Comunicazione non verbale. Ci dobbiamo ancora credere?


Nel parlare in pubblico, o comunque nel relazionarsi con altre persone, l’aspetto della componente non verbale (postura, gesticolazione, movimento, prossemica, espressioni e le microespressioni faccial) e paraverbale (tono di voce, ritmo, velocità di parlata) rivestono un ruolo di determinante importanza rispetto alle parole vere e proprie della conversazione o del discorso diretto ad un pubblico. Le proporzioni relative all’importanza delle tre componenti è espressa nell’immagine che segue secondo la celebre e fraintesa teoria di Albert Mehrabian con gli studi del 1967 che hanno permesso la stesura del libro Nonverbal Communication.

Mehrabian's communications model

Dal momento che per 40 anni questi lavori hanno trovato schiere di sostenitori e detrattori non ci resta che dare un’occhiata da vicino a come vennero condotti i due diversi studi che portarono alle conclusioni di cui sopra.

Primo studio                                                                                                                           Condotto insieme a Morton Wiener, consisteva nel far leggere a uno speaker una serie di parole con un tono di voce non coerente con il significato delle parole stesse. In questo modo i due studiosi intendevano scoprire se fosse più importante il contenuto del messaggio o il tono di voce utilizzato.  I partecipanti dovevano giudicare se le parole scelte fossero: positive, negative o neutre.
Ne furono scelte 3 positive (caro, grazie e dolcezza) –3 naturali (oh – forse – davvero) e 3 negative (bruto – non – terribile.  Ognuna di queste parole fu letta con diversi toni di voce: positivo – neutro e negativo.
I risultati indicarono che i giudizi relativi a messaggi composti da una sola parola pronunciata con intonazione erano basati principalmente sul tono di voce.

Secondo studio                                                                                                                       Condotto con Susan Ferris, riguardava ancora il modo in cui giudichiamo i sentimenti di un oratore, ma questa volta mettendo a confronto l’importanza del tono di voce rispetto a quella dell’espressione facciale. I soggetti dovevano  giudicare se la parola “forse” era negativa, neutra o positiva in base ad alcune immagini che rappresentavano volti giudicati in precedenza come negativi, neutri o positivi.                                                                       Il risultato indicò che quando giudichiamo l’atteggiamento di un oratore, la sua espressione facciale è circa 1,5 volte più importante del tono di voce impiegato.

Risultati                                                                                                                                   La conclusione fu che il 55% dell’informazione fosse veicolato dal viso, il 38% dalla voce ed il 7% dal contenuto del messaggio.  Mehrabian, che subito dopo la pubblicazione dei risultati degli esperimenti, precisava che queste percentuali derivano da esperimenti riguardanti la comunicazione di sentimenti e di atteggiamenti e che non erano pertanto applicabili a contesti diversi e più complessi.

Come sempre l’omissione dei campi di limitazione e l’estensione ad ogni contesto del risultato di una certa ricerca può portare al travisamento dei fatti reali. Benché infatti Mehrabian abbia sottolineato più volte che i risultati della sua ricerca possono essere considerati validi solo a condizione che: l’oratore pronunci una sola parola, il suo tono di voce sia in contraddizione con il significato della parola stessa, il giudizio dell’interlocutore sia relativo solo ai sentimenti di chi parla, “l’equazione 7-38-55” è ancora oggi utilizzata in maniera disinvolta da formatori e consulenti per la comunicazione, senza tenere conto delle limitazioni che lo psicologo americano aveva precisato.  Lo stesso Mehrabian ebbe a precisare: «Sono ovviamente sconfortato dalle citazioni errate del mio lavoro. Fin dall’inizio ho cercato di fornire le corrette limitazioni delle mie scoperte. Purtroppo, il settore dei sedicenti consulenti dell’immagine e della leadership ha molti “praticanti” con pochissima esperienza psicologica».

Lo psicologo sociale Michael Argyle, ha ripetuto l’esperimento seguendo dei criteri metodologici di indagine più coerenti per un ricercatore moderno. L’esperimento di Argyle prevedeva la lettura di tutte le parole nei diversi toni di voce e il risultato fu che l’effetto della comunicazione non verbale era di 12.5 volte più potente nel comunicare le attitudini
dello speaker rispetto a quella verbale.

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