Come costruire delle slide che catturino l’attenzione

Se siete tra coloro che pensano che perdere tempo sul design di una slide per una presentazione non abbia alcun senso e che basti mettere qualche scritta e qualche immagine dove capita per condurre una “buona” lecture, state leggendo l’articolo giusto. Da parte nostra speriamo con tutto il sentimento possibile che queste poche righe riescano in qualche modo a farvi cambiare atteggiamento o almeno ad incuriosirvi per farvi approfondire l’argomento in oggetto.

Alla realizzazione di una slide che possa risultare accattivante per qualcuno che la guarda, concorrono tre diversi aspetti: le immagini utilizzate, la tipologia di font e il design generale che potremmo definire concept. In realtà oggi non tratteremo queste argomentazioni ma ci soffermeremo su di un aspetto specifico che  sicuramente rientra di gran lunga nella categoria del design e che andremo a chiamare composizione.

Non stupiamoci, in questo ambito argomentativo rientrano esattamente le stesse regole valide per la strutturazione di una inquadratura fotografica che possiamo trovare espresse, tanto per citare il maestro della fotografia moderna, in moltissimi scatti/opere di Cartier Bresson, per esempio. Ma da dove si parte per dire quello che c’è da dire e che ancora fino a qui non abbiamo detto? Possiamo partire dall’assunto che ciò che  la nostra mente  percepisce come gradevole visivamente rientra in taluni canoni di proporzione ben precisi. Il “bello” è in qualche modo proporzionale e assolutamente matematico dal punto di vista della sua razionalizzazione.

Tra il XII ed il XIII secolo, il pisano Leonardo Fibonacci scoprì la sequenza numerica denominata appunto Numeri di Fibonacci, costruita semplicemente partendo dalla coppia 1, 1 e sommando i due numeri naturali precedenti: 1 1 2 3 5 8 13 …                                   La costruzione è estremamente semplice, ma ciò che la rende speciale è il rapporto tra due numeri consecutivi della successione, che, al crescere di n tende a quello che verrà definito Rapporto Aureo (rapporto di proporzione perfetta) che nell’ambito delle arti figurative e della matematica, indica il rapporto fra due lunghezze disuguali, delle quali la maggiore è medio proporzionale tra la minore e la somma delle due.

Il fatto che la serie divenga “sempre più perfetta” man mano che gli elementi aumentano di grandezza, cioè al tendere di n all’infinito, è decisamente suggestivo. E il bello è che esistono innumerevoli oggetti naturali che richiamano la serie di Fibonacci: dal numero di placche dell’ananas alla struttura delle pigne, dai lati della banana alla struttura dei grappoli d’uva e ancora: conchiglie, strutture naturali costiere e così via. Il Rapporto Aureo piaceva moltissimo a Leonardo Da Vinci, che ne fece larghissimo uso nello studio del corpo umano e piace ancora oggi ai designer: le carte in formato standard ISO come Bancomat, carte di credito, carte SIM per telefoni cellulari hanno i lati in Rapporto Aureo (http://www.lidimatematici.it/blog/2011/04/20/fibonacci-e-il-rapporto-aureo/).

Nautilus

Questi principi valgono anche per la fotografia: la sezione aurea fornisce degli strumenti compositivi simili alle logiche di composizione fotografica e per tutto il design grafico in generale comprese le nostre slide. Il più semplice è il seguente e deriva direttamente dalla sezione aurea:

sez aurea

Ma in fotografia usiamo una configurazione ancora più semplificata di questo rapporto che generalmente denominiamo con la dicitura: “Regola dei terzi”.

Terzi

La differenza sta nel rapporto tra la colonna centrale e ciascuna delle laterali (e altrettanto per le righe). Mentre nella regola dei terzi queste sono tutte uguali, nella sezione aurea esse stanno in rapporto secondo il numero aureo (http://www.fotocomefare.com/sezione-aurea-composizione-fotografica/). La sezione aurea nella pratica fotografica si applica come la regola dei terzi: il punto su cui si vuole dirigere l’attenzione dell’osservatore va allineato con i punti di intersezione della griglia, o almeno con le linee.

Possiamo proprio prendere spunto Cartier Bresson per capire come deve avvenire un allineamento di oggetti in uno scatto fotografico.

Bresson

Oppure possiamo prendere spunto dal fotografo contemporaneo Marco Carmassi (http://www.marcocarmassi.com/):

Carmax

A questo punto, definita la regola principale, le nostre slide dovranno seguire questo criterio di allineamento dei vari oggetti che dovranno andare a comporla: scritte, immagini, grafici, etc. All’inizio non risulterà facilissimo, se non si è abituati ad organizzare un concept di lavoro faremo fatica, è necessario applicarsi e fare qualche tentativo. Il risultato sarà quello di avere un look finale organizzato e professionale coinvolgente dal punto di vista visivo e in grado di conferire maggiore autorevolezza all’autore. Di seguito un esempio di prima e dopo un intervento di composizione e concept di una slide: i contenuti comunicativi sono gli stessi ma la potenza del messaggio ed il suo impatto sono completamente diversi.

donna.001

donna.002

Per concludere. Una struttura di presentazione pensata e organizzata comunica molto di più rispetto ad un design improvvisato. Ricordiamoci sempre che il fine di un public speaker dovrebbe sempre essere quello di essere focalizzato sul suo pubblico e avere a cuore chi si presta ad andare ad ascoltarlo. Un relatore ha il dovere di far si che il suo intervento in pubblico possa essere di totale fruizione per coloro che ascoltano. Stay tuned.

Presentazione memorabile? Il segreto è nella storia che racconti.

“Sinceramente, non ho ben capito quello che volevi dire…”

Ecco una frase che un comunicatore professionista non dovrebbe mai sentirsi fare dal proprio pubblico. Si tratta, purtroppo, di una eventualità abbastanza comune dettata dalla mancanza di focalizzazione del relatore e dalla sfortunata accettazione di tre problematiche comunicative che mandano in tilt il pubblico.

Problema numero 1 – Cercare di trasmettere più di un messaggio

Per essere produttivi al massimo spesso finiamo per mettere tre o quattro messaggi diversi in una presentazione da venti minuti. Il risultato sarà quello di non riuscire a condurre l’attenzione degli spettatori creando confusione cognitiva.

Soluzione – Focalizzazione sul messaggio

Focalizziamoci solo su di un messaggio, su quell’aspetto che vogliamo far emergere dal nostro intervento e dovrà costituire un importante aiuto per chi ascolta. Il messaggio sarà l’aspetto per il quale verremo ricordati e consentirà di perpetrare una call to action ai fini di spingere i nostri ascoltatori all’azione in una certa direzione. Ricordiamoci che una mente confusa non prende decisioni.

Problema numero 2 – Il messaggio trasmesso non è memorabile

“Siamo i leader di mercato, dovete per forza comprare da noi…”. Non funziona in questo modo. I processi di disintermediazione e la necessità da parte del pubblico di essere effettivamente coinvolta in un processo comunicativo richiedono uno sforzo maggiore da parte del relatore.

Soluzione – Il messaggio che dobbiamo dare deve essere riassumibile in una frase

Un messaggio chiaro e comprensibile guida lo spettatore verso l’azione.

Problema numero 3 – Nessuna storia a supporto delle nostre idee

Numeri, analisi, dati e fatti sono altamente non coinvolgenti. Al pubblico piacciono le storie. “Ma come posso costruire storie se devo parlare di chimica farmaceutica?”. Il punto è proprio questo, trovare il come fare. La vera differenza tra un relatore ed un altro, a parità di autorevolezza e capacità tecniche, risiede proprio in questa facoltà. Le persone desiderano essere coinvolte sul piano emozionale (ne abbiamo già parlato), quando stabiliamo un rapport (connessione) con il pubblico sotto questo profilo, esso comincia a risuonare sulla nostra lunghezza d’onda e accade il piccolo “miracolo” del coinvolgimento.

Soluzione – Trova sempre una storia a corredo della tua presentazione

Le storie sono costantemente intorno a noi, dobbiamo solo coglierle. Ecco di seguito tre semplici campi di applicazione dello storytelling nel Public Speaking.

a) Esperienze personali                                                                                                         Che cosa ha fatto cambiare la tua vita? Le prime impressioni quando hai cominciato a lavorare. Cose come queste vi identificano a livello umano e piacciono al pubblico.

b) Client case studies                                                                                                                 Quale fatto della tua attività può essere di esempio a chi ascolta per consentirgli di percorrere una strada analoga, in caso di successo, o di metterlo in guardia in caso di eventi avversi.

c) Storie di personaggi famosi                                                                                                   Citazioni da film, arte, musica e tanto altro. Abbiamo a disposizione un universo di possibilità da utilizzare in modo sinergico ai nostri argomenti. Facciamolo.

Per la nostra prossima presentazione scegliamo la migliore storia possibile e raccontiamola con il cuore e la passione che sempre devono distinguere un relatore capace. Esprimiamo i nostri concetti in modo professionale e….buona vita a tutti!

PPP

Corso Public Speaking Biomax spa a Bologna

Corso di Public Speaking in due incontri, ottobre e novembre, a Bologna.

Riservato ai professionisti del settore dentale che vogliono focalizzare le loro potenzialità ed imparare ad interagire in modo proattivo con un pubblico sempre più raffinato ed esigente.

Zimmer Biomet. Biomax spa.

michelemicheletti@biomax.it

Public Speaking

Relatori noiosi? Tranquilli, accade continuamente…

Succede. Ancora oggi verifichiamo che succede con grande frequenza.

Vi siete mai chiesti quale possa essere la peggiore qualità di un relatore? Ve lo chiediamo perchè a noi lo chiedete spesso. In ogni incontro di formazione di Public Speaking ci viene sempre richiesto di evidenziare questa problematica e di cercare di risolverla.

Essere noiosi. Questa decisamente risulta essere la peggiore caratteristica di coloro che si accingono ad affrontare un palcoscenico e a mettere in sequenza alcune slide contenenti idee, lavori, dati e funzioni. Annoiare un pubblico che ci ascolta è quanto di peggio possa fare colui che osa “impantanarsi” nelle dinamiche dell’insegnamento  difendendosi con frasi tipo “Il mio argomento non è tra i più interessanti”, “E’ proprio l’argomento ad essere pesante”. Sono tutte scuse! Non esistono argomenti o materie noiose, ma solo relatori e insegnanti monotoni direttamente responsabili di quello che potremmo definire assenteismo mentale degli uditori, “patologia” cronica che affligge una grandissima porzione di coloro che si sottopongono a dosi massicce di congressi, corsi e riunioni. Questo fenomeno prende il nome di Death by Power Point ed è ampiamente studiato e monitorato tanto da farne quasi un fenomeno sociale moderno.

Possiamo, senza alcuna ombra di dubbio, asserire che: “Amici del pubblico, di qualsiasi pubblico, state sereni!”. Potete effettivamente stare tranquilli perchè  la colpa non è vostra (a meno che non vi siate lasciati andare ad una bottiglia di prosecco nella pausa pranzo) ma dei relatori che non hanno una adeguata preparazione in termini di esposizione e non riescono a creare una sinergia effettiva (Rapport) con gli astanti. Vi è una profonda distinzione tra contenuto ed esposizione, l’impalcatura dell’attenzione di uno spettatore si regge su fondamenta molto labili:“un’esposizione di tipo tradizionale della durata di dieci minuti viene assimilata al 50%; dopo sole 48 ore si riduce di un ulteriore 50%”. Ma che cos’è una esposizione tradizionale? E’ una esposizione svolta da chi non e’ preparato a parlare in pubblico. E’ importante pertanto essere consapevoli che si possono ottenere risultati più confortanti conoscendo e rispettando almeno i seguenti principi di base.

FFF.001

1) Si ascolta e si impara più volentieri e più facilmente quando si hanno motivazioni per farlo.                                                                                                                               Se il relatore parla solo all’intelletto di lo ascolta non riuscirà mai nel suo intento (e anche su questo spenderemo in seguito qualche parola), quello che conta è la sfera emozionale. Il vero incontro con l’interlocutore non avviene nelle slide, avviene nella sfera dei sentimenti, nello strato emozionale che così ostinatamente i relatori si rifiutano di percorrere. Pertanto, le persone ascoltano, apprendono e ricordano meglio quei messaggi di cui non solo percepiscono l’utilità pratica, ma che nel rivolgendosi alla loro intera personalità (intelletto-ragione e inconscio-sentimento) favoriscono l’arricchimento umano e l’estensione positiva del “sé”.

2) Nulla è più comunicativo dell’entusiasmo vero e sincero.                                           Come non si possono trasferire negli altri le idee e le conoscenze di cui si e’ privi, così non possiamo trasferire l’entusiasmo e le motivazioni di cui siamo scarichi. La mancanza di entusiasmo si trascina un’esposizione monocorde monotona e grigia, l’intera nostra gestualità risulterà affetta da una non-convinzione di base. Il non-lavoro sulla consapevolezza emerge spesso nelle esposizioni alle quali assistiamo: l’atteggiamento influenza il comportamento.

3) Parlare ai cinque sensi delle persone.                                                                             Una persona ricorda il 20% di ciò che ascolta, il 40% di ciò che vede e ben l’80% di ciò che vede e che ascolta contemporaneamente, è il motivo per cui si utilizzano le slide durante le esposizioni. Purtroppo si assiste spesso ad indigestioni visive causate da relatori che martellano gli occhi dei loro poveri ascoltatori con un costante incalzare di proiezioni di immagini. Attenzione, le persone amano apprendere in modo piacevole e divertente e questo deve sempre essere tenuto in grande considerazione.

Public Speaker di tutto il mondo, dateci dentro. Sforzatevi di incontrare il vostro pubblico nei loro cuori, nel loro modo di sentire. Togliete le barriere, non focalizzatevi sulle slide perchè la vera presentazione…siete voi!

quote-people-will-forget-what-you-said-people-will-forget-what-you-did-but-people-will-never-forget-maya-angelou-207068

Michele Micheletti

5 semplici trucchi per parlare in pubblico. Public Speaking experience.

Lo sappiamo, siete degli ottimi public speaker! Non lo siete? Comunque sia vogliamo lasciarvi questi semplici 5 consigli di gestione individuale per meglio rapportarvi con questa disciplina che richiede attenzione e pratica. Tutti possono parlare in pubblico, pochi non risulteranno noiosi.

1) Iniziare a bere acqua almeno 15 minuti prima di iniziare a parlare.                         Si tratta di un semplice trucco da mettere in pratica utilizzando il microfono. Questo catturerà quella particolare “liquidità” del suono prodotto dall’idratazione rendendo il parlato molto più accattivante. Anche i cantanti sanno bene che è necessario mantenere le corde vocali idratate per consentire una giusta performance, bere molta acqua durante la giornata è fondamentale per chi lavora con la voce. Ricordiamoci che i benefici sulle corde vocali iniziano almeno un’ora dopo che abbiamo bevuto, quindi è bene bere una buona dose di acqua almeno due ore prima della performance evitando caffè, alcool e altre sostanze che possono favorire la disidratazione.

2) Il dialogo interno positivo porta ad una performance di successo.                           Nei minuti prima di prendere la parola è importante sviluppare un dialogo interno con se stessi volto ad una sintonizzazione positiva del nostro stato d’animo . Si tratta di una tecnica non diversa da quella che mettono in pratica gli atleti prima di una gara: visualizzazione e finalizzazione. Parlare a noi stessi con frasi del tipo “Sei molto preparato”, “Andrà tutto molto bene”, “Non vedo l’ora di condividere queste idee con il pubblico” ci aiuteranno nel creare uno stato mentale idoneo alla riuscita della performance. Dialogo interno positivo

3) Quando senti le “farfalle” focalizzati sul respiro.                                                Quando l’attività delle farfalle nelle stomaco sarà al massimo concentrarsi sulla respirazione consentirà di ripristinare il controllo di noi stessi. Una respirazione addominale profonda eseguita con concentrazione ci permette di spostare la nostra attenzione dall’oggetto del nostro stato di ansia. La focalizzazione sul respiro diaframmatico produce ottimi risultati e ci predispone ad una corretta impostazione dell’emissione vocale: più sostenuta, potente e profonda. Respirazione diaframmatica,   Pranayamah

4) La voce incanta.                                                                                                  L’emissione vocale è fatta di alcune componenti: tono, volume e timbro. Una performance fatta senza curare le variazioni di parametro sopra enunciate risulterà monocorde ed inespressiva, in una parola…noiosa. La cura della vocalità è una componente determinante del lavoro del public speaker e necessita di grande preparazione e progettazione: le variazioni devono già essere previste nella stesura della presentazione durante la fase di realizzazione.                                                                                          http://www.lavoce.net/

5) La platea è sempre dalla nostra parte. Ricordiamoci che il parlare in pubblico rappresenta una delle paure più grandi per ognuno di noi. Il pubblico rispetta ed ammira chi riesce a dominare e superare questo timore. A meno che il relatore non si proponga con arroganza o supponenza verso chi ascolta il pubblico sarà sempre dalla parte del relatore. Quindi…nessuna paura, possiamo essere liberi di concentrarci sul messaggio da dare e sul coinvolgimento di chi ci ascolta.

State pensando che tutto questo non sia importante e che quello che conta è solo ciò che fate vedere con le vostre slide? Rispettiamo il vostro punto di vista ed il vostro modello del mondo ma è bene sapere che le persone sono interessate a cosa fate vedere (è ovvio) ma molto di più a come lo fate vedere http://www.smartpassiveincome.com/presentation-pitch-attention/.

Pub speak 1.001

Parlare in pubblico: ansie, paure, tecniche, vanità e superego. Diamoci una regolata.

Uno studio del National Institute of Mental Health rileva che la nostra più grande paura (studio condotto su di un campione di popolazione americana) è proprio quella di dover parlare in pubblico. Nella vita i nostri pensieri sono focalizzati più sulla paura di parlare davanti alle persone che alla morte: la statistica ha mostrato che il 75% delle persone hanno timore nell’affrontare un pubblico di qualsiasi tipo mentre il 68% teme l’angoscia della fine della vita.

La paura di parlare in pubblico si porta dietro situazioni psicologiche importanti, viene spesso accompagnata da stati ansiosi leggeri (mani tremanti, respiro affannoso e clavicolare, voce insicura, sudorazione eccessiva, rossore del volto, etc.) ma a volte si manifesta con situazioni più gravi come gli attacchi di panico o altri stati d’ansia densi tali da far rientrare questa circostanza nel novero delle fobie vere e proprie (www.statisticbrain.com/fear-of-public-speaking-statistics/).

Si tratta quindi di una paura di tipo “moderno” legata alla socialità e alla convivenza, anticamente l’uomo di fatto non doveva parlare in pubblico ma impugnare una lancia e procurarsi un coniglio per la cena. Possiamo quindi considerare tutti coloro che affrontano platee più o meno gremite come dei campioni super-sociali dal coraggio ben oltre sopra la media in grado di sconfiggere paure e timori diffusi negli ambiti civili proprio come quello del Public Speaking.

fear.001

Ma come sono fatti questi nostri eroi moderni che affrontano orde di pubblico affamate di informazioni con il solo ausilio di affilatissime slide brandite da potenti mac in alluminio senza battere ciglio e senza alcun timore? In più di venti anni di attività, di congressi, corsi, serate, seminari, workshop e meeting alle nostre spalle possiamo dire di avere visto tutto quello che dovevamo vedere.  La più scomoda delle distinzioni che in realtà possa essere fatta in ambito di relatori è proprio quella che nessuno mai analizza ma che costituisce il vero punto di svolta in un approccio moderno e consapevole al Public Speaking. La distinzione è proprio questa: relatore consapevole, relatore non consapevole.

Quando sei consapevole vedi il processo globale del pensiero e dell’azione ma ciò può accadere solo quando non ci sono condanne. Quando condanno qualcosa non lo comprendo, è un modo per evitare qualunque tipo di comprensione.”

J. Krishnamurti

Ogni relatore ha un suo scopo che lo porta ad affrontare una platea e a comunicare idee, risultati e conseguimenti. Il dovere di un relatore dovrebbe proprio essere quello di condividere per ispirare, convincere e motivare altre persone utilizzando ragionamenti logici esperienze e risultati. La consapevolezza che dovrebbe distinguere un relatore evoluto è quella situazione che dovrebbe portare questo stesso soggetto verso il pubblico che lo ascolta. L’imperativo è: ricordarsi che c’è un pubblico.

Purtroppo il nostro ego è un elemento insidioso che tende ad identificarsi come il fine ultimo di una nostra scelta di parlare in pubblico. Rispettando ogni modello di mondo possibile ed ogni singola scelta individuale dobbiamo però dire che un relatore evoluto razionalizza, nel corso della sua esperienza lavorativa, il pericolo dell’ego e dirige la propria attenzione verso progetti di comunicazione finalizzati agli altri e per gli altri. Parlare per gratificare se stessi non è edificante ma può far parte del percorso di maturazione di un individuo. Il relatore che celebra se stesso è facilmente individuato dal pubblico e rischia di non essere gradevole o comunque non in linea con un principio di consapevolezza effettiva.

bvn.001

Il consiglio che possiamo dare, al di la della qualità dei contenuti delle singole relazioni,  è quello di bilanciare la nostra personalità prima di affrontare platee più o meno grandi come già sublimi autorità del settore ci hanno insegnato. (http://www.presentationzen.com/naked_handout.pdf)             (http://www.garrreynolds.com/)

Michele Micheletti

Perchè otteniamo sempre quello che non vogliamo? I pericoli dell’insoddisfazione e l’importanza dei potenziali superflui.

Avete letto “The Secret” ma non ha funzionato?

Vadim Zeland (Trilogia) ci spiega in modo accurato, costruendo un universo di significati relativi ad una sorta di Matrix energetica con la quale il nostro pensiero deve costantemente fare i conti, come orientare i nostri desideri al fine di “prenderci” la linea della vita che più ci piace.

In natura tutto tende all’equilibrio. Ad esempio la differenza tra le temperature viene compensata con lo scambio termico. Dove compare un potenziale energetico superfluo (alterazione di uno stato di equilibrio iniziale) compaiono forze equilibratrici (leggi primarie che sottendono a tutte le leggi di natura) finalizzate all’eliminazione dello sbilanciamento.

L’equilibrio può essere infranto dalle nostre azioni ma anche dai pensieri, che in genere precedono le azioni, in quanto emittenti di energia. Ogni volta che attribuiamo troppa importanza ad un certo oggetto l’energia mentale crea un potenziale superfluo.

art ket.002

Se restiamo in piedi sul pavimento di camera nostra la situazione non ci preoccupa assolutamente, ma se stiamo in piedi sull’orlo di un dirupo, dove una minima circostanza potrebbe provocare l’irreparabile, la situazione cambia prospettiva. Nel primo caso non vi è alcuna preoccupazione ma nel secondo caso la situazione ha una grandissima importanza.

Nelle due situazioni i livelli energetici sono identici ma l’incombenza del precipizio ci costringe a provare paura e panico (importanza) e questo crea tensione e disomogeneità nel campo energetico. A questo punto le forze equilibratrici si attivano per neutralizzare il potenziale che si è creato in eccesso.

Chi si è trovato in questa situazione avrà di certo avvertito l’azione di due forze: da una parte una che inspiegabilmente ci protende verso il basso, dall’altra una che ci allontana dal bordo del burrone. Le forze equilibratrici agiscono nei due sensi, il loro obiettivo è chiudere in fretta la faccenda.

Che cosa produce questa perturbazione nel campo energetico? Evidentemente è l’IMPORTANZA, matura nell’atto della valutazione,  che noi attribuiamo ad un certo oggetto o situazione a creare un potenziale superfluo. Questo compare solo se alla valutazione di un certo oggetto o di una certa situazione noi attribuiamo un’importanza eccessiva. Un oggetto di venerazione è sempre caricato di meriti eccessivi, un oggetto di odio lo è di difetti. la nostra energia mentale tende a riprodurre artificialmente una certa qualità la dove questa di fatto manca.

Il solo desiderare un qualcosa nella propria visualizzazione non porta necessariamente al suo conseguimento perché il desiderio carica di eccessiva attenzione (importanza) la situazione generando un potenziale superfluo che necessariamente verrà poi compensato dalle forze equilibratrici. Non è il desiderio di per sé ma l’orientamento sull’oggetto desiderato che conduce alla realizzazione. A funzionare non sono i pensieri ma l’INTENZIONE: risolutezza ad avere ed agire.

art ket 2.001

I potenziali eccessivi hanno un ruolo insidioso nella vita delle persone perchè l’azione delle forze equilibratrici volte a neutralizzarle crea continuamente problemi agli individui facendogli ottenere l’esatto opposto di quello che era l’oggetto delle intenzioni originali. Come possiamo ottenere una perfetta forma fisica se il nostro pensiero è costantemente impegnato nella focalizzazione dei nostri difetti fisici? Così facendo otteniamo esattamente quello che non vogliamo.

Accettando i difetti, permettendoci di essere semplicemente noi stessi, l’energia verrebbe deviata dalla lotta contro i difetti allo sviluppo dei meriti. L’INSODDISFAZIONE è una emissione energetica assolutamente materiale che altro non fa che spingere verso quelle linee della vita (Lo spazio delle varianti -Vadim Zeland) dove i motivi di insoddisfazione si manifestano in forma ancora più evidente.

L’abitudine di manifestare insoddisfazione è molto radicata dentro di noi. Se riusciamo ad installare una nuova abitudine volta al perseguimento della gratitudine (amore incondizionato n.d.r.) diventeremo noi stessi generatori di energia positiva in grado di riportarci sulle linee della vita positive. Cominciamo con il ricordare a noi stessi la nostra intenzione, evitare di dare giudizi di qualsiasi tipo (ognuno ha un suo percorso del quale non sappiamo niente) rispettando il modello del mondo manifestato da ogni individuo, esprimere sempre gratitudine per quello che ci accade e perseguire linee di vita positive. 

art ket.001

Dobbiamo dire che sembra tutto veramente strano e “indigesto” per una normale giornata di inizio agosto, ma vale la pena leggersi bene la trilogia di Zeland e farsi qualche domanda specifica. Gratitudine, felicità e non giudizio a tutti!!!

Namastè

Michele Micheletti