Parlare in pubblico: ansie, paure, tecniche, vanità e superego. Diamoci una regolata.


Uno studio del National Institute of Mental Health rileva che la nostra più grande paura (studio condotto su di un campione di popolazione americana) è proprio quella di dover parlare in pubblico. Nella vita i nostri pensieri sono focalizzati più sulla paura di parlare davanti alle persone che alla morte: la statistica ha mostrato che il 75% delle persone hanno timore nell’affrontare un pubblico di qualsiasi tipo mentre il 68% teme l’angoscia della fine della vita.

La paura di parlare in pubblico si porta dietro situazioni psicologiche importanti, viene spesso accompagnata da stati ansiosi leggeri (mani tremanti, respiro affannoso e clavicolare, voce insicura, sudorazione eccessiva, rossore del volto, etc.) ma a volte si manifesta con situazioni più gravi come gli attacchi di panico o altri stati d’ansia densi tali da far rientrare questa circostanza nel novero delle fobie vere e proprie (www.statisticbrain.com/fear-of-public-speaking-statistics/).

Si tratta quindi di una paura di tipo “moderno” legata alla socialità e alla convivenza, anticamente l’uomo di fatto non doveva parlare in pubblico ma impugnare una lancia e procurarsi un coniglio per la cena. Possiamo quindi considerare tutti coloro che affrontano platee più o meno gremite come dei campioni super-sociali dal coraggio ben oltre sopra la media in grado di sconfiggere paure e timori diffusi negli ambiti civili proprio come quello del Public Speaking.

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Ma come sono fatti questi nostri eroi moderni che affrontano orde di pubblico affamate di informazioni con il solo ausilio di affilatissime slide brandite da potenti mac in alluminio senza battere ciglio e senza alcun timore? In più di venti anni di attività, di congressi, corsi, serate, seminari, workshop e meeting alle nostre spalle possiamo dire di avere visto tutto quello che dovevamo vedere.  La più scomoda delle distinzioni che in realtà possa essere fatta in ambito di relatori è proprio quella che nessuno mai analizza ma che costituisce il vero punto di svolta in un approccio moderno e consapevole al Public Speaking. La distinzione è proprio questa: relatore consapevole, relatore non consapevole.

Quando sei consapevole vedi il processo globale del pensiero e dell’azione ma ciò può accadere solo quando non ci sono condanne. Quando condanno qualcosa non lo comprendo, è un modo per evitare qualunque tipo di comprensione.”

J. Krishnamurti

Ogni relatore ha un suo scopo che lo porta ad affrontare una platea e a comunicare idee, risultati e conseguimenti. Il dovere di un relatore dovrebbe proprio essere quello di condividere per ispirare, convincere e motivare altre persone utilizzando ragionamenti logici esperienze e risultati. La consapevolezza che dovrebbe distinguere un relatore evoluto è quella situazione che dovrebbe portare questo stesso soggetto verso il pubblico che lo ascolta. L’imperativo è: ricordarsi che c’è un pubblico.

Purtroppo il nostro ego è un elemento insidioso che tende ad identificarsi come il fine ultimo di una nostra scelta di parlare in pubblico. Rispettando ogni modello di mondo possibile ed ogni singola scelta individuale dobbiamo però dire che un relatore evoluto razionalizza, nel corso della sua esperienza lavorativa, il pericolo dell’ego e dirige la propria attenzione verso progetti di comunicazione finalizzati agli altri e per gli altri. Parlare per gratificare se stessi non è edificante ma può far parte del percorso di maturazione di un individuo. Il relatore che celebra se stesso è facilmente individuato dal pubblico e rischia di non essere gradevole o comunque non in linea con un principio di consapevolezza effettiva.

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Il consiglio che possiamo dare, al di la della qualità dei contenuti delle singole relazioni,  è quello di bilanciare la nostra personalità prima di affrontare platee più o meno grandi come già sublimi autorità del settore ci hanno insegnato. (http://www.presentationzen.com/naked_handout.pdf)             (http://www.garrreynolds.com/)

Michele Micheletti

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