci troviamo in un qualche stato di coscienza dettato dal nostro cervello. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all’incessante attivita’ elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso “onde elettromagnetiche”: le onde cerebrali. La frequenza di tali onde, calcolata in ‘cicli al secondo’, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attivita’ in cui il cervello e’ impegnato e puo’ essere misurata con apposite strumentazioni. Comunemente le onde vengono suddivise in “quattro bande”, che corrispondono a quattro fasce di frequenza e che riflettono le diverse “attivita’ del cervello”.

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Dagli studi sulla “risonanza” dei pendoli ad opera del fisico e matematico olandese Christiian Huygens (1665) siamo giunti a quelli sulla risonanza sonoro per cui allo stesso modo e per lo stesso principio, se si percuote un diapason, che produce onde alla frequenza fissa di 440 Hz, e lo si pone vicino a un secondo diapason ‘silenzioso’, dopo un breve intervallo quest’ultimo comincia anch’esso a vibrare. La risonanza puo’ essere utilizzata anche nel caso delle onde cerebrali. Se il cervello e’ sottoposto a impulsi (visivi, sonori o elettrici) di una certa frequenza, la sua naturale tendenza e’ quella di sintonizzarsi. Il fenomeno e’ detto ‘risposta in frequenza’. Per esempio, se l’attivita’ cerebrale di un soggetto e’ nella banda delle onde beta (quindi, nello stato di veglia) e il soggetto viene sottoposto per un certo periodo a uno stimolo di 10 Hz (onde alfa), il suo cervello tende a modificare la sua attivita’ in direzione dello stimolo ricevuto.

Ebbene, esiste una frequenza esterna, una vibrazione elettromagnetica che ci accompagna, ci avviluppa sin dalla nostra nascita, anzi, dovrebbe essere sempre stata presente. E’ la risonanza di Schumann, un gigantesco fenomeno planetario di risonanza magnetica, che deve il suo nome al fisico Winfried Otto Schumann, che lo previde matematicamente nel 1952. La superficie della Terra e la ionosfera interagiscono come due armature di un gigantesco condensatore, dove la Terra è la parte negativa e la ionosfera la parte positiva. Questo spazio-condensatore viene caricato dall’azione dei fulmini la cui carica di potenziale ne determina la risonanza.

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Così si apprende dal sito della NASA

“At any given moment about 2,000 thunderstorms roll over Earth, producing some 50 flashes of lightning every second. Each lightning burst creates electromagnetic waves that begin to circle around Earth captured between Earth’s surface and a boundary about 60 miles up. Some of the waves – if they have just the right wavelength – combine, increasing in strength, to create a repeating atmospheric heartbeat known as Schumann resonance. This resonance provides a useful tool to analyze Earth’s weather, its electric environment, and to even help determine what types of atoms and molecules exist in Earth’s atmosphere.” (http://www.nasa.gov/mission_pages/sunearth/news/gallery/schumann-resonance.html)

Sin da quando Schumann pubblicò i risultati delle sue ricerche, vi fu chi, come il medico dottor Ankermueller, ha collegato immediatamente la risonanza di Schumann con il ritmo alfa del cervello (circa 8 Hz!). Lo scienziato Herbert König (successore di Schumann all’università di Monaco di Baviera) ha dimostrato che effettivamente esiste una correlazione fra le frequenze di risonanza di Schumann ed i ritmi del cervello. Le interferenze con questo tipo di frequenza stanno dimostrandosi talmente tanto gravi che la NASA utilizza degli strumenti che sono una sorta di imitazione artificiale delle onde di Schumann per la difesa dei cervelli degli astronauti nello spazio, là dove le frequenze di Schumann svaniscono o entrano in grave conflitto con le onde elettromagnetiche inviate dal sole e dal cosmo.

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Avviciniamo questo fantastico contesto della risonanza e della vibrazione delle frequenze prese in esame ai concetti della comunicazione e dell’empatia. Spesso ci capita di sentire di stare bene con qualcuno semplicemente standogli vicino, frequentandolo. Probabilmente avvertiamo di essere compatibili, di vibrare alla stessa lunghezza d’onda. Questo contatto di sintonia è in definitiva il funzionamento dell’empatia. «Quando si parla di empatia, vi associo l’espressione “risonanza empatica” –evidenzia Ersilia di Fonzo, musicista, insegnante e musicoterapeuta – Intorno a noi tutto è vibrazione. La vibrazione è un’entità concreta, un’onda di pressione, che si avverte fisicamente. Spesso mi chiedo: è possibile fingere di essere empatici? La risposta è la differenza tra un bravo esecutore e un artista: l’uno esegue un pezzo in maniera perfetta, l’altro fa qualche errore, ma emoziona il pubblico e da quest’ultimo ha un ritorno, perché se ne sente sostenuto emotivamente».

Ecco quindi l’enorme differenza tra un ottimo relatore ed uno mediocre, tra un ottimo venditore ed un altro con scarsi risultati, tra un bravo insegnante ed un erogatore di concetti. La capacità di avere risonanza empatica, riuscire immediatamente a vibrare negli accordi di coloro che ci stanno di fronte è una facoltà che può essere perfezionata e potenziata, dovrebbe rientrare nei nostri stili di vita. Non vi sembra possibile? Provateci!

Anatomia Sottile – Atlante di Terapia Energo-Vibrazionale – Macro Edizioni

Fisiologia Sottile – Alla scoperta  dell’anatomia segreta del corpo d’energia – Macro Edizioni

Essere ciò che siamo. Parlare in pubblico senza stress.

Alla base c’è un’insicurezza che riguarda i rapporti con gli altri in generale: la strada per uscirne non è invocare più forza, ma valorizzare ciò che si ha, timidezza compresa (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html).                                                                                                             L’inizio di questo articolo di Riza psicosomatica ci è  piaciuto e nell’ambito ristretto della nostra esperienza ne abbiamo immediatamente colto la valenza: è vero, accade proprio questo.

La sofferenza legata alla cosiddetta “fobia sociale” (la difficoltà ad avere normali relazioni di scambio con gli altri) non dipende dalla timidezza o dal carattere, ma dal giudizio negativo che la persona dà della propria timidezza e del proprio carattere (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Temiamo pericolosamente il giudizio degli altri, l’attività di parlare in pubblico passa attraverso i complessi schemi dell’accettazione sociale: fare bella figura, piacere, sedurre, essere accettati in una certa cerchia, appartenenza. Abbiamo già parlato in altri articoli delle trappole dell’ego e di come queste possano influenzare negativamente una performance ed in senso molto più esteso la nostra stessa esistenza (https://michelemicheletti.com/2015/08/07/parlare-in-pubblico-ansie-paure-tecniche-vanita-e-superego-diamoci-una-regolata/), ma adesso vorremo riflettere sul come noi giudichiamo la nostra adeguatezza ad una certa situazione, sul come giudichiamo il nostro comportamento di fronte ad una prova.

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L’inadeguatezza e la non accettazione producono in noi uno stato di sofferenza al quale dobbiamo in qualche modo porre rimedio se decidiamo di affrontare delle platee: non è possibile piacere a tutti. Ognuno è quello che è, perché dovrebbe soffrirne? Soffre la pecora per essere pecora, l’aquila per esser aquila, il calabrone per essere calabrone? Soffrirebbero se non fossero quello che sono! Se la pecora non è una buona pecora ma si mette in testa di essere un lupo, allora sì che sono guai! (http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/4925/la-paura-di-parlare-in-pubblico-si-supera-cosi.html). Voler essere qualcosa che non siamo, voler sembrare qualcosa che per noi rappresenta l’essenza di cosa vorremmo essere ci porta inevitabilmente alla sofferenza. Il giudizio che diamo della nostra condizione crea tensione e stress che fatalmente si risolve in un processo di disistima e fallimento. Il giudice interno (noi stessi) ed il giudice esterno (gli altri) fanno parte dello stesso processo in questa logica della sofferenza autoimposta.

Possiamo porre rimedio in modo definitivo a questo circolo della non accettazione/sofferenza tramite tre (non)semplici mosse.                                           1- Scoprire se stessi e proporre il proprio essere in tutto e per tutto come portatore di serenità e felicità.                                                                                                                    2- Ridurre la potenza del giudice interno perfezionando il dialogo interno con affermazioni positive come: “Io sono preparato”, “Le cose che ho imparato posso spiegarle perfettamente”, “Ho tutto per essere felice”.                                                                           3- Essere effettivamente ben preparati ed organizzati per l’intervento in pubblico che abbiamo programmato di fare.

Di seguito una esaustiva ed esauriente infografica riassuntiva relativa alle varie fasi di preparazione e risoluzione di un intervento in pubblico.

PublicSpeaking (1)

http://www.briantracy.com/blog/public-speaking/27-useful-tips-to-overcome-your-fear-of-public-speaking/

Un’ultima cosa, se l’esperienza che state affrontando per voi è fonte di stress, ansie e paure lo sarà anche per il vostro pubblico. Il vostro disagio verrà inevitabilmente percepito da tutti ed il vostro intervento non desterà alcun favore. I presenti non vedranno l’ora che finiate per potersi liberare di voi e della vostra presenza seminatrice di tensione e camicie sudate. Stay tuned.

Michele Micheletti